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	<title>lo Straniero</title>
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	<description>Il blog di Antonio Socci</description>
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		<title>E se avesse ragione la Germania?</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 07:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti abbiamo detto un gran male della Germania e della Signora Merkel per come sta imponendo a tutta l’Europa una rigidissima disciplina di bilancio. Si ritiene che sia una strategia controproducente. E la maggioranza degli osservatori giudicano pure che sia stata la miopia del governo tedesco a impedire il salvataggio della Grecia quando si era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti abbiamo detto un gran male della Germania e della Signora Merkel per come sta imponendo a tutta l’Europa una rigidissima disciplina di bilancio.<span id="more-1560"></span></p>
<p>Si ritiene che sia una strategia controproducente. E la maggioranza degli osservatori giudicano pure che sia stata la miopia del governo tedesco a impedire il salvataggio della Grecia quando si era ancora in tempo.</p>
<p>Tutte queste critiche sono più che fondate e molte altre se ne potrebbero fare (a ragione, per esempio, si ricorda che sono state Germania e Francia per prime a trasgredire i parametri europei).</p>
<p>Se ne parla da mesi sui giornali. Tuttavia c’è un fatto su cui si riflette poco o per nulla: proprio il caso Germania, o anche il “miracolo economico” tedesco.</p>
<p>Tutta l’Europa è in recessione e i tedeschi invece segnano un aumento del Pil del 3 per cento annuo. La loro economia cresce. Le loro imprese macinano profitti.</p>
<p>Gli stipendi e i salari sono di gran lunga superiori ai nostri (per fare qualche esempio: lo stipendio netto annuo di un autista di autobus è 28 mila euro, di un muratore 30 mila, di un caporeparto 40 mila, di un maestro elementare 38 mila).</p>
<p>La loro inflazione è sotto controllo, al 2 per cento. Il debito pubblico all’80 per cento. La loro tecnologia è all’avanguardia e vince ed esporta in tutto il mondo. Sono un paese libero e civile.</p>
<p>I servizi sono efficienti e la pressione fiscale (attorno al 35 per cento) è ben più bassa della nostra (che sta attorno al 43-44 per cento).</p>
<p>Sembra la smentita categorica di tutti quei nuovi scenari mondiali che oggi si disegnano, che – per esempio – l’ex ministro Tremonti traccia nei suoi libri e di cui io stesso sono convinto da tempo.</p>
<p>Io credo che quegli scenari siano veri. Ma bisogna prendere atto che il caso tedesco di fatto li contraddice clamorosamente.</p>
<p>Si parla di fine della sovranità nazionale e del primato della politica, a vantaggio dei mercati, e lì non è così. Si parla della finanziarizzazione dell’economia che distrugge l’economia reale e lì non è così.</p>
<p>Si parla di tramonto dell’industria manifatturiera in Europa e di delocalizzazione e lì non è così (la disoccupazione è ai minimi storici da vent’anni a questa parte).</p>
<p>Si parla di impoverimento progressivo e inevitabile dei nostri paesi e di cancellazione dello “stato sociale” e lì avviene il contrario (fra l’altro le garanzie per i lavoratori sono alte e i sindacati sono molto potenti: siedono addirittura nei consigli di amministrazione delle grandi aziende).</p>
<p>Si parla di conflitto fra mercatismo e democrazia, che porta alla tecnocrazia, e lì abbiamo invece un sistema economico formidabile governato addirittura dalla compagine politica del Novecento: cioè democristiani da una parte e socialdemocratici dall’altra con il concorso di liberali e verdi (la fase decisiva della ristrutturazione recente, tra 2005 e 2009, è stata gestita insieme da socialdemocratici e democristiani).</p>
<p>Si può addirittura notare nella classe politica tedesca una certa goffa normalità, una difficoltà a proporsi sulla scena mondiale. Ma dopotutto è un bene che abbiano accantonato le ubriacature dello “spirito germanico”, per il quale già Hegel proclamava: “Lo Spirito Germanico è lo Spirito del nuovo Mondo, il cui fine è la realizzazione della Verità assoluta”.</p>
<p>La classe dirigente tedesca si è ritirata in una “banale” (ma per noi fantastica) dimensione di buona amministrazione ed efficienza.</p>
<p>E, in effetti, lì il benessere economico è addirittura in aumento, mentre è in rapida regressione nel resto dell’Europa: pur essendo gli stipendi dei tedeschi già ai vertici della classifica mondiale, in questi giorni si parla di cospicui aumenti salariali e addirittura il ministro delle finanze Wolfgang Schauble li esige (i sindacati dei metalmeccanici chiedono un incremento del 6,5 per cento e gli imprenditori propongono il 3 per cento).</p>
<p>Saranno fatti anche con l’obiettivo di allargare i consumi per trascinare alla crescita pure il resto d’Europa.</p>
<p>Si dirà: ma loro non hanno un enorme problema storico come è per noi il nostro Mezzogiorno. Nient’affatto. La Germania ovest vent’anni fa ha inglobato la Germania est, che era stata ridotta dal comunismo ben peggio del nostro Sud.</p>
<p>L’ha letteralmente ricostruita e assimilata facendole recuperare il ritardo di decenni in pochi anni. Si dirà che l’ha fatto anche grazie a tutto il resto d’Europa e ora si mostra ingrata.</p>
<p>Questo in parte è vero. Ma anche noi abbiamo avuto a disposizione dall’Europa grandi risorse: se l’Italia è il Paese più incapace di spendere i fondi europei è colpa dei tedeschi? O dobbiamo prendercela solo con noi stessi?</p>
<p>Il “grande spreco” dei soldi europei buttati al vento è perfino peggiorato dagli anni Novanta ad oggi e, di riflesso, le regioni meno sviluppate del nostro Sud sono scese ancor più nella graduatoria europea delle zone depresse, mentre la ricchezza media pro capite nelle regioni meridionali è diminuita  gravemente dal 2001 ad oggi (ma anche altri fondi restano inutilizzati e non solo al Sud).</p>
<p>Dovremmo prendere di petto il disastro della pubblica amministrazione italiana fino a chiederci se non si dovrebbero commissariare certe regioni meridionali.</p>
<p>Meditando sul “caso Germania” riconosco che – contrariamente a ciò che pensavo mesi fa – un po’ di “germanizzazione” ci farebbe molto bene.</p>
<p>La classe politica tedesca non sembra fatta di superman e geni, eppure si dimostra all’altezza della sfida di questi anni. I nostri politici dovrebbero severamente esaminarsi (o comunque lo faranno gli elettori) e riconoscere la differenza.</p>
<p>E così pure i nostri sindacati e la nostra classe imprenditoriale.</p>
<p>Ma anche noi stessi, come cittadini. Non abbiamo nulla di meno dei tedeschi. In un recente passato abbiamo fatto un miracolo economico che non ha niente da invidiare a quello tedesco.</p>
<p>Non ci manca né la creatività, né il gusto del lavoro. Viviamo in un Paese meraviglioso e pieno di tesori di arte e di cultura. Abbiamo un’ossatura industriale che in Europa se la gioca con la Francia ed è seconda solo alla Germania.</p>
<p>Allora, invece di lamentarci del cinismo tedesco o aspettarsi dall’esterno la salvezza, tiriamo fuori le nostre capacità, il nostro impegno e il nostro ingegno. Sentiamoci un paese unito e solidale, dove ognuno fa il suo dovere.</p>
<p>Cerchiamo classi dirigenti all’altezza del momento storico. Accettiamo di cambiare tante cose.</p>
<p>Un’Europa virtuosa potrà ricordare ai tedeschi che essi hanno un dovere in più verso gli altri popoli della comunità, avendo devastato il continente con la barbarie disumana del nazismo.</p>
<p>Perché dopo il 1945 le potenze vincitrici avrebbero potuto annientare la Germania per duecento anni. Invece gli Stati Uniti finanziarono il “Piano Marshall” e la fecero ricostruire. Dunque facciano memoria di questa magnanimità che fu usata con loro.</p>
<p>Tuttavia non sarà l’Italia che potrà ammonire la Germania con questo argomento storico. Perché a proposito di Seconda guerra mondiale non abbiamo le carte in regola.</p>
<p>Il nostro argomento vincente dunque potrà e dovrà essere solo il presente, il nostro impegno, la nostra capacità di costruire e la nostra serietà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 13 maggio 2012</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Repubblica tende trappole a CL, ma resta scornata</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 06:28:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[cardinale Angelo Scola]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri “Il Fatto” ha involontariamente soccorso don Julian Carron e CL. Pubblicando documenti clamorosi, filtrati dal Vaticano, che capovolgono l’interpretazione fasulla che era stata data dell’articolo scritto per Repubblica dall’attuale responsabile di Comunione e liberazione. Quello di Carron – a leggere “Repubblica” – sembrava quasi un clamoroso mea culpa, un inginocchiarsi di fronte agli avversari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri “Il Fatto” ha involontariamente soccorso don Julian Carron e CL. Pubblicando documenti clamorosi, filtrati dal Vaticano, che capovolgono l’interpretazione fasulla che era stata data dell’articolo scritto per Repubblica dall’attuale responsabile di Comunione e liberazione.<span id="more-1553"></span></p>
<p>Quello di Carron – a leggere “Repubblica” – sembrava quasi un clamoroso mea culpa, un inginocchiarsi di fronte agli avversari di sempre, seguito da quella sorta di “scelta religiosa”, fuori dal mondo e dall’incarnazione, che don Giussani aveva avversato fin dagli anni Settanta.</p>
<p>Soprattutto Repubblica aveva presentato l’articolo come una “scomunica” a Formigoni (reo di aver governato bene, ma facendo vacanze in mari esotici) e una rottura con il passato di impegno dei ciellini.</p>
<p>Certi avversari di CL hanno cantato vittoria come se Carron avesse condannato il movimento identificandolo “con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita” non cristiani. Sentenza che – va detto – nessun giornale ha mai emesso su CL, perché tutti sanno che è falsa (posso dire per esperienza che il popolo ciellino è meraviglioso).</p>
