“Identità nazionale” oggi sembra essere diventata un’espressione tabù per i salotti intellettuali. Perfino la parola “Italia” è diventata sospetta.

Eppure l’amore per la nostra identità e l’orgoglio per la grande storia dell’Italia e la sua bellezza incomparabile, vibrano nel meglio della nostra cultura.

La Feltrinelli ha appena pubblicato una raccolta di scritti di Giorgio Bassani, “Italia da salvare (Gli anni della presidenza di Italia Nostra 1965-1980)”. Sono gli interventi dello scrittore ferrarese come fondatore e presidente di “Italia Nostra”.

Prendo spunto da una delle citazioni iniziali del libro: L’Italia è un Paese sacro non soltanto per noi, ma per il mondo intero. Il mondo è diventato moderno perché la storia è passata veramente di qua; ne abbiamo le prove sparse in tutto il territorio. Bisogna che noi, per noi stessi innanzi tutto, ma anche per il mondo intero che deve aiutarci, riusciamo a salvare, a conservare il patrimonio artistico e naturale italiano.”

Altri pensieri dello scrittore: “siamo dei conservatori, perché siamo dei progressisti”; “è vero o no che il mondo, da antico è diventato moderno proprio grazie all’Italia e alla sua storia?”. Continua

Ma davvero il presidente della Repubblica Einaudi fece quello che gli ha attribuito Mattarella?

Per avvertire gli attuali vincitori delle elezioni che vuole decidere lui (forse crede di essere in una repubblica presidenziale), Mattarella ha pensato di trovare un precedente in Einaudi: Fu il caso illuminante del potere di nomina del presidente del Consiglio dei ministri, dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc”.

Così Mattarella vorrebbe legittimare il singolare annuncio di un “governo neutrale” da lui stesso plasmato e così vuole pure rivendicare il potere di scelta del Presidente del Consiglio e dei ministri.

Ma davvero Einaudi nominò un presidente del consiglio (Pella) infischiandosene delle indicazioni del partito maggiore, la DC, e del voto degli elettori? Nient’affatto. Anzi, Einaudi fece l’esatto contrario di quello che sta facendo Mattarella.

Nelle elezioni del 1953 la DC uscì vittoriosa, ma aveva dei problemi politici per formare una maggioranza di governo. Einaudi dette comunque l’incarico al leader della DC, De Gasperi, sebbene non avesse sulla carta il 51 per cento del Parlamento.

Come scrive Gianni Baget Bozzo, “il nuovo governo De Gasperi si presentò alle Camere senza alcuna maggioranza precostituita” sperando di ricevere appoggi parlamentari “fuori di un’intesa generale”.

E’ precisamente la situazione in cui si è trovato il centrodestra dopo le elezioni del 4 marzo. La coalizione ha preso più voti di tutti, il 37 per cento e il 43 per cento dei seggi parlamentari.

Se Mattarella si fosse comportato come Einaudi avrebbe dato l’incarico (o un pre-incarico) al suo leader Matteo Salvini. Invece si è rifiutato di farlo accampando la scusa per cui si doveva avere preventivamente la certezza di una maggioranza parlamentare. Continua

E’ in corso la demonizzazione di Matteo Salvini. Tutto fa brodo per trasformarlo in una terribile minaccia per la civiltà, come un Gengis Khan redivivo. Perfino il giubbotto del leader leghista secondo “Repubblica” è inquietante e di destra.

Ieri poi Yascha Mounk, sulla prima pagina di “Repubblica”, per la possibile alleanza Lega-M5S ha pacatamente evocato il patto Hitler-Stalin. Un sobrio paragone storico. Manca solo che accostino Salvini a Jack lo Squartatore o a Vlad III principe di Valacchia (in arte Dracula).

Del resto i giornali demonizzano chiunque, in Europa o in America, osi vincere le libere elezioni democratiche senza dire “signorsì!” all’establishment. La cui “polizia del pensiero” da noi è l’intellighentsia salottiera in genere proveniente dalla militanza marxista e rivoluzionaria.

