Mentre divampa la polemica sul fascismo in assenza di fascismo (e i media si occupano da giorni del minuscolo gruppetto di Casapound), scoppia nel Pd una questione enorme sul comunismo sovietico e ad innescarla è lo stesso segretario Zingaretti.  

Il suo libro “Piazza grande” provoca infatti uno “scazzo grande” fra lui e Claudio Petruccioli , che non è uno qualunque, ma è un pezzo da novanta della storia del Pci e dei suoi derivati.

A seminare zizzania è stata Maria Teresa Meli che, sulle pagine romane del “Corriere della sera” , ha recensito il libro di Zingaretti citando, a un certo punto, questa sua frase: Se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra”. La Meli commenta: “Un’osservazione, questa, che sicuramente non risulterà gradita ai renziani”.

Petruccioli riporta il virgolettato attribuito a Zingaretti e verga un tweet sarcastico e durissimo:“Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, Zingaretti riporta l’orologio al 1945. Anche questo è un modo per convincersi di avere un futuro”.

Un giudizio pesantissimo. Trattandosi di questioni scottanti che riguardano un partito come il Pd, è singolare che la polemica sia stata ignorata dai media.  

Peraltro, andando a leggere il contesto di quella frase, si scopre che Zingaretti dice anche un’altra cosa esplosiva che – di per sé – basterebbe a seppellire l’esperienza dell’Ulivo e del PD.

Ma prima vediamo il passaggio sull’Urss: “Fino al 1989” scrive Zingaretti “la presenza di grandi potenze, internamente fradice e dittatoriali, ma alternative al capitalismo, aveva costituito un oggettivo deterrente a costruire un mondo unidimensionale e senza difese rispetto alle forme più estreme di sfruttamento. Spero che ora nessuno mi attribuisca in malafede nostalgie filosovietiche se rilevo che probabilmente nel dopoguerra, non ci fosse stata l’Unione Sovietica, ciò che è avvenuto in Grecia con la strage di tutti i comunisti sarebbe avvenuto in tutta Europa. Non sarebbero state possibili le lotte dei partiti di sinistra e democratici né il compromesso sociale che oggi in Europa è un esempio per tutto il mondo civilizzato”.

Zingaretti aveva messo le mani avanti sull’Urss con una “excusatio non petita” , ma la polemica è scoppiata lo stesso. Ovviamente il segretario del Pd non ha “nostalgie filosovietiche”, ma il suo argomento è molto discutibile e dimostra – se non altro – che il Pci e i suoi eredi non hanno mai veramente fatto i conti con il comunismo

Come fu osservato negli anni Novanta, hanno sbrigativamente cambiato il cappotto senza cambiare le mutande. E lo hanno fatto perché il muro di Berlino non rovinasse sulla loro testa.

Infatti Achille Occhetto ancora nel marzo 1989 , otto mesi prima della caduta del Muro, durante il Congresso del Pci, a Craxi , che gli chiedeva di cancellare il nome “comunista” , rispose a muso duro (fra grandi applausi): “Non si comprende perché dovremmo cambiar nome. Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato”

Appena otto mesi dopo – con il crollo del muro di Berlino – Occhetto si precipitò alla Bolognina ad annunciare il cambio del “nome glorioso”  che d’improvviso era diventato imbarazzante.

Fu un’operazione gattopardesca perché non fu mai accompagnata da una vera e dolorosa riflessione autocritica sul comunismo. 

Cionondimeno, dopo la vicenda Mani pulite che spazzò via i grandi partiti democratici, i comunisti, che avevano cambiato nome, paradossalmente arrivarono al potere : grazie al “passaggio” che fu dato loro dalla sinistra dc, con la leadership di Romano Prodi.

I post-comunisti, per far dimenticare di essere stati comunisti fino al giorno prima, aderirono alla nuova ideologia dominante, quella mercatista che – fra l’altro – aveva partorito il Trattato di Maastricht, la UE e l’euro.

L’emblematico bilancio di quel periodo sta in un intervento di Massimo D’Alema a “Porta a porta”  nel quale, qualche anno fa, dichiarò: “durante i governi di centrosinistra si sono fatte più riforme e privatizzazioni di quante se ne siano fatte dopo… il paradosso italiano è che è stato il centrosinistra a smontare l’