<p>Era dunque impossibile che fosse lo stesso leader di CL ad avallare insinuazioni così offensive e generiche. Tanto è vero che – come dicevo &#8211; “Il Fatto” ieri ha pubblicato due documenti inediti filtrati dalle mura vaticane che dissolvono il colossale equivoco.</p>
<p>Il primo documento è una nota del Segretario di stato cardinal Bertone del 9 dicembre 2011 con la quale informa il segretario del papa che il Santo Padre ha deciso di accogliere l’invito del Meeting di Rimini e di recarvisi in visita il prossimo agosto in occasione del trentennale del riconoscimento pontificio della Fraternità di CL e della visita del suo predecessore, papa Wojtyla, allo stesso Meeting.</p>
<p>Che il papa abbia deciso ai primi di dicembre del 2011 significa che nessuno potrà adesso leggere l’eventuale visita dell’estate 2012 come un avallo alla presunta “purificazione” di CL sbandierata da Repubblica. E significa soprattutto che il Pontefice a dicembre del 2011 stimava la Fraternità di CL come la stimava trent’anni fa o nel 2005, quando è morto don Giussani.</p>
<p>Il secondo documento inedito pubblicato dal “Fatto” è la lettera del marzo 2011 che fu mandata da don Carron al Nunzio apostolico in Italia a proposito della successione episcopale a Tettamanzi, nella diocesi di Milano.</p>
<p>La lettera non è un’iniziativa di Carron: è la Santa Sede che, secondo la consuetudine, ha consultato per quella nomina diversi soggetti ecclesiali, compresi i movimenti, che dovevano dire la loro “in tutta franchezza e confidenza”. Dunque quella di Carron era la risposta a una richiesta.</p>
<p>Ora l’ennesima fuoruscita di documenti riservati può essere seccante per Carron, ma non tutto il male viene per nuocere: questa lettera infatti permette di interpretare in modo corretto il suo articolo su “Repubblica”.</p>
<p>Cosa dice infatti la missiva? La sintesi del “Fatto” è grossolana e superficiale: “In questa lettera Carron suggerisce di nominare Scola anche per la sua sensibilità all’area politica di centrodestra”.</p>
<p>In realtà il ragionamento di Carron è molto più profondo e complesso: egli anzitutto descrive “lo stato della Chiesa ambrosiana”, “la crisi profonda della fede del popolo di Dio” e la perdurante “crisi delle vocazioni”. Osserva inoltre: “la presenza dei movimenti è tollerata, ma essi vengono sempre considerati più come un problema che come una risorsa”.</p>
<p>Poi aggiunge: “dal punto di vista della presenza civile della Chiesa non si può non rilevare una certa unilateralità di interventi sulla giustizia sociale, a scapito di altri temi fondamentali della Dottrina sociale e un certo sottile, ma sistematico ‘neocollateralismo’, soprattutto della Curia, verso una sola parte politica (il centrosinistra) trascurando, se non avversando, i tentativi di cattolici impegnati in politica, anche con altissime responsabilità nel governo locale in altri schieramenti”.</p>
<p>Ovviamente, come sottolinea il giornale di Padellaro, Carron si riferisce qui principalmente a Formigoni. Il sacerdote prosegue: “questa unilateralità di fatto… finisce per rendere poco incisivo il contributo educativo della Chiesa al bene comune, all’unità del popolo e alla convivenza pacifica”.</p>
<p>Per tutte queste ragioni, Carron, a nome del suo movimento, indicava nel patriarca di Venezia Scola “l’unica candidatura” che riteneva adeguata, precisando che “con questa indicazione non intendo privilegiare il legame di amicizia e la vicinanza del Patriarca al movimento di Comunione e liberazione, ma sottolineare il profilo di una personalità di grande prestigio e esperienza”.</p>
<p>Potremmo notare che la manina che ha fatto uscire fuori dalle mura vaticane questa lettera riservata probabilmente aveva intenzione di danneggiare il cardinale Scola, sottolineandone la vicinanza a CL.</p>
<p>Ma questi giochetti curiali qui non ci interessano. La lettera pubblicata dal “Fatto” spazza via quanto riportato su Repubblica da Gad Lerner, il quale afferma che dei “dirigenti ciellini” &#8211; che sarebbero “vicini” a Carron e che “chiedono di preservare l’anonimato” – gli avrebbero testualmente dichiarato: “Carron ha sofferto tanto negli ultimi anni per la deturpazione che alcune figure di spicco infliggono alla vera natura del movimento”.</p>
<p>La lettera riservata di Carron alla Santa Sede, del marzo 2011, dice esattamente l’opposto. Sempre i soliti anonimi, che dicono di essere stati vicinissimi anche a don Giussani, avrebbero rivelato a Gad che “da un decennio almeno c’era chi, dall’interno, invano si opponeva al disegno politico impersonato da Formigoni e, in seguito, da Maurizio Lupi”.</p>
<p>Qui c’è veramente da ridere perché di questa “opposizione” dentro CL a Milano non si era mai accorto nessuno. Che sia perfino ridicola posso testimoniarlo personalmente perché essendo stato io il primo e unico ciellino ad aver pubblicamente, e per diversi anni, contestato l’eccessiva presenza di politici, di Cdo e imprenditori al Meeting, posso affermare che mai nessuno di questi sedicenti “oppositori” si appalesò.</p>
<p>Anzi, diversi colonnelli ciellini sui giornali mi risposero polemicamente, qualcuno duramente. Mi viene dunque da sorridere oggi, quando leggo nell’articolo di Lerner che, a proposito della forte presenza dei ciellini nei centri decisionali lombardi e nelle opere, in questo decennio, “Don Carron sopportava, ma non apprezzava. E con lui il portavoce Alberto Savorana” e poi “Davide Prosperi, Michele Faldi, Roberto Fontolan, il presidente della Compagnia delle Opere, Bernard Scholz e Giorgio Vittadini” (che della Cdo è il fondatore).  </p>
<p>Tuttavia Lerner – che è un osservatore intelligente – va letto bene. Nel suo articolo è evidente la volontà di dividere CL in cattivi (i formigoniani da scomunicare) e buoni che magari scrivono sull’Unità e dovrebbero portare CL in uno schieramento di centrosinistra che ambisce a governare la Lombardia.</p>
<p>Analogamente ieri Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere” pretende che l’impegno politico dei ciellini ora si indirizzi verso una coalizione più vasta (Monti?), uscendo dal ghetto minoritario (lo storico non è stato informato che già da venti anni i politici di CL lavorano in un partito laico-liberale che ha avuto fino ad ieri il 38 per cento e – checché si pensi di Berlusconi &#8211; è stato per anni maggioritario nel Paese).</p>
<p>Ma a tutto questo l’articolo di Carron è estraneo. Egli, come faceva don Giussani quando più forte era l’impegno dei suoi in opere culturali, sociali, educative, politiche, ha semplicemente ricordato che la salvezza non viene da progetti e azioni proprie, ma da Cristo. Che ogni giorno occorre ripartire da Lui e seguirlo (cosicché anche le malignità altrui o le accuse ingiuste o il riconoscimento delle proprie miserie possono aiutare la conversione). CL, dice Carron, non insegue l’egemonia o il potere, ma vuole solo testimoniare umilmente Cristo, salvezza della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>per la discussione su Facebook</p>
<p> <a href="http://www.facebook.com/#!/pages/Antonio-Socci-pagina-ufficiale/197268327060719">http://www.facebook.com/#!/pages/Antonio-Socci-pagina-ufficiale/197268327060719</a></p>
<p>Da Libero, 6 maggio 2012</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una notizia per gli amici: sono su Facebook</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 20:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ho un debole per Facebook. E &#8211; come sanno molti di voi che da tempo mi esortavano a sbarcarci &#8211; ho opposto una lunga resistenza. Mi ha fatto molto piacere che anni fa su facebook si sia creato un gruppo di amici che negli anni mi è stato così vicino con la preghiera, nella dolorosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho un debole per Facebook. E &#8211; come sanno molti di voi che da tempo mi esortavano a sbarcarci &#8211; ho opposto una lunga resistenza.</p>
<p>Mi ha fatto molto piacere che anni fa su facebook si sia creato un gruppo di amici che negli anni mi è stato così vicino con la preghiera, nella dolorosa vicenda familiare di mia figlia. Tuttora li ringrazio e ringrazio in particolare Cristiana Moretti che generosamente e appassionatamente lo ha gestito e lo gestisce.</p>
<p>Ma siccome con altre pagine facebook si creavano continui equivoci e molte persone ritenevano di mettersi in contatto con me attraverso quelle pagine, fatte da persone a me sconosciute (magari anche animate da ottime intenzioni), perché c&#8217;era il mio nome e spesso la mia foto, ho dovuto risolvere il problema alla radice creando la mia pagina facebook che si chiama &#8221;Antonio Socci pagina ufficiale&#8221;.</p>
<p>Credo che in fondo sia anche un&#8217;opportunità di dialogo interessante.</p>
<p>Vi aspetto. Grazie a tutti</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sul “caso Ligabue-nella-liturgia” mi trovo attaccato da Corriere (Melloni) e Avvenire (Tarquinio)… E sentite come…</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 09:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alberto Melloni]]></category>
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		<category><![CDATA[gregoriano]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Tarquinio]]></category>
		<category><![CDATA[Mozart]]></category>
		<category><![CDATA[Piermario Morosini]]></category>
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		<description><![CDATA[Bach come Jovanotti? Ieri, sul Corriere della sera, il corsivista Alberto Melloni, campione di cattoprogressismo, per rispondere al mio articolo sui funerali di Morosini, stabiliva una sorprendente equivalenza, per la liturgia cattolica, fra le canzoni di Ligabue e la musica di Mozart.   Dunque cantare in chiesa, a un funerale, la Messa da Requiem di Mozart [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bach come Jovanotti? Ieri, sul Corriere della sera, il corsivista Alberto Melloni, campione di cattoprogressismo, per rispondere al mio articolo sui funerali di Morosini, stabiliva una sorprendente equivalenza, per la liturgia cattolica, fra le canzoni di Ligabue e la musica di Mozart.  <span id="more-1547"></span></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Dunque cantare in chiesa, a un funerale, la Messa da Requiem di Mozart è la stessa cosa che schitarrare – come hanno fatto a Bergamo – le canzonette di Ligabue (con queste memorabili parole</span></strong><span style="text-decoration: underline;">: </span><strong><span style="text-decoration: underline;">“quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”). </span></strong></p>