Dopo aver osannato in gioventù regimi stomachevoli come quelli comunisti (senza mai aver fatto autocritica), oggi fa gli esami di affidabilità democratica e di civiltà agli altri. Continua

Un paio di anni fa Matteo Salvini – a Pontida – elogiò la maglietta dove stava scritto “Il mio papa è Benedetto XVI”. Lo fece in implicita polemica con il migrazionismo di Bergoglio.

Salvini ricordò l’insegnamento di papa Ratzinger e Giovanni Paolo II secondo cui prima del diritto di emigrare, va riaffermato il diritto di non emigrare. E va difesa l’identità dei popoli.

Ma molto più vasta di questo particolare tema è la sovrapposizione fra le battaglie politiche della sua Lega e l’insegnamento di Benedetto XVI (e di Giovanni Paolo II).

Lo mostra clamorosamente l’ultimo libro appena uscito del papa emerito, “Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio” (Cantagalli).Va premesso che è un libro ricchissimo di riflessioni e spunti che immediatamente ci ricorda il fascino e la vastità del pensiero di Ratzinger. Continua

Le ultime notizie dalla savana di Bruxelles sono – come sempre – micidiali per l’Italia. E fanno capire perché le cancellerie europee spingono per avere a Palazzo Chigi un tecnico di loro gradimento che, come i governi Pd, vada a genuflettersi e a dire “signorsì!” ai padroni tedeschi e francesi.

Filtrano infatti le prime indiscrezioni sul prossimo bilancio comunitario, quello che determinerà la nostra futura politica economica. Pur essendo una discussione ancora agli inizi, l’aria che tira è, per l’Italia, quella di un’ennesima, pesante fregatura, che pagheremo salata. E bisogna intervenire subito.

“Il Messaggero” ha pubblicato la notizia secondo cui la Commissione Europea, per questo bilancio 2021-2017, punterebbe a diminuire sostanzialmente i soldi destinati all’agricoltura ( -5 per cento) e il fondo per la politiche di coesione ( -7/-10 per cento). Due voci decisive per il rilancio della nostra economia e lo sviluppo del nostro Meridione. Continua

C’è un rischio da molti evocato, ovvero che l’attuale crisi politica diventi addirittura una crisi istituzionale coinvolgendo la presidenza della Repubblica. Ma nessuno spiega come e perché può accadere. Invece è facile capirlo.

Lo stallo fra i partiti diventa crisi istituzionale se il presidente Mattarella da arbitro diventa giocatore e si trasforma in un nuovo Napolitano o – Dio non voglia – addirittura in un nuovo Oscar Luigi Scalfaro, cioè se decide di eludere il voto degli italiani e s’inventa l’ennesimo disastroso governo tecnico (una riedizione di Monti).

Per la verità Mattarella finora ha sempre fatto capire che non è sua intenzione emulare i Napolitano e gli Scalfaro. Il suo profilo è piuttosto quello del garante, qualcosa di simile ai presidenti democristiani della prima Repubblica. Ma resterà tale? Dov’è che ha fatto capolino il rischio di una trasformazione?

Qualcosa del genere si è intravisto nell’atteggiamento del presidente verso la coalizione più votata del 4 marzo, cioè il centrodestra, e nella sua discreta preferenza (sottolineata dai giornali) per un’alleanza fra M5S e Pd, che ha cercato di propiziare con la sua “moral suasion” indirizzata al Pd, favorita dal desiderio di quei notabili di restare attaccati alle poltrone. Continua

D’improvviso la parola “identità” – che da tempo viene evocata con ostilità (se non con disprezzo) ed è considerata sospetta di xenofobia e addirittura di razzismo – torna ad essere buona.

E’ accaduto ieri su “Repubblica”. A pagina 17 si poteva leggere questo titolo: “La rabbia delle famiglie arabe: ‘Non date i nostri figli ai cristiani’ ”. Si parla del problema dell’affido di minori provenienti da famiglie immigrate. A fianco dell’articolo c’è un commento di Chiara Saraceno, grande sacerdotessa del “politically correct”.

