Pagine e pagine di quotidiani sono state dedicate alla misteriosa “Adorazione dei Magi”, il capolavoro incompiuto di Leonardo tornato agli Uffizi dopo un lungo restauro.

E’ più bello ed enigmatico che mai. Ma qual è il suo mistero? Forse nessuno ha compreso l’opera leonardesca quanto un altro grande artista: Andrej Tarkovskij.

Del regista russo, morto in giovane età, nel 1986, esule, lontano dalla sua patria, che era ancora sotto il comunismo, Ingmar Bergman disse: “Quando scoprii i primi film di Tarkovskij fu per me un miracolo… Tarkovskij per me è il più grande”.

Nei film di Tarkovskij – pieni di spiritualità russa – tornano spesso le opere di Leonardo. Ma in modo speciale ce n’è una che sta al centro del suo ultimo film, “Il Sacrificio”, che vinse a Cannes il Premio speciale della giuria: è, appunto, l’“Adorazione dei Magi” di Leonardo.

Per una strana serie di circostanze io mi trovai a incontrare e intervistare Tarkovskij dopo che era uscito il film “Nostalghia”. Erano i mesi in cui – con immenso dolore – si rendeva conto che non poteva rientrare nella sua amata terra russa se voleva continuare a lavorare. Una sofferenza amplificata dal fatto che là c’era suo figlio e le autorità comuniste non lo lasciavano venire in Europa.

In quei giorni del 1984 organizzai – con alcuni amici cattolici (di un movimento ormai scomparso) – un incontro pubblico, col regista russo, a Palazzo Vecchio, a Firenze, nel Salone dei Cinquecento. Un mare di persone venne ad ascoltarlo. Da lì scaturì la “cittadinanza onoraria” che gli attribuì il Comune di Firenze (a cui seguì l’asilo politico).

A Firenze visse gli ultimi anni della vita, in una casa d’oltrarno (all’ultimo piano), sotto il Forte di Belvedere. Tarkovskij amava Firenze e la Toscana, la considerava la sua terra d’adozione. E un giorno di novembre del 1984 potemmo andare con lui agli Uffizi, che aprirono solo per noi, per vedere l’”Adorazione dei Magi” di Leonardo.

Io avevo capito che quell’opera aveva a che fare col suo nuovo film, “Il Sacrificio”, che era ancora in lavorazione, ma non immaginavo quanto fosse centrale.

Anni dopo – usciti postumi i suoi “Diari” – ho scoperto che lui stesso si era annotato quella serata che passammo insieme: “Abbiamo trascorso alcune stupende giornate a Firenze. Abbiamo visitato gli Uffizi in un momento in cui erano chiusi al pubblico. L’Adorazione dei Magi: sconvolgente”.

Tarkovskij rimase a lungo pensoso davanti a quell’opera. Lo ricordo così assorto. Ogni tanto rivelava qualcosa delle emozioni che ribollivano nel suo cuore.

“C’è tutto, c’è proprio tutto”, diceva, scrutando i particolari, spesso appena abbozzati dal disegno – sempre fantastico e magistrale – di Leonardo. “Ci sono i cavalli di De Chirico e lassù le città metafisiche. In quegli alberi c’è già l’Espressionismo, la pittura di Franz Marc. E poi Picasso e Chagall. C’è la danza e c’è la guerra. Eppure… tutto è appena accennato”.

Poi, come a voler spiegare qualcosa che aveva in testa (e che avremmo scoperto solo in seguito, vedendo “Il Sacrificio”), disse: “Solo l’albero ha il colore: è importante! L’albero è il punto di riferimento, ciò che dà le coordinate di tutto”.

Impossibile capire – al momento – questa sua intuizione. Ma poi, per comprendere tutto, bastò vedere le prime sequenze del suo capolavoro, che è stato il suo testamento spirituale.

L’albero in effetti è l’asse del dipinto, ma innalzandosi sopra Gesù bambino rappresenta l’albero della croce che è l’asse del mondo e della storia umana.

La prima sequenza del film, intitolato non a caso “Il Sacrificio”, percorre solennemente proprio questa verticale che va dal bambino che riceve il dono dei Magi al soprastante albero su cui sarà inchiodato lui stesso, il dono di Dio agli uomini.

Quello è “il Sacrificio” che salva il mondo. E proprio la salvezza del mondo è il tema del film. Dove la guerra nucleare è solo la metafora del Male da cui l’umanità ha bisogno di essere salvata e protetta.

Non a caso anche nel film la “salvezza” passa attraverso la conversione e il “sacrificio” volontario del protagonista, Alexander, un vecchio e celebrato intellettuale, che offre a Dio tutto ciò che più ama, rinunciando a tutto, perché sia evitato all’umanità tutto quel male.

E la sua conversione avviene sulle parole del “Pater Noster” e sulle note della “Passione secondo Matteo” di Bach.

Ci sono vertiginosi richiami autobiografici. Ma soprattutto c’è l’intuizione geniale (e tutta russa) che riguarda ancora oggi ciascuno di noi: dalla nostra conversione personale e dal nostro “sacrificio” può dipendere la salvezza dell’intera umanità.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 1 aprile 2017

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