<p><strong>Vorrei dire che, se Melloni detesta Mozart perché è amato da Ratzinger, provi a farsi spiegare la grandezza teologica del suo Agnus Dei da Karl Barth. </strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">In ogni caso equiparare Mozart a Ligabue significa che manca o l’abc del giudizio culturale o il senso del ridicolo o la pietà. O forse tutti e tre. </span></strong></p>
<p><strong>Soprattutto manca la consapevolezza che </strong><strong><span style="text-decoration: underline;">la liturgia è la cosa più sacra della Chiesa e non se ne può disporre a piacimento</span></strong><strong>, perché non è fatta da noi, non è il luogo delle nostre trovate, ma vi riaccade la passione e morte del Figlio di Dio.</strong></p>
<p>Stabilito che in chiesa un corale di Bach non è la stessa cosa di una canzonetta di Vasco Rossi, c’è poi il capitolo della musica sacra della tradizione e delle moderne canzonette religiose.</p>
<p>Personalmente non ho pregiudizi, anche se la qualità dei testi e delle musiche va valutata. Ma <strong><span style="text-decoration: underline;">quello che tracima dalla prosa di Melloni è soprattutto l’evidente disprezzo per la tradizione cattolica che lo induce a definire il gregoriano un “belare”</span></strong>.</p>
<p>E siccome Melloni sostiene che per avvicinarsi a Dio non c’è differenza fra “belare in gregoriano” e “quelle canzoni  stile Pooh che riempiono le navate di tante parrocchie”, voglio informarlo che <strong><span style="text-decoration: underline;">invece la Chiesa stabilisce una rigorosa gerarchia. In particolare definisce il gregoriano come il canto proprio della Chiesa</span></strong> (poi viene la polifonia).</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Lo ha proclamato non in uno di quei Concili che i cattoprogressisti disprezzano, ma proprio in quel Concilio Vaticano II di cui Melloni si proclama esperto e si autonomina portabandiera. </span></strong></p>
<p>Infatti nella Costituzione “Sacrosantum Concilium” afferma che <strong><em>“la tradizione musicale di tutta la chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell&#8217; arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della liturgia solenne”. </em></strong></p>
<p>Aggiunge:</p>
<p><strong><em>“Senza dubbio il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra scrittura, sia dai padri e dai romani pontefici che recentemente, a cominciare da san Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel servizio divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all&#8217; azione liturgica”.</em></strong></p>
<p>Il Concilio prescrive: <strong><em>“Si conservi e si incrementi con somma cura il patrimonio della musica sacra”</em></strong>.</p>
<p>E proclama:</p>
<p><strong><em>“<span style="text-decoration: underline;">La chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale</span>. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonica, non si escludono affatto nella celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell&#8217; azione liturgica, a norma dell&#8217; art. 30”.</em></strong></p>
<p>Come si vede il Concilio Vaticano II è agli antipodi di chi boccia sprezzantemente il gregoriano come un “belare” e lo equipara all’inserimento nella liturgia sacra delle canzonette di Ligabue o di Vasco Rossi.</p>
<p>Si comprende così che pure i tanti arbitri perpetrati nella liturgia non discendono affatto dal Concilio ed è grave sbandierarlo a sproposito.</p>
<p>Già <strong><span style="text-decoration: underline;">nel 1971 Ratzinger</span></strong> – che era stato un uomo del Concilio – denunciò la grande devastazione teologica che il progressismo stava perpetrando, per cui <strong><span style="text-decoration: underline;">“anche a dei vescovi poteva sembrare ‘imperativo dell’attualità’ e ‘inesorabile linea di tendenza’, deridere i dogmi”</span></strong>.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Nel 1997, da prefetto dell’ex S. Uffizio, il cardinale Ratzinger scriverà: “sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia”</span></strong>.</p>
<p>Accanto ai tanti abusi che si sono perpetrate nella liturgia, col post-Concilio, Ratzinger ha sottolineato pure la decadenza della musica liturgica:</p>
<p><strong><em>“E&#8217; divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza… La Chiesa ha il dovere di essere anche ‘città della gloria’, luogo dove sono raccolte e portate all&#8217;orecchio di Dio le voci più profonde dell&#8217;umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”. </em></strong></p>
<p>Poi, proprio Ratzinger, da Papa, ha cercato di riportare tutti alla retta dottrina anche riordinando la liturgia e <strong><span style="text-decoration: underline;">ridando legittimità all’antico rito della Chiesa</span></strong> (che è il rito in cui si celebrava messa pure al Concilio Vaticano II).</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Sorprendente è l’opposizione che tanti vescovi e preti hanno fatto a questo Motu proprio “Summorum pontificum”</span></strong>. Un caso clamoroso è scoppiato proprio nella stessa diocesi di Bergamo dove si è svolto il rito funebre di Piermario Morosini.</p>
<p>E’ stato denunciato dal collega Alessandro Gnocchi sul “Foglio” del 17 novembre scorso.</p>
<p>Era morto il padre dello stesso Alessandro e la famiglia aveva chiesto di celebrare le esequie secondo il rito gregoriano a cui aveva ridato pieno accesso il Motu proprio del papa. <strong><span style="text-decoration: underline;">Ma il parroco, dopo aver preso istruzioni in Curia, ha risposto di no. </span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">E’ la stessa Curia che poi lascia cantare le canzoni di Ligabue durante la Messa per Morosini</span></strong>, canzoni &#8211; ripeto &#8211; con questi testi: <strong>“quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”.</strong></p>
<p><strong>Così tutta la tolleranza liturgica che i progressisti alla Melloni sbandierano per chi si vuole cimentare con Ligabue in chiesa, non deve più valere per chi chiede semplicemente il rito cattolico autorizzato dal Papa? </strong></p>
<p><strong>La “pietà” di Melloni dov’era quando sui giornali è scoppiato questo caso?</strong></p>
<p><strong>Anche il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio domenica mi ha criticato, richiamandomi alla necessità di fare – nel caso di Morosini – “un’eccezione alla regola, per puro amore e puro dolore” visto che “senza l’amore siamo solo cembali che tintinnano”. </strong></p>
<p><strong>Ma non sono io che posso autorizzare tali “eccezioni”: Tarquinio chieda al Vaticano. Io, da parte mia, mi domando: </strong><strong><span style="text-decoration: underline;">perché il direttore di “Avvenire” non intervenne anche per difendere il diritto al rito gregoriano della famiglia Gnocchi, visto che in quel caso non si trattava neanche di “un’eccezione alla regola”, ma di rispettare la regola data dal Papa? </span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Perché Tarquinio non richiamò la Curia di Bergamo al dovere di carità nei confronti di quella famiglia e al dovere di obbedire al Papa?</span></strong></p>
<p><strong>Il direttore di “Avvenire” recentemente ha difeso con accanimento lo scrittore </strong><strong><span style="text-decoration: underline;">Enzo Bianchi</span></strong><strong> dalle legittime critiche rivolte a lui da alcuni teologi cattolici: sarebbe auspicabile che </strong><strong><span style="text-decoration: underline;">con altrettanto zelo difendesse anche un Motu proprio così caratterizzante del pontificato di Benedetto XVI</span></strong><strong> come il “Summorum pontificum”, da chi lo snobba.</strong></p>
<p>Sottolineo infine che il cuore del mio articolo sulle esequie del calciatore non erano tanto le canzoni di Ligabue, quanto <strong><span style="text-decoration: underline;">la mancanza da parte dei pastori di una parola cristiana sulla necessità della preghiera per i defunti e soprattutto sulla vita eterna</span></strong>.</p>
<p>E noto con tristezza che pure in tutto lo scritto del direttore di Avvenire (di 2887 battute) non c’è un solo richiamo a questo che è il cuore della dottrina cattolica.</p>
<p>Nemmeno nell’articoletto di Melloni, ma di questo non mi sorprendo.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Sconcerta però che i Novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso) siano scomparsi da gran parte della predicazione e della catechesi. </span></strong></p>
<p>Certo, parlare dell’inferno non è “progressista”. Però è la più grande carità. E pregare per i defunti è la vera pietà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 25 aprile 2012</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Se alla Santa Messa si canta Ligabue: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 07:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Ligabue]]></category>
		<category><![CDATA[Piermario Morosini]]></category>
		<category><![CDATA[sacra liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[vescovo di Bergamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma i vescovi e i preti credono ancora alla vita eterna? Spero di sì, ma dovrebbero farcelo capire. Specie nei funerali, in particolare quelli di personaggi famosi. Ho letto, per esempio, le cronache sul rito funebre del giovane calciatore Piermario Morosini che pure “Avvenire” ha messo in prima pagina con una grande foto notizia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Ma i vescovi e i preti credono ancora alla vita eterna?</span></strong> Spero di sì, ma dovrebbero farcelo capire. Specie nei funerali, in particolare quelli di personaggi famosi.<span id="more-1544"></span></p>
