Ieri “Repubblica”, giornale storicamente vicino al Pd, presentava così una lunga inchiesta su quel partito: “Anatomia del Pd, un partito in crisi permanente e mai nato davvero. In 14 anni ha cambiato nove segretari e subìto sei scissioni. Più volte sul punto di implodere, è sempre riuscito a rialzarsi. Dopo Zingaretti ci prova Letta, ma non ci sarà un’altra occasione”.

Non sembra la fotografia di un partito che scoppia di salute. Forse scoppia e basta. Se non è ancora deflagrato è perché, da anni, sta quasi sempre al potere che è il suo “unico collante” secondo un intellettuale di area come Cacciari (“non hanno strategia, non hanno un’anima”). Zingaretti in effetti si è dimesso con queste spietate parole: “Nel Pd si parla solo di poltrone. Mi vergogno”.

Con Enrico Letta il Pd è ancora quello di prima. D’altronde lui non proviene dalla società civile, né dalla periferia (come fu per Renzi). E’ da sempre parte dell’establishment: è stato perfino premier, ma di un governo talmente spento che fu affondato dallo stesso Pd (lui fu sostituito, appunto, con Renzi). Continua

È partita la corsa per il Quirinale. Per la verità già da tempo erano cominciate le grandi manovre, ma ora tutto è stato portato allo scoperto da Matteo Renzi, a cui si è accodato ieri Eugenio Scalfari col solito sgangherato sermone domenicale.

TUTTO IL POTERE AL PD

Il Pd è uscito battuto alle elezioni politiche 2018, precipitando al 18 per cento, il minimo storico, ciononostante ritiene che – come per diritto divino –la Presidenza della repubblica spetti ancora e sempre a un suo esponente.

Al partito di Zingaretti non basta occupare già il governo e le tante altre poltrone annesse e connesse. Pur avendo perduto le elezioni vuole anche il Quirinale e per ottenerlo ha fatto di tutto per scongiurare le elezioni anticipate nelle quali gli italiani gli assisterebbero un’altra batosta che lo metterebbe fuori dai giochi. Continua