Dimissioni del Papa 2. Le ragioni della sua sofferenza e ciò che bisogna fare

26 settembre 2011 / In News

E’ stato un po’ comico. A “smentire” le voci che ho riferito nel mio articolo di domenica – secondo cui Benedetto XVI non scarta l’idea delle dimissioni allo scoccare dei suoi 85 anni – non è stato l’interessato (l’unico, in realtà, che avrebbe potuto smentire, rassicurandoci tutti).

Ma certi vaticanisti, del tutto ignari delle intenzioni del Papa, però tanto scottati dal “buco” che hanno preso (come si dice in gergo giornalistico) da reagire con stizza.

L’unico che aveva titoli per parlare era padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, che ovviamente non poteva certo confermare la voce che avevo riportato: quella del papa per adesso è solo una sua ipotesi di lavoro, se venisse ufficializzata sarebbe già come dare le dimissioni, significherebbe scatenare un terremoto.

Tuttavia, serio e leale com’è, padre Lombardi ha dato una risposta che in realtà lascia aperte tutte le ipotesi: “Se lo dice Socci bisogna chiedere a lui dove ha preso queste informazioni… Quello che sappiamo tutti – ha aggiunto – è ciò che il Papa stesso ha scritto nel libro-intervista ‘Luce del mondo’. Non ho altre informazioni”.

E infatti nel mio articolo si citavano proprio le cose che Ratzinger diceva in quel libro per spiegare le ragioni delle dimissioni di un papa.

Del resto il fratello del Pontefice, don Georg Ratzinger, in un’intervista di pochi giorni fa a un sito internet inglese, ha dichiarato che le dimissioni rientrano nel novero delle possibilità considerate dal suo fratello Papa, qualora si presentino le circostanze.

Ed è noto che il Pontefice ha un rapporto di grande confidenza col fratello.

Si è creduto di “smentire” l’ipotesi papale delle dimissioni perché Benedetto XVI ha chiesto ai fedeli preghiere per svolgere il suo ministero, ma questa è tutt’altro che una smentita.

Si è infine indicato il vigore mostrato nei giorni della visita in Germania come se questo bastasse a cancellare ciò che il Santo Padre ha dichiarato a Peter Seewald, quando ha detto di accorgersi che “le forze vanno diminuendo”, perché 83 anni pesano (ed era il 2010).

Io penso e spero in realtà che Benedetto XVI possa essere uno di quei pontefici che si credevano di transizione, per l’età avanzata, e che invece hanno governato a lungo e meravigliosamente la Chiesa. Come Leone XIII.

Dunque tutti speriamo che il vigore da lui dimostrato nelle recenti visite in Spagna e Germania – dove ha letteralmente fatto innamorare la gente (come accadde in Inghilterra) – sia un ottimo segno.

Ma la sua “stanchezza” – per quanto siamo riusciti a sapere – attualmente non ha motivazioni fisiche (in questo il suo affidamento a Dio sembra per lui una fonte di energia).

No, la “stanchezza” deriva piuttosto dalle amarezze e dalle sofferenze che gli provocano coloro che più di tutti dovrebbero seguirlo, obbedirgli e aiutarlo. E questo tipo di stress, in un uomo sensibile e buono com’è papa Benedetto, è peggiore dello stress fisico.

Certo, il mondo clericale è, per sua natura, sempre prodigo di ossequi verso il regnante pontefice, salvo disobbedire subito dopo o talvolta addirittura remare contro.

E’ stato proprio questo Papa a denunciare il “clericalismo” come una peste della Chiesa. Più di una volta su queste colonne ho segnalato come Benedetto XVI, un Papa straordinario per tempi straordinari, un Papa sempre più amato dalla gente comune, mano a mano che impara a conoscerlo, risulti poi snobbato e boicottato da tanto mondo ecclesiastico.

Il Papa non è stato seguito e anzi è stato boicottato nella sua fondamentale e storica riforma liturgica, sia quando ha firmato il Motu proprio sull’antico messale, sia quando esorta al ritorno alla tradizione nelle celebrazioni ordinarie.