<p>Ho letto, per esempio, le cronache sul rito funebre del giovane calciatore Piermario Morosini che pure “Avvenire” ha messo in prima pagina con una grande foto notizia e questo titolo: “L’ultimo gol di Morosini. Folla ed emozione ai funerali a Bergamo”. Un altro sommario del giornale dei vescovi diceva: “Lacrime, canzoni e applausi. Commovente il ricordo del suo parroco”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">E’ sicuro “Avvenire” che non ci sia nulla de eccepire proprio su quelle canzoni e sul resto?</span></strong></p>
<p>Scrivono i giornali che durante la santa liturgia – invece degli inni sacri che accompagnano un nostro fratello davanti al giudizio di Dio &#8211; <strong><span style="text-decoration: underline;">sono state cantate le canzoni di Ligabue</span></strong>.</p>
<p>Dunque in chiesa, mentre davanti all’altare c’era la bara di quel povero giovane, con il dolore dei suoi cari, e si distribuiva la comunione, venivano schitarrate cose  del genere:<strong><span style="text-decoration: underline;"> “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”.</span></strong></p>
<p>Parole di grande spiritualità? Di evidente connotazione cristiana? Altri “immortali capolavori” dello stornellatore emiliano eseguiti durante la liturgia, dicono le cronache, sono stati “Urlando contro il cielo” (che è tutto un programma) e “Non è tempo per noi” il cui messaggio è espresso da queste parole: “certi giorni ci chiediamo è tutti qui?/ E la risposta è sempre sì”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Tutto questo è accaduto all’interno di un rito liturgico, ciò che la Chiesa ha di più sacro. E mentre l’attuale papa Benedetto XVI si erge (è un caposaldo del suo pontificato) in difesa della sacralità della liturgia, contro invenzioni e contro ogni tipo di abuso</span></strong>.</p>
<p>Ma i vescovi – che in buona parte hanno opposto un muro alla decisione del papa di ridare cittadinanza all’antico rito della Chiesa – non hanno poi nulla da eccepire di fronte a trovate simili nella liturgia.</p>
<p>Del resto non sconcerta solo la scelta canora, tanto più in presenza di un rito funebre. A suscitare interrogativi e perplessità sono anche le parole del parroco e quelle dello stesso vescovo di Bergamo.</p>
<p>Del parroco agenzie e giornali hanno riferito solo lo smisurato panegirico del defunto. Ieri un giornale online aveva addirittura questo sottotitolo: “Il parroco: ‘è stato l’immagine di Dio’ ”. Le testuali parole erano un po’ meno esagerate, ma non troppo: “In questi giorni <strong>Piermario </strong>è stata l&#8217;immagine più bella di Dio perché è stata creatura di pace”.  </p>
<p>A dire il vero la Chiesa prescrive che le messe funebri non siano spettacoli e le omelie non siano elogi biografici del morto, ma una meditazione sull’estrema fragilità della vita, sulla necessità di convertirsi e un’esortazione a pregare per la salvezza dell’anima di quel fratello, perché tutti siamo peccatori e, davanti al giudizio di Dio, come poveri e umili mendicanti, abbiamo bisogno solo delle preghiere dei fratelli e della misericordia del Signore.<br />
Non so se il parroco abbia accennato a queste cose, ben più importanti dell’apologia. Di fatto agenzie e giornali non ne hanno fatto menzione e, soprattutto, neanche il vescovo ha sentito il bisogno di richiamare quei fondamentali.</p>
<p>Il suo messaggio – perché quando ci sono i media è difficile che i prelati facciano mancare la loro voce – è stato anch’esso un panegirico (è riportato nel sito del giornale della diocesi).</p>
<p>Solo alla fine del lungo discorso, composto di 290 parole, ha fatto capolino una volta – e molto formalmente – un fugace accenno alla resurrezione (“vivere nella speranza della resurrezione” per “rendere migliore questo povero mondo”).</p>
<p>Da nessuna parte il prelato spiega che la vita sulla terra è fuggevole, che è una lotta per guadagnarsi la vita eterna, l’unica che vale, che il senso dell’esistenza terrena è questo.</p>
<p>Da nessuna parte ha ammonito sulla serietà delle nostre scelte di fronte alla possibilità della dannazione eterna o della beatitudine.</p>
<p>Da nessuna parte il vescovo ha ricordato a parenti e amici del giovane quella verità, così bella e confortante, proclamata dalla Chiesa nella liturgia, che recita: “ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">E’ questa verità che abbiamo bisogno di sentirci annunciare quando siamo sopraffatti dalla morte di una persona amata. Perché significa che abbiamo un’anima immortale e che rivedremo – dopo una breve pausa – coloro che amiamo e addirittura ci sarà restituito il nostro corpo, senza più limiti, lacrime e sofferenze.</span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Questa impareggiabile consolazione la Chiesa dovrebbe gridarla. Invece i pastori la tacciono. </span></strong></p>
<p>Così come tacciono il fatto che i nostri cari, proprio perché continuano a esistere e sono davanti al giudizio di Dio e nella purificazione dei propri peccati, <strong><span style="text-decoration: underline;">hanno bisogno delle nostre preghiere e sacrifici (per esempio hanno bisogno della pia pratica delle indulgenze).</span></strong></p>
<p>E’ la bellezza della comunione dei santi. Infatti, dopo Cristo, la morte non è più un abisso di lontananza, ma la nostra unione rimane e possiamo continuare ad aiutarci. Dal cielo possono aiutare noi e noi possiamo aiutare loro.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Almeno di fronte alla morte vescovi e preti potrebbero dire una parola cristiana?</span></strong></p>
<p>Pregare per le anime del purgatorio è addirittura una delle opere di misericordia spirituale (insieme a un’altra: “consolare gli afflitti”).</p>
<p>Forse la vera teologia della liberazione è proprio questa perché la preghiera di suffragio può davvero liberare delle creature, può donare la felicità totale e definitiva a chi ancora soffre in purgatorio.</p>
<p>Questa almeno è la dottrina della Chiesa e si desidererebbe sentirla annunciare e insegnare da vescovi e parroci. Che però, invece di parlare di Dio e della vita eterna, preferiscono spesso strologare delle cose del mondo.</p>
<p>E non secondo l’ottica della dottrina sociale cristiana. In genere vanno dietro alle mode del politically correct.</p>
<p>Quella stessa diocesi di Bergamo di cui si è detto, ad esempio, ha fondato un “Centro di etica ambientale” che di recente ha realizzato un corso per i giovani in cui è stato chiamato a pontificare, sull’educazione ambientale, con il climatologo Luca Mercalli, il cantante Roberto Vecchioni.</p>
<p>E, a riprova che nella Curia di Bergamo si frequentano più le canzonette che la teologia dei Novissimi, il presidente di quel Centro diocesano, don Francesco Poli, come riporta un articolo di Avvenire, ha testualmente affermato: “Immagina un mondo nuovo, cantavano i Beatles. Sono passati 40 anni e me lo ripeto ancora”.</p>
<p>Purtroppo pure sulla cultura canzonettistica questi ecclesiastici lasciano a desiderare, perché quella canzone non era cantata dai Beatles, ma fu scritta (ed eseguita) dopo il loro scioglimento da John Lennon.</p>
<p>E quel brano diventò l’inno del fricchettonismo planetario e del Lennon-pensiero, perché era <strong><span style="text-decoration: underline;">un colossale sberleffo contro la religione. </span></strong></p>
<p>Infatti cominciava così: “Imagine there&#8217;s no heaven”, cioè “immagina che non ci sia il paradiso”, e continuava “and no religion too”, cioè “e nessuna religione”.</p>
<p>Questo era il sogno celebrato da Lennon in quella canzone. Di certo non avrebbe immaginato di vederlo celebrare pure da curie ed ecclesiastici.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Il povero Piermario Morosini era ed è un caro ragazzo, buono e forte, che merita ben altro e sono grato alla silenziosa suora francescana che nei giorni scorsi, alla Porziuncola, ha lucrato per la sua anima l’indulgenza. Così da regalargli la felicità. </span></strong></p>
<p>Questa è la pietà cristiana che la Chiesa insegna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 21 aprile 2012</p>
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		<title>Il nostro futuro in pericolo?</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 12:59:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Israele-Iran]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli uomini non sopportano troppa realtà, diceva Thomas S. Eliot. In effetti siamo già così angosciati per lo spread, in ansia per la recessione, la disoccupazione, l’aumento delle tasse, il crollo del consumi, il debito pubblico, la crisi dell’euro, il fantasma del default dell’Italia, che non ci siamo accorti – e non ci vogliamo accorgere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli uomini non sopportano troppa realtà, diceva Thomas S. Eliot. In effetti siamo già così angosciati per lo spread, in ansia per la recessione, la disoccupazione, l’aumento delle tasse, il crollo del consumi, il debito pubblico, la crisi dell’euro, il fantasma del default dell’Italia, che non ci siamo accorti – e non ci vogliamo accorgere &#8211; di un pericolo ancora più mostruoso che incombe sulle nostre teste: un conflitto nucleare in Medio Oriente fra Iran e Israele. Con tutto quel che ne seguirebbe.<span id="more-1542"></span></p>
<p>Proprio in questo fine settimana riprendono a Istanbul le trattative fra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (con l’aggiunta della Germania) sul “potenziale nucleare” del regime degli ayatollah.</p>
<p>La crisi siriana – paradossalmente – ha rafforzato la posizione iraniana, quindi ha accresciuto i pericoli.</p>
<p> Tanto che – come scriveva ieri Arrigo Levi sul Corriere della sera – “il mondo intero si sta ponendo con grande senso di urgenza questi interrogativi”, cioè “quanto è probabile un attacco nucleare iraniano a Israele per ‘eliminare dalla faccia della terra’ lo Stato ebraico” oppure se “dobbiamo aspettarci un attacco preventivo di Israele all’Iran”.</p>
<p>Non che in Italia non se ne parli. Del resto i media internazionali da mesi avvertono dell’avvicinarsi del botto e in Israele da tempo fanno continue esercitazioni – nei luoghi pubblici e nelle case – simulando l’eventualità di un attacco atomico.</p>
<p>Ma noi – comprensibilmente &#8211; siamo così distratti dai nostri guai, così sopraffatti dalle nostre ansie presenti, che navighiamo a vista senza guardare cosa succede fuori dai confini.</p>
