E’ sgradevole per noi toscani trovarci sulle prime pagine dei giornali solo per notizie catastrofiche come sta accadendo da qualche tempo.

Epidemie, fallimenti finanziari, ormai ci manca solo la pioggia di fuoco e l’invasione di cavallette (quella di cinghiali l’abbiamo già e per quella dei lupi, nelle campagne maremmane e sull’Appennino, ci stiamo attrezzando).

C’è un susseguirsi di sciagure diverse che vede il suo epicentro proprio in Toscana. E per chi – come me – ha sempre pensato di vivere nella terra più bella del mondo, è scioccante scoprire di essere nel cratere della sfiga nazionale.

TOSCANA SULLA SCENA

Siamo infatti l’epicentro dell’emergenza meningite, che ha tuttora cause inspiegabili (le cosiddette autorità ne verranno mai a capo?).

Siamo pure – col Monte dei Paschi – sulla soglia di un baratro finanziario che ha rischiato (o rischia?) addirittura di dare un colpo pesante al Paese. Anche in questo caso sarebbe utile approfondire i perché del disastro (magari con una Commissione parlamentare d’inchiesta).

La Toscana però è stata (e in parte è tuttora) al centro delle cronache pure per per altri motivi non necessariamente nefasti: perché toscanissimo era (ed è) il protagonista indiscusso della vita politica nazionale, colui che ha incendiato le discussioni fino al 4 dicembre, cioè l’ex premier, già sindaco di Firenze e presidente della provincia fiorentina.

All’inizio la scanzonata simpatia del toscano, schietto e abile, ha fatto breccia ed ha ammaliato molti, poi sono cominciati per Renzi i problemi con l’opinione pubblica proprio per la vicenda toscana di banca Etruria. L’ostilità infine è aumentata per le sue scelte di governo.

Non so cosa avrebbero scritto di lui due toscanissimi anarchici come Indro Montanelli e Oriana Fallaci. Ma oggi sul Matteo nostro i giudizi degli italiani sono opposti, polarizzati ed estremi come si è visto al referendum: c’è chi lo giudica l’ennesima sciagura nazionale arrivata dalla Toscana (con il suo entourage) e chi invece lo ritiene (ancora) l’unico vero sol dell’avvenire per l’Italia.

Forse la verità sta in mezzo: Renzi era (potrebbe essere tuttora) un’importante chance per questo Paese, ma non il Renzi strafottente che abbiamo visto a Palazzo Chigi. Ci vorrebbe il Renzi più umile e ponderato delle primarie, ma soprattutto un Renzi “de-pidiizzato”, senza la zavorra ideologica e politica del Pd.

Che potrebbe fare? Non dico di rinnovare in Italia i fasti medicei come un nuovo LoRenzi il Magnifico (io – al tempo delle primarie – con qualche ironia ci avevo sperato), ma almeno quelli della migliore politica del dopoguerra: se proprio vogliamo restare in Toscana sarebbe preferibile che egli fosse (vista la somiglianza caratteriale) in continuità con Fanfani (che negli anni Cinquanta e Sessanta è stato davvero uno statista) piuttosto che in continuità con la mediocrità del Pci toscano.

Sotto il cui sessantennale dominio incontrastato questa terra – che è stata la culla della civiltà italiana – si è addormentata. Anzi, è andata in coma. Quasi morta.

GRANDEZZA DI IERI

Dov’è finito il genio toscano che dal medioevo ha illuminato il mondo, con una concentrazione inaudita di intelligenza e creatività che rese le città di Firenze, Siena e Pisa – oltreché scrigni di tesori artistici – le maggiori potenze finanziarie del mondo?

Non ce n’è più traccia. Si dirà che fu solo un caso eccezionale. Ma siamo sicuri che solo per caso, dal Tre al Cinquecento, in pochi chilometri quadrati, in quattro città di 50 mila abitanti, nacque una tale quantità di geni?

No. Non è solo casualità. Nel 2013 a Palazzo Strozzi, a Firenze, fu allestita una mostra bellissima intitolata “La primavera del Rinascimento”. Mostrava molto bene la vivacità della società fiorentina dal Due-Trecento (lo stesso si potrebbe dire di Siena e Pisa).

Un fermento straordinario di botteghe artigiane e artistiche, di confraternite di carità, di studi umanistici e teologico-filosofici, di santi, scienziati e poeti, di banchieri e di mercanti.

Tutto fiorisce dal capitale umano che sposato al buongoverno e all’imprenditorialità costruisce grandi cose. Così la Toscana diventò il gioiello d’Italia.

TRISTEZZA PRESENTE

Oggi noi, stanchi e decaduti toscani del XXI secolo, ancora ce la tiriamo, gloriandoci delle imprese dei nostri antichi progenitori e viviamo di rendita sui tesori che ci hanno lasciato.

Ma dovremmo sprofondare al confronto con la storia. Del resto le vicende recenti mostrano che la nostra generazione rischia pure di distruggere in pochi anni opere costruite in secoli.

La società toscana oggi sembra in catalessi. Non si vede un fermento culturale, nessuna vitalità spirituale o imprenditoriale. E poi esprime da sessant’anni una classe politica (inamovibile) che – per dirla in modo gentile – di certo non è stata una benedizione per la Toscana.

Certo, ci piace ancora atteggiarci a toscanacci, come Curzio Malaparte ci rappresenta in “Maledetti toscani”. Ma forse era così nel Novecento. Ora non lo siamo più, prevale una moscia demoralizzazione. Probabilmente gli ultimi toscani veraci, che hanno conservato una natura scapigliata e geniale, sono stati proprio Oriana Fallaci e Indro Montanelli.

CIO’ CHE RESTA

Ma non ci sono più e a noi resta solo questa terra di struggente bellezza. Come l’ha descritta, mirabilmente, Albert Camus nei suoi “Taccuini”.

Se da Fiesole salite al convento francescano da cui si domina Firenze, con la sua cupola del Brunelleschi, potete rileggere cosa scrisse, lì, lo scrittore francese: “questo paesaggio per me è come il primo sorriso del mondo”.

E ancora:

“rifare a piedi con lo zaino sulle spalle, la strada da Monte San Savino a Siena, costeggiare quella campagna di ulivi e di viti, di cui sento ancora l’odore, percorrere quelle colline di tufo bluastro, che s’estendono sino all’orizzonte, e vedere allora Siena sorgere nel sole che tramonta con tutti i suoi minareti, come una perfetta Costantinopoli, arrivarci di notte, solo e senza soldi, dormire accanto a una fontana ed essere il primo sul Campo a forma di palmo, come una mano che offre ciò che l’uomo, dopo la Grecia, ha fatto di più grande”.

Oggi è diventata una mano che chiede l’elemosina?

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Antonio Socci

Da “Libero”, 5 gennaio 2016

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