Il Papa non sembra sia stato seguito davvero, fino in fondo, nel suo appassionato appello alla purificazione della Chiesa e all’umiltà dopo lo scandalo della pedofilia (quasi con fastidio molti hanno subito la sua accorata insistenza).

Il Papa non viene affatto seguito in quella che ha indicato come la sua preoccupazione maggiore, cioè la difesa della storicità dell’avvenimento cristiano: i suoi due libri sui Vangeli sono stati declassati a omiletica e nei seminari e nelle università clericali si continuano a insegnare cose che sanno di vecchio razionalismo.

Nella Chiesa e nel mondo cattolico nessuno sembra davvero riprendere e valorizzare i grandi discorsi del Papa, come quello recente al Bundestag o quello di Ratisbona. Né le sue encicliche.

Infine non si segue il Papa nel suo appello a tornare alla fede, come l’unico vero tesoro della Chiesa, tornare all’essenzialità della vita e alla testimonianza cristiana.

Le incrostazioni di potere, l’attaccamento a beni economici e mondani non pare cosa rara, mentre la passione per Gesù Cristo, perché tutti gli uomini possano incontrarlo e lasciarsi amare, non è così diffusa nel mondo ecclesiastico. C’è semmai, spesso, la sudditanza culturale alle mode e alle ideologie dominanti.

E’ stato il papa stesso, domenica, con un altro memorabile discorso, a spiegare la ragione della sua stanchezza, che potrebbe portarlo alle dimissioni: la mondanizzazione della Chiesa. 

I suoi sono stati accenti da vero profeta. Ha denunciato: “A causa delle pretese e dei condizionamenti del mondo la testimonianza viene ripetutamente offuscata”.

Invece la Chiesa “per compiere la sua missione” e “per corrispondere al suo vero compito, deve sempre di nuovo fare lo sforzo di distaccarsi dalla mondanità del mondo. Con ciò essa segue le parole di Gesù… In un certo senso, la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore”.

Sì, avete letto bene. Il Papa sembra addirittura giudicare provvidenziali certe “persecuzioni” laiche moderne: “Le secolarizzazioni infatti – fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili – significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spogliava, per così dire, della sua ricchezza terrena e tornava ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena. Con ciò, la Chiesa condivideva il destino della tribù di Levi che, secondo l’affermazione dell’Antico Testamento, era la sola tribù in Israele che non possedeva un patrimonio terreno, ma, come parte di eredità, aveva preso in sorte esclusivamente Dio stesso, la sua parola e i suoi segni”.  

Questo è un Papa rivoluzionario e la sua è una grande rivoluzione evangelica.

La stessa dei grandi santi: “Gli esempi storici” ha aggiunto “mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa ‘demondanizzata’ emerge in modo più chiaro… La Chiesa si apre al mondo, non per ottenere l’adesione degli uomini per un’istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi e così condurli a colui del quale ogni persona può dire con Agostino: egli è più intimo a me di me stesso”.

Infine: “Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità”.

E’ “l’ora di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa”. E questo “non vuol dire ritirarsi dal mondo”. Al contrario vuol dire essere un vivissimo segno di carità, soprattutto per i sofferenti e l’umanità che cerca.

Quella a cui chiama papa Benedetto è, per la Chiesa, la più grande delle riforme, l’unica vera: la conversione. Lo ha fatto finora con una formidabile passione evangelica, con sapienza e bontà.

Se dovesse rendersi conto che ciononostante l’impresa si fa improba (per questo ha detto che l’avversario “è dentro” la Chiesa) arriverà a ripetere ciò che disse nella Sistina, mentre lo stavano votando: “Signore, disponi di persone più giovani”.

Le dimissioni per lui sarebbero un gesto di amore alla Chiesa e di umiltà. Ma per noi sarebbero una sciagura.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 settembre 2011

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