<p>Un po’ per la nostra tradizionale lontananza dalle vicende internazionali, un po’ perché negli ultimi sessant’anni il mondo è stato diverse volte sospeso sul baratro nucleare e poi tutto si è sistemato all’ultimo momento.</p>
<p>Eppure, a causa della crisi economica in Italia e nel mondo, in un modo o nell’altro la paura di trovarci di fronte a un crollo, alla fine di un mondo (se non proprio alla fine del mondo), è dilagante, rappresenta veramente lo spirito dei tempi. La stessa “moda” delle (fasulle) profezie Maya ne è un sintomo.</p>
<p>Fa pensare anche, in questi giorni fa, l’insistente (esagerata) rievocazione, su giornali e tivù, della tragedia del Titanic. Credo che in altri momenti della nostra storia recente quell’evento così lontano nel tempo non avrebbe riscosso tanto interesse.</p>
<p>Se oggi rievocare l’enorme transatlantico che si va a schiantare e sprofonda nell’oceano esercita sul nostro immaginario un tale potere ipnotico è proprio perché, dentro qualche zona oscura della nostra coscienza, noi temiamo che quei poveretti siamo noi, che proprio quella sia la raffigurazione del presente: una società opulenta che di colpo &#8211; dalla festa e dai piaceri del lusso &#8211; sprofonda nella tragedia più orribile.</p>
<p>E’ questa la cupa prospettiva che ci aspetta, appena superato il Duemila? Non lo so.</p>
<p>Ma di certo questa sensazione della fine imminente, che curiosamente ci fu anche mille anni fa (la psicosi della fine del mondo infatti non dilagò alla vigilia dell’anno Mille, ma subito dopo), non è basata su fobie irrazionali, ma affonda le sue radici sull’analisi razionale della situazione.</p>
<p>Per quanto tendiamo a dimenticarlo il mondo – oltre ad essere investito da una crisi economica senza precedenti &#8211; è seduto su un’autentica polveriera, capace di distruggere l’umanità una decina di volte.</p>
<p>E sappiamo che ci sono anche regimi e forze capaci di accendere micce o di scatenare scontri incontrollabili… Uno dei rischi d’altronde è pure l’uso di ordigni nucleari da parte del terrorismo internazionale.</p>
<p>La situazione è così grave che anche dal pulpito più nobile, qual è la Cattedra di Pietro, da anni lanciano l’allarme. Sia il papa attuale che il predecessore hanno avvertito l’umanità.</p>
<p>Benedetto XVI, da attentissimo interprete dei segni dei tempi, ha anche esplicitamente espresso il suo timore di una “fine”. Lo ha fatto parlando al corpo diplomatico alcuni mesi fa con una frasetta che è passata inosservata, ma che pesa come un macigno, soprattutto considerata l’autorevolezza e l’abituale pacatezza di chi l’ha pronunciata.</p>
<p>Il Papa ha detto: <strong><span style="text-decoration: underline;">“Il nostro futuro e il destino del nostro pianeta sono in pericolo”</span></strong>. Parole testuali pronunciate pochi mesi fa. E il successivo 13 maggio, a Fatima, durante l’omelia ha esplicitato questo drammatico scenario: “L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo…”.</p>
<p>Quando poi gli sono stati riproposti questi pensieri dal giornalista Peter Seewald, nel recente libro intervista “Luce del mondo”, il Santo Padre ha aggiunto: “senza dubbio ci sono dei segni che ci spaventano e che inquietano”.</p>
<p>Ha inquadrato infatti le minacce belliche nella generale crisi morale ed esistenziale del mondo.</p>
<p>Di fronte a una voce così autorevole che paventa esiti apocalittici della storia mondiale bisogna riflettere seriamente. Bisogna pensare a un cambiamento personale e collettivo.</p>
<p>Il Papa accenna infatti anche a “segni che danno speranza”. Ma oggi la stessa percezione della catastrofe rischia di essere paralizzante e di moltiplicare gli effetti negativi.</p>
<p>Lo vediamo nell’avvitamento su se stessa delle crisi economica, anche italiana, dove le misure anticrisi producono esse stesse nuova crisi e non si vede chi riesca a invertire la rotta e innescare un circolo virtuoso di crescita.</p>
<p>Le rovine hanno un potere ipnotico, come documenta la poesia di Rutilio Namaziano di fronte al crollo e la devastazione del millenario impero romano.</p>
<p>Allora furono i monaci che sulle rovine ricominciarono a costruire, salvando la grande civiltà che si stava perdendo. Avendo gli occhi e il cuore alla Città di Dio, seppero ricostruire la città degli uomini.</p>
<p>Ci vuole un nuovo san Benedetto. Ci vogliono nuovi monaci. Tanto più necessari se dovesse scoppiare il grande botto e se le rovine fossero anche materiali, oltreché economiche, morali e spirituali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 15 aprile 2012</p>
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		<title>Un regalo meraviglioso alla nostra generazione: &#8220;L&#8217;Evangelo come mi è stato rivelato&#8221; di Maria Valtorta</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 08:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'Evangelo come mi è stato rivelato]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Valtorta]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ un paradosso, ma i moderni “non credenti” sembrano letteralmente affascinati da Gesù di Nazaret. Ernst Renan lo definisce “uomo incomparabile, grande al punto che non mi sentirei di contraddire coloro che lo chiamano Dio”. Un altro intellettuale “anticristiano” Paul Louis Couchoud ammetteva: “Nella mente degli uomini, nel mondo ideale che esiste sotto i crani, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ un paradosso, ma i moderni “non credenti” sembrano letteralmente affascinati da Gesù di Nazaret. Ernst Renan lo definisce <strong><span style="text-decoration: underline;">“uomo incomparabile, grande al punto che non mi sentirei di contraddire coloro che lo chiamano Dio”</span></strong>.<span id="more-1539"></span></p>
<p>Un altro intellettuale “anticristiano” Paul Louis Couchoud ammetteva:</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">“Nella mente degli uomini, nel mondo ideale che esiste sotto i crani, Gesù è incommensurabile. Le sue proporzioni sono fuori di paragone, il suo ordine di grandezza è appena concepibile. La storia di Occidente, dall’impero romano in poi, si ordina intorno a un fatto centrale, a un evento generatore: la rappresentazione collettiva di Gesù e della sua morte. Il resto è uscito di là o si è adattato a ciò. Tutto ciò che si è fatto in Occidente durante tanti secoli si è fatto all’ombra gigantesca della croce”.</span></strong></p>
<p>E tanto gli uomini desiderano saperne di più che spesso scrittori, registi, intellettuali danno sfogo alla fantasia per ricamare storie sui Vangeli, per inventare teorie o spesso balle e magari per produrre film, telefilm o spettacoli, solitamente di basso livello, ma che mietono grandi ascolti, perché – come dice la Chiesa – “tutta la terra desidera il Suo volto”.</p>
<p>I Vangeli infatti sono cronache abbastanza scarne, che contengono i fatti necessari ed essenziali, ma che molto lasciano immaginare. Infatti san Giovanni conclude il suo Vangelo proprio così: “vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”.</p>
<p>Ebbene, se è vero che tutti desidererebbero essere stati lì, presenti, aver visto Gesù di Nazaret, il suo volto, “il più bello tra i figli dell’uomo”, averlo ascoltato in quelle piazze, su quelle strade polverose, aver assistito ai suoi sconvolgenti miracoli, si deve sapere che <strong><span style="text-decoration: underline;">esiste un’opera, unica al mondo e unica nella storia, che esaudisce esattamente questo desiderio “impossibile”</span></strong>.</p>
<p>Proprio alla nostra generazione è stato fatto questo dono eccezionale. Si tratta di un’opera in dieci volumi, circa 5000 pagine, letteralmente travolgenti, dove si rivive in presa diretta, giorno per giorno, l’avventura di Gesù di Nazaret, l’uomo-Dio che ha capovolto la storia umana.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">S’intitola “L’Evangelo come mi è stato rivelato” e ha la firma di Maria Valtorta</span></strong>.</p>
<p>Queste pagine sono il frutto di alcuni anni di esperienze mistiche nelle quali Gesù ha letteralmente fatto rivivere alla veggente quei giorni di duemila anni fa, proprio come se fosse stata lì allora, anzi, ancora di più perché lei vede e ascolta anche cose che gli stessi apostoli, in quei giorni, non poterono vedere, conoscere e riferire (a cominciare da tutto il lungo traviamento di Giuda, conosciuto solo da Gesù che provò in ogni modo e con un amore inaudito, per tre anni, a salvarlo).</p>
<p>Ma chi è Maria Valtorta? Nasce il 14 marzo 1897. Dal 1913 i Valtorta abitano a Firenze. Lei è militante dell’Azione Cattolica e durante la prima guerra fa l’infermiera volontaria.</p>
<p>Sempre a Firenze, nel 1920, durante una manifestazione, un rivoluzionario colpisce alla schiena la ragazza, che si trovava lì per caso, ponendo le condizioni della sua successiva immobilità.</p>
<p>Infatti, dopo varie esperienze dolorose, dal 1° aprile 1934 fino alla morte, il 12 ottobre 1961, trascorse ventisette anni e mezzo ‘inchiodata’ al letto. Un calvario che lei visse con fede eroica.</p>
<p>Per questo, a cinquant’anni dalla morte, sono sempre di più coloro che aspettano l’apertura del processo di beatificazione. La Valtorta era una donna di forte personalità, molto razionale e concreta, per nulla incline alle suggestioni fantastiche e che mai desiderò o cercò esperienze mistiche.</p>
<p>I fenomeni soprannaturali iniziarono nel 1943, proprio quando lei pensava di non farcela più e di essere vicina alla morte. La mattina del 23 aprile, era il venerdì santo, Gesù entrò nella sua vita e iniziò per lei una frequentazione soprannaturale quotidiana fatta di locuzioni interiori, visioni e dettati che impegnò Maria – già sofferente su quel letto – in un lavoro di trascrizione immane: circa quindicimila pagine manoscritte.</p>
<p>L’opera principale è appunto ‘L’evangelo come mi è stato rivelato’. Dal 1944 al 1947 – con alcune visioni successive – la Valtorta ha rivissuto tutta la storia di Gesù, riferendo ogni episodio e descrivendo perfino gli odori e il vento.</p>
<p>Pagine eccezionali che, in pratica, contengono tutti i quattro evangeli e riempiono i periodi mancanti, risolvendo tanti punti enigmatici o apparenti contraddizioni.</p>