In questo caso la Saraceno fa una strenua difesa dell’identità. Spiega che per “un bambino che deve essere allontanato dalla sua famiglia per essere accolto temporaneamente da un’altra”, oltre al trauma e alle questioni connesse alla nuova situazione, si pone anche il problema dell’ “identità del minore coinvolto”.

La Saraceno afferma: “la lingua madre, la cultura del gruppo di appartenenza, la religione fanno parte di questa identità… Prima che di un diritto dei genitori a che il figlio/a non venga collocato in affidamento presso famiglie di etnia e/o religione diversa dalla propria, è un diritto del bambino alla propria continuità identitaria”.

Addirittura parla di “etnia”, cosa che – se evocata per noi italiani – come minimo costa l’accusa di etnocentrismo, se non peggio.

Non entro nel merito del problema degli affidi, ma viene da chiedersi: l’identità, l’etnia e la continuità identitaria sono valori da preservare e difendere solo quando si parla di immigrati? Continua

Scanzonati, irriverenti, sarcastici e buontemponi. E’ questo lo stereotipo dei toscani, alimentato anche da una gran quantità di comici, nati in questa terra e sciamati dovunque, e probabilmente amplificato pure da film come “Amici miei”.

Perciò è sorprendente scoprire ora – dal “Rapporto Osservatorio salute 2017” che la Toscana è la regione dove vengono prescritti (e quindi consumati) più antidepressivi. E a stupire non è solo il primato nazionale, ma anche la proporzione di tale primato: addirittura il 50 per cento in più della media nazionale.

Si poteva pensare – fuorviati da un equivoco letterario – che il male di vivere albergasse specialmente nelle riviere liguri di Montale o nella Torino di Pavese o sulle colline marchigiane di Leopardi. Oppure nelle nebbie della pianura padana dove è nato il cinema di Antonioni.

Invece l’epicentro è la Toscana, la Toscana che tutti avrebbero creduto felice e fortunata. Perché? Non è pensabile che i medici toscani abbiano deciso in blocco di esagerare con tali prescrizioni. Dunque quali sono le ragioni di questo strano fenomeno?

Certo, ciascuno fa storia a sé e i problemi che inducono i medici a prescrivere antidepressivi sono sempre molto personali. Ognuno – per parafrasare – Tolstoj – è infelice a modo suo.

Tuttavia è anche inevitabile che – quando un fenomeno assume certe proporzioni – si vadano a cercare delle cause generali. Si sostiene, per esempio, che possa dipendere dall’invecchiamento della popolazione, dalla crisi economica che impoverisce, dalla disoccupazione. Continua

Sono tra coloro che si commuovono a rileggere l’epigrafe di Piero Calamandrei contro il “camerata Kesserling”. E ritengo quella del 25 aprile una festa bellissima.

Peraltro è una festa “sovranista”. Commemora la lotta degli italiani contro l’occupazione tedesca e celebra la libertà e l’indipendenza nazionale riconquistate. E’ dunque attualissima.

Si trova proprio questo sentimento patriottico nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza.

Il cattolico (ventenne) Giancarlo Puecher Passavalli ai suoi giudici disse con orgoglio “appartengo al vero esercito italiano” e, prima di essere fucilato, scrisse ai suoi: “Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. […] Viva l’Italia! Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma… L’amavo troppo la mia Patria”. Continua

C’è un testo – di autore ignoto – che sta facendo il giro del web e delle scuole, specialmente fra insegnanti e genitori. E’ stato letto in alcuni seguiti programmi radio e tv e da allora è diventato virale. Pare sia stato scritto da un (non meglio identificato) “preside di Singapore”.

Al di là della strana (e forse dubbia) paternità della lettera, va detto che punta a far vibrare le corde sentimentali tipiche del nostro tempo che vive di emozioni e che disdegna la razionalità. Continua