<p>Leggere queste pagine non è solo un’avventura straordinaria per la mente, perché rivela tutto quello che si vuole sapere e illumina tutta la verità, ma cambia il cuore e cambia la vita.</p>
<p>Soprattutto conferma con i fatti tutti i dogmi e l’insegnamento della Chiesa, di san Giovanni, di san Paolo, di tutti i Concili.</p>
<p>Dopo aver compitato per vent’anni centinaia di volumi di biblisti, <strong><span style="text-decoration: underline;">posso dire che – con la lettura dell’Opera della Valtorta – si possono buttare al macero duecento anni di chiacchiere illuministe, idealiste e moderniste sui Vangeli e sulla vita di Gesù</span></strong>.</p>
<p>E questo forse è uno dei motivi per cui quest’opera eccezionale – che commosse anche Pio XII – è tuttora ignorata e “rimossa” dall’intellighentsia ufficiale, dal modernismo clericale.</p>
<p>Nonostante ciò, fuori dei normali canali di distribuzione, grazie a Emilio Pisani e al Centro editoriale valtortiano, l’Opera è stata letta da un mare di persone, ogni anno da decine di migliaia di nuovi lettori, ed è tradotta in 21 lingue.</p>
<p>Un celebre biblista, Gabriele Allegra l’ha definita <strong><span style="text-decoration: underline;">“un capolavoro della letteratura cristiana mondiale”</span></strong>.  E constatava “la sorprendente cultura scritturistica” dell’autrice, che però non aveva studiato teologia e aveva a sua disposizione solo una vecchia e popolare versione della Bibbia.</p>
<p>Emblematico anche il giudizio che nel 1952 espresse il padre gesuita Agostino Bea, un’autorità in campo esegetico, essendo Rettore del Pontificio istituto biblico di Roma (dove alcuni anni dopo gli succedette Carlo Maria Martini).</p>
<p>Bea fu anche una importante personalità della Chiesa perché – dopo essere stato il confessore di Pio XII – divenne cardinale e fu uno dei principali protagonisti del Concilio Vaticano II.</p>
<p>Ebbene nel 1952 scrisse di aver esaminato un estratto dell’Opera “attendendo nella lettura particolarmente alla parte esegetica, storica, archeologica e topografica”.</p>
<p>Ecco il suo giudizio: “Quanto all’esegesi non ho trovato, nei fascicoli da me esaminati, errori di alcun rilievo. Sono poi stato molto impressionato dal fatto che le descrizioni archeologiche e topografiche sono proposte con notevole esattezza”.</p>
<p>Tutto questo è umanamente inspiegabile.</p>
<p>Nell’Opera valtortiana si trova una ricostruzione così precisa e ricca dei fatti storici, geografici e umani della vita pubblica di Gesù che è impossibile da spiegare, specie se si pensa che è uscita dalla penna di una donna che era ignara di queste materie e di teologia, che non conosceva la Terra Santa e che non disponeva di libri da consultare trovandosi malata e immobilizzata su un letto, nella Viareggio della Linea gotica, durante i mesi più feroci la guerra.</p>
<p>Migliaia di pagine, traboccanti di notizie e riflessioni altissime, di descrizioni geografiche che solo oggi, andando sul posto, si potrebbero fare.</p>
<p>Centinaia di toponimi e resoconti di luoghi che erano sconosciuti a tutti e che solo le recenti ricerche e gli scavi archeologici hanno riportato alla luce. <strong><span style="text-decoration: underline;">L’Opera della Valtorta è davvero inspiegabile con mezzi umani</span></strong>. Perfino lo stile letterario è molto alto.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Ma, soprattutto, il gigante che attraversa quelle pagine e che affascina per potenza, bontà, bellezza, che entusiasma per parole e atti, è precisamente quel Gesù di Nazaret di cui parlano i Vangeli. Il mondo non aveva visto e non vedrà mai niente di paragonabile</span></strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 7 aprile 2012</p>
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		<title>Il genio di Caravaggio nel farci vedere Gesù&#8230;.</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 08:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Caritas romana]]></category>
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		<description><![CDATA[Al centro dell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua, “La scena perduta” (Einaudi, pp. 368, euro 21) c’è un quadro strano, sorprendente. E’ un dipinto di Matthias Meyvogel, un artista del Seicento. Malgrado il titolo, “Caritas romana”, l’opera appare ben poco “spirituale”, anzi è un’immagine fortemente sensuale: rappresenta una giovane donna che fa succhiare il suo seno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al centro dell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua, “La scena perduta” (Einaudi, pp. 368, euro 21) c’è un quadro strano, sorprendente. E’ un dipinto di Matthias Meyvogel, un artista del Seicento.<span id="more-1536"></span></p>
<p>Malgrado il titolo, “Caritas romana”, l’opera appare ben poco “spirituale”, anzi è un’immagine fortemente sensuale: rappresenta una giovane donna che fa succhiare il suo seno a un vecchio che ha le mani legate dietro la schiena.</p>
<p>Qual è il senso e la storia di quell’immagine su cui Yehoshua richiama la nostra attenzione per la fascinazione che esercita?</p>
<p>Ci troviamo di fronte a un tema che sembra aver quasi ossessionato la pittura dal XVI al XVIII secolo. Lo sanno gli addetti ai lavori. Ma possono facilmente scoprirlo anche i profani. Basta andare su Google, scrivere la formula “caritas romana” e cliccare su “immagini”, per scoprire che ci sono decine di opere con lo stesso soggetto.</p>
<p>Si sono cimentati con esso tantissimo pittori, più e meno famosi. Guido Reni, Georg Pencz, Rubens, Bernardino Mei, Antonio Gherardi, Domenico Manetti, Giovanni Antonio Pellegrini, Jean Baptiste Deshays, Gaspard de Crayer, Januarius Johann Rasso, Murillo, Domenico Cerrini, Bartolomeo Manfredi, Antonio Galli, Jan Janssens, Lorenzo Pasinelli, Orazio Gentileschi, Giovanni Romanelli, Domenico Maria Viani e molti altri.</p>
<p>Tutte queste tele raccontano una storia ambientata dell’antica Roma. Si dice che il vecchio Cimone sia stato rinchiuso in una buia galera e lì condannato a morire di fame e di sete. La figlia, Pero, ogni giorno gli faceva visita e di nascosto lo nutriva al suo seno per salvargli la vita.</p>
<p>Fu infine scoperta, ma i giudici, commossi dal suo gesto di pietà, decisero di graziare il vecchio. In ricordo di questo esempio di amore filiale si narra che fu eretto lì, nel foro Olitorio, nel 181 a.C., un tempio dedicato alla Pietas, poi sostituito dalla basilica di San Nicola in carcere.</p>
<p>La storia di Cimone e Pero – riferita anche da Valerio Massimo &#8211; era già stata rappresentata a Pompei nella villa di Valerio Frontone e il soggetto tornò ad essere raffigurato una miriade di volte nel Rinascimento e poi nel Seicento. In genere queste opere sono tutte intitolate “Carità romana”.</p>
<p>E’ dunque una storia di pietà, di umanità, che fu riscoperta attorno al XVI secolo e, secondo la cultura rinascimentale impregnata di mentalità pagana, fu rappresentata in quel modo ambiguo e sensuale.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Finché arrivò Caravaggio e – anche in questo caso – fece una rivoluzione. La sua opera ha tutt’altro tema: le sette opere di misericordia corporale. </span></strong></p>
<p>E’ una grande tela che sta sull’altare della chiesa del Pio Monte della Misericordia di Napoli e fu dipinta nel 1606 per quella confraternita.</p>
<p>E’ un capolavoro in cui vengono rappresentate in modo concitato, drammatico quelle opere di carità materiale su cui Gesù, nel Vangelo, dice che saremo giudicati alla fine dei tempi. Tutta la scena è sormontata dall’immagine della Madonna col bambino che è la fonte di tutte le grazie.</p>
<p>Ebbene, se si osserva attentamente l’opera ci si accorge subito che sulla destra il pittore ha rappresentato una giovane donna, in piedi, che – mentre guarda altrove &#8211; con la mano offre la sua mammella a un vecchio il quale sporge la testa da una finestrella con le sbarre, per accostare la sua bocca al seno candido della ragazza.</p>
<p>La scena della ragazza e del vecchio riunisce in sé due opere di misericordia corporale: “dar da mangiare agli affamati” e “visitare i carcerati”.</p>
<p>Chi prega davanti a quell’altare dunque ha davanti a sé quella grande tela dove è ben visibile questa immagine. E’ sorprendente che negli anni della cosiddetta Controriforma fosse accettata un’immagine così audace e che tale immagine sia in una pala d’altare.</p>
<p>Ma, in realtà, ancor più sorprendente è il fatto che nel contesto di quell’opera, dove sono rappresentate tutte le sofferenze umane e la carità cristiana, sembra che ogni ambigua sensualità scompaia.  </p>
<p>E’ l’ennesimo colpo di genio – un genio radicalmente cattolico – di Caravaggio. Lui fece sua l’iconografia della ragazza pietosa che allatta il vecchio prigioniero, ma la cristianizzò applicandola alle opere di misericordia.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Tuttavia proprio la forte carnalità di quell’iconografia serviva al Merisi per far percepire la concretezza della carità e la carnalità della salvezza cristiana.</span></strong></p>
<p>La tela caravaggesca fa vedere che le opere di misericordia abbracciano tutta la nostra condizione umana: l’essere affamato, assetato, ignudo, l’essere carcerato, ammalato o senza un tetto, infine l’essere morto e quindi l’aver bisogno di venire sepolto.</p>
<p>E queste opere vanno accanto alle opere di misericordia spirituale. Tutte insieme sono le opere che Gesù compiva, con cui esprimeva il suo amore, la sua compassione per ogni essere umano, nella sua condizione esistenziale e anche materiale. E sono le opere che anche a noi chiede per entrare in Paradiso.</p>
<p>Era lui il Buon Samaritano della parabola, colui che si china a curare e fasciare le ferite dell’uomo moribondo. Si prende cura pure delle sue piaghe fisiche perché il cristianesimo non è appena la religione dell’immortalità dell’anima, ma della resurrezione dei corpi (e ci sarà pure un motivo se gli ospedali sono stati inventati dalla Chiesa).</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Ma c’è qualcosa di più che si esprime in questa rappresentazione delle opere di misericordia. Gesù salva l’umanità ferita dalla disperazione, dalla prigionia del male e della morte, dando il suo stesso corpo e il suo sangue, pagando nella sua carne il riscatto. E poi addirittura nutrendoci con la sua carne e il suo sangue per divinizzarci.</span></strong></p>
<p>Ecco perché quell’insolita scena di allattamento, assunta da Caravaggio, esprime misteri profondi: è la Grazia che salva dalla morte e ridà nuova vita all’uomo vecchio, prigioniero del male. La Grazia è Gesù stesso, Dio fatto carne, il Dio-uomo.</p>
<p>Un’iconografia antica e tradizionale di Cristo è quella del pellicano che si squarcia il petto per nutrire i suoi piccoli col suo stesso sangue.</p>
<p>Il sangue e l’acqua che uscirono dal petto del crocifisso hanno questo profondo significato di lavacro e nutrimento per noi. E’ nutrendoci del suo stesso corpo che egli ci libera dalla prigionia.</p>
<p>Diversi mistici usano l’immagine delle labbra che si abbeverano alla ferita del costato di Gesù. Naturalmente quelle immagini di nutrizione e dissetamento sono tutte metafore dell’eucaristia (Caravaggio aveva rappresentato le delizie dell’eucaristia anche con il famoso e bellissimo cesto di frutti, rifacendosi a un tema della spiritualità di San Carlo e del Concilio di Trento).</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Quello che Caravaggio rappresenta in questa tela è un amore unico al mondo, così folle, concreto e appassionato che la scena della “lactatio” ne dà solo una pallidissima idea. Forse – per riprendere il titolo di Yehoshua &#8211; “la scena perduta” dall’umanità del nostro tempo è proprio questo Amore.</span></strong></p>
<p>Infatti il nostro tempo erotomane esprime anche con l’ossessione del sesso quella insoddisfazione perenne nella sua ricerca dell’estasi, dell’Amore vero e della felicità. Proprio perché siamo carne la salvezza è venuta nella carne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 24 marzo 2012</p>
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		<title>Per la crescita del Pil non bisogna imitare la Cina, ma tornare alle radici cristiane (quando l&#8217;Italia cresceva al 6 per cento annuo)</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 09:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Caritas in Veritate]]></category>
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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		<description><![CDATA[Monopolizzano la scena ormai da mesi: la “signora crescita” e il “signor pil”. E inseguiamo tutti drammaticamente il loro matrimonio. Anche in queste ore sono al centro delle trattative fra partiti, governo e sindacati. La politica italiana si è perfino suicidata sull’altare di questa nuova divinità statistica da cui sembra dipendere il nostro futuro. Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Monopolizzano la scena ormai da mesi: la “signora crescita” e il “signor pil”. E inseguiamo tutti drammaticamente il loro matrimonio. Anche in queste ore sono al centro delle trattative fra partiti, governo e sindacati.<span id="more-1533"></span></p>
<p>La politica italiana si è perfino suicidata sull’altare di questa nuova divinità statistica da cui sembra dipendere il nostro futuro. Se però alzassimo lo sguardo dalla cronaca dovremmo chiederci: chi è questo “signor Pil”?</p>
<p>I manuali dicono che è il “valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo Paese in un intervallo di tempo”. Ma fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, ad affermare che “il benessere di un Paese non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”.</p>
<p>Lo ha ricordato ieri Marco Girardo, in un bell’articolo su “Avvenire”, aggiungendo che ormai da decenni economisti e pensatori mettono in discussione questo parametro: da Nordhaus a Tobin, da Amartya Sen a Stiglitz e Fitoussi.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">KENNEDY LO SAPEVA</span></strong></p>
<p>Girardo ha riproposto anche un bell’intervento di Bob Kennedy, che già nel 1968, tre mesi prima di essere ammazzato nella campagna presidenziale che lo avrebbe portato alla Casa Bianca, formulò così il nuovo sogno americano:</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">“Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.</span></strong></p>
<p>Non è una discussione astratta. Infatti con l’esplosione e lo strapotere della finanza &#8211; che nei primi anni Ottanta valeva l’80 per cento del Pil mondiale e oggi è il 400 per cento di esso – questo “erroneo” Pil è diventata la forca a cui si impiccano i sistemi economici, il benessere dei popoli e la sovranità degli stati.</p>
<p>Oggi la ricchezza finanziaria non è più al servizio dell’economia reale e del benessere generale, ma conta più dell’economia reale e se la divora, la determina e la sconvolge (e con essa la vita di masse enormi di persone).</p>
<p>Anche perché ha imposto una globalizzazione selvaggia che ha messo ko la politica e gli stati e che sta terremotando tutto.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">PRIGIONIERI DELLA FINANZA</span></strong></p>
<p>La crescita del Pil o la sua decrescita decide il destino dei popoli, è diventata quasi questione di vita o di morte e tutti – a cominciare dalla politica, ridotta a vassalla dei mercati finanziari – stanno appesi a quei numerini.</p>
<p>Dunque le distorsioni e gli errori che erano insiti nell’originaria definizione del Pil rischiano di diventare giudizi sommari e sentenze di condanna per i popoli.</p>
<p>Per questo, l’estate scorsa, nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’Italia, <strong>un grande pensatore come </strong><strong>Zygmunt Bauman, denunciando “un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo”, descriveva così l’assurdità della situazione: “C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del pil. E quando il mercato si ferma la società si blocca”.</strong></p>
<p>Nessuno ovviamente può pensare che non si debba cercare la crescita del Pil (l’idea della decrescita è un suicidio). Il problema è cosa vuol dire questa “crescita” e come viene calcolata oggi. Qui sta l’assurdo.</p>
<p>Bauman faceva un esempio:</p>
<p><strong>“</strong><strong>se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito”.</strong></p>
<p>Con questa assurda logica – per esempio &#8211; fare una guerra diventa una scelta salutare perché incrementa il pil, mentre avere in un Paese cento Madre Teresa di Calcutta che soccorrono i diseredati è irrilevante.</p>
<p>Un esempio italiano: avere una solidità delle famiglie o una rete di volontariato che permettano di far fronte alla crisi non è minimamente calcolato nel Pil.</p>
<p>Eppure proprio noi, in questi anni, abbiamo visto che una simile ricchezza, non misurabile con passaggio di denaro, ha attutito dei drammi sociali che potevano essere dirompenti.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">IL PAPA CI ILLUMINA</span></strong></p>
<p>Ciò significa che ci sono fattori umani, non calcolabili nel Pil, che hanno un enorme peso nelle condizioni di vita di una società e anche nel rilancio della stessa economia.</p>
<p>Perché danno una coesione sociale che il mercato non può produrre, ma senza la quale non c’è neppure il mercato.</p>
<p>Ecco perché Benedetto XVI nella sua straordinaria enciclica sociale, “Caritas in Veritate”, uscita nel 2009, nel pieno della crisi mondiale, ha spiegato che “lo sviluppo economico, sociale e politico, ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano di fare spazio al principio di gratuità”, alla “logica del dono”.</p>
<p>Ovviamente il Papa non prospetta “l’economia del regalo”. Il “dono” è tutto ciò che è “gratuito”, non calcolabile e che non si può produrre: l’intelligenza dell’uomo, l’amore, la fraternità, l’etica, l’arte, l’unità di una famiglia, la carità, l’educazione, la creatività, la lealtà e la fiducia, l’inventiva, la storia e la cultura di un popolo, la sua fede religiosa, la sua laboriosità, la sua speranza.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">MIRACOLO ITALIANO</span></strong></p>
<p>Se vogliamo guardare alla nostra storia, sono proprio questi fattori che spiegano come poté verificarsi, nel dopoguerra, quel “miracolo economico” italiano che stupì il mondo.</p>
<p>Tutti oggi parlano di crescita (e siamo sotto lo zero), ma <strong><span style="text-decoration: underline;">come fu possibile in Italia, dal 1951 al 1958, avere una crescita media del 5,5 per cento annuo e dal 1958 al 1963 addirittura del 6,3 per cento annuo? </span></strong></p>
<p>Non c’erano né Monti, né la Fornero al governo. Chiediamoci come fu possibile che un Paese sottosviluppato e devastato dalla guerra balzasse, in pochi anni, alla vetta dei Paesi più sviluppati del mondo.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Dal 1952 al 1970 il reddito medio degli italiani crebbe più del 130 per cento, quattro volte più di Francia e Inghilterra, rispettivamente al 30 e al 32 per cento (se assumiamo che fosse 100 il reddito medio del 1952, nel 1970  noi eravamo a 234,1).</span></strong></p>
<p>E’ vero che avemmo il Piano Marshall, ma anche gli altri lo ebbero. Inoltre noi non avevamo né materie prime, né capitali, né fonti energetiche. Eravamo usciti distrutti e perdenti da una dittatura e da una guerra e avevamo il più forte Pc d’occidente che ci rendeva molto fragili.</p>
<p>Quale fu dunque la nostra forza?</p>
<p>E’ – in forme storiche diverse &#8211; la stessa che produsse i momenti più alti della nostra storia, la Firenze di Dante o il Rinascimento che ha illuminato il mondo, l’Europa dei monaci, degli ospedali e delle università: il cristianesimo. Pure la moderna scienza economica ha le fondamenta nel pensiero cristiano, dalla scuola francescana del XIV secolo alla scuola di Salamanca del XVI.</p>
<p>Noi c’illudiamo che il nostro Pil torni a crescere se imiteremo la Cina. Ma la Cina – anzi la Cindia &#8211; non fa che fabbricare, in un sistema semi-schiavistico (quindi a prezzi stracciati), secondo un “know how” del capitalismo che è occidentale. Scienza, tecnologia ed economia sono occidentali. L’Oriente copia.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">ECCO IL SEGRETO</span></strong></p>
<p>Proprio <strong><span style="text-decoration: underline;">l’Accademia delle scienze sociali di Pechino</span></strong>, richiesta dal regime di “spiegare il successo, anzi la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo”, nel 2002, scrisse nel suo rapporto: “Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale”.</p>
<p>Scartate la superiorità delle armi, poi del sistema politico, si concentrarono sul sistema economico: “negli ultimi venti anni” scrissero <strong><span style="text-decoration: underline;">“abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla vita democratica. Non abbiamo alcun dubbio”.</span></strong></p>
<p>Loro lo sanno. Noi non più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antonio Socci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da “Libero”, 18 marzo 2012</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ferrara riflette sulle (im)possibili dimissioni del Papa. Intuizioni profonde e un mistero che sfugge&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 09:25:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio.socci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[dimissioni del Papa]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Papa si dimetterà? Quando, il 25 settembre scorso, su queste colonne, scrissi che Benedetto XVI – in vista degli 85 anni – stava valutando anche la possibilità delle dimissioni, riferivo delle voci che mi erano arrivate da tre fonti indipendenti e credibili della Curia romana.   Personalmente non auspico per nulla tali dimissioni, anzi, ammirando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Papa si dimetterà? Quando, il 25 settembre scorso, su queste colonne, scrissi che Benedetto XVI – in vista degli 85 anni – stava valutando anche la possibilità delle dimissioni, riferivo delle voci che mi erano arrivate da tre fonti indipendenti e credibili della Curia romana.  <span id="more-1531"></span></p>
<p>Personalmente non auspico per nulla tali dimissioni, anzi, ammirando papa Ratzinger, spero in un suo lungo pontificato. Ma è un dovere &#8211; per chi fa questo lavoro &#8211; riferire anche le cose che non piacciono.</p>
<p>Soprattutto quando sono accreditate dalle parole dello stesso pontefice in un libro intervista uscito nel 2010, in cui <strong><span style="text-decoration: underline;">il Santo Padre – in via di principio &#8211; sottolinea apertamente per il papa “il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”</span></strong>.</p>
<p>Il mio articolo fu attaccato – come se io mi fossi inventato uno scoop per fare clamore &#8211; da qualche collega (vaticanista e no) frustrato per aver bucato la notizia o, in certi casi, semplicemente per livore personale.</p>
<p>Inoltre fui liquidato dalle sprezzanti parole di qualche anonimo vaticano (terrorizzato dalla possibilità di perdere la poltrona) che mi condannava per lesa maestà, dimenticando che era stato lo stesso Ratzinger a fare pubblicamente questa ipotesi (negli ambienti clericali, dove abbondano il bru bru e la squallida ferocia del pettegolezzo, non si capisce un grande papa come l’attuale che vola alto sulla palude, discutendo di tutto serenamente e alla luce del sole).</p>
<p>Dal giorno in cui uscì quel mio articolo – con buona pace dei vaticanisti italiani &#8211; i boatos sulle possibili dimissioni del papa si sono moltiplicati, soprattutto sulla stampa straniera. Sono usciti poi articoli che fanno pettegolezzi sullo stato di salute del pontefice. Trovando mezze conferme in qualcuno dei documenti riservati usciti in questi mesi dai sacri palazzi.</p>
<p>A me non piacciono le discussioni sulla salute dei personaggi pubblici. Del resto mi pare ovvio che un uomo di 85 anni non abbia le energie di uno di 50 (e lo dimostra il calendario dei viaggi internazionali di Benedetto XVI, ormai ridotti al lumicino).</p>
<p>Ma il tema delle dimissioni del papa ha ben altro spessore e merita riflessioni serie.</p>
<p>Lo ha dimostrato ieri Giuliano Ferrara con un lungo articolo sul Foglio dove ha ragionato da par suo – elevandosi al di sopra dei pettegolezzi e delle ipocrisie clericali – sul significato e sulle conseguenze che avrebbero le dimissioni di Benedetto XVI.</p>
<p>Ha senso parlarne, anzi è doveroso, proprio perché è stato per primo lo stesso papa Ratzinger, nel libro-intervista con Peter Seewald, a proclamare tale possibilità e a lanciarla nel dibattito pubblico.  </p>
<p>Del resto le dimissioni di un Papa sono previste dal Canone 332 del Codice di diritto canonico e storicamente non sono un inedito. Si sono verificati casi del genere sia nei primi secoli cristiani che nel Medioevo.</p>
<p>Lo stesso Paolo VI stava prendendo in considerazione questa possibilità (morì però in quelle stesse settimane). Infine è stato scritto che Pio XII, minacciato di deportazione dai nazisti, sotto l’occupazione tedesca di Roma scrisse una lettera di dimissioni da rendere pubblica in caso fosse stato fatto prigioniero, affinché Hitler non potesse mai dire di avere nelle sue mani il Vicario di Cristo, ma solo il cardinal Pacelli.</p>
<p>Dunque – venendo a Benedetto XVI – va detto che la tempesta che ha travolto in questi mesi la Curia vaticana, in particolare la Segreteria di stato, allontana l’ipotesi di dimissioni del papa, il quale ha sempre precisato che esse sono da escludere quando la Chiesa è in grandi difficoltà e perciò potrebbero sembrare una fuga dalle responsabilità.</p>
<p>D’altronde nel caso di papa Ratzinger non si tratterebbe di un drastico ritiro in qualche abbazia bavarese, a studiare, a scrivere e pregare (come ha sempre sognato di poter fare in vecchiaia), perché tornando cardinale di fatto tornerebbe a ricoprire anche quella carica di Decano del Sacro Collegio che aveva già nel Conclave del 2005, da cui uscì pontefice.</p>
<p>Azzerate le cariche di tutti gli altri, il Decano – secondo le norme vigenti &#8211; celebra la messa solenne “pro eligendo romano pontifice” e guida le congregazioni all’elezione del nuovo papa. In pratica il cardinale Ratzinger – oltretutto da ex pontefice che ha nominato gran parte di quei prelati &#8211; si troverebbe a orientare assai autorevolmente la scelta del suo successore.</p>
<p>Ferrara non conosce questo dettaglio tecnico, ma proprio tale dettaglio avvalora molto il suo acuto ragionamento e le sue conclusioni. Vediamo dunque l’analisi di Ferrara.</p>
<p>Il direttore del Foglio, che da sempre è un estimatore di Ratzinger (stima ricambiata dal pontefice), spiega che considerando la situazione, di per sé, viene da escludere le dimissioni, ora che il Papa è nel pieno della sua opera di purificazione della Chiesa, di restaurazione liturgica, di rilancio missionario e dottrinale.</p>
<p>Lo aspettano l’importante viaggio in centro America, il grande raduno sulla famiglia a Milano e soprattutto l’Anno della fede che ha fortemente voluto, con il quale arriverà anche la sua enciclica sulla fede che è il centro del suo pontificato.</p>
<p>Tuttavia è anche evidente l’opposizione del mondo e di un certo establishment teologico-clericale alle “grandi intuizioni” di Benedetto XVI e del predecessore, dalla traumatica (per la modernità laica) affermazione di “Cristo unico mediatore di salvezza” allo “sradicamento della speranza messianica incarnata nella rivoluzione politica”, dalla chiara messa a punto nei confronti dell’Islam arrembante (Ratisbona), alla “ragione che argomenta la fede e si porta nello spazio pubblico” fino alla “legittimità della politica riguardo alle questioni non negoziabili dell’umanesimo cristiano (il discorso al Bundestag e molto altro)”.</p>
<p>Si potrebbe proseguire con la questione della morale in una modernità senza più orientamento umanistico e con il ritrovamento dell’antica liturgia della Chiesa a fronte delle dissennatezze post-conciliari.</p>
<p>Con tutti questi fronti aperti le dimissioni sono impensabili, secondo Ferrara. Eppure, aggiunge subito dopo, proprio un colpo di reni del genere potrebbe paradossalmente risvegliare tutta la Chiesa come uno straordinario choc:</p>
<p><em>“Un Papa che si dimette perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio che non cancelli il suo stesso magistero, ma anzi lo rilanci, ha indirettamente la possibilità di influenzare con maggiore tempra e fondamento la successione (…). Realizza un sogno personale (…). Scombussola certezze tradizionali secolari, innova radicalmente, promuove un’età regnante che renda meno ingovernabile il popolo di Dio (…) e toglie ogni lentezza, stanchezza o spirito difensivo alla casa romana di Pietro. L’azzardo è forte”, ma “chissà che un giorno al Papa non appaia come un raddoppio di quella forza il gesto sovrano e papocentrico delle dimissioni”. </em></p>
<p>Di certo, come dice Ferrara, se c’è un Papa capace di fare un tale gesto di libertà spirituale e di giovinezza cristiana “questo Papa si chiama Benedetto XVI”.</p>
<p>La riflessione di Ferrara è geniale e, secondo me, coglie nel segno. Aggiungo un solo argomento: la totale consegna di sé nelle mani del Signore, fatta da Benedetto XVI, deriva dalla sua certezza granitica che comunque è Gesù stesso a guidare la Chiesa ed è sempre lui a rinnovarla attraverso i carismi, suscitando santi e profeti, infine con un’imponenza di fatti soprannaturali nei tempi moderni – da Lourdes a Fatima e Medjugorije – che pare inedita nella storia bimillenaria della Chiesa: Medjugorije significa un mare di conversioni che non ha eguali negli anni del post-concilio e che nessuna burocrazia clericale aveva progettato né immaginato.</p>
<p>Il Papa – a differenza di tanti prelati – è certo che non è la sociologia, ma il miracolo a far vivere la Chiesa e a proiettarla nei secoli. Ed è questa la vera fonte delle sorprese. Imprevisti e miracoli fanno la storia della Chiesa.</p>
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<p>Antonio Socci</p>
<p>Da “Libero”, 11 marzo 2012</p>
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<p>Post scriptum : A quanto scritto in questo articolo aggiungo solo, per i miei amici e lettori, che credo sia davvero importante continuare a pregare ardentemente per il nostro papa, Benedetto XVI, che si trova a guidare la barca di Pietro in un tempo terribile&#8230;.</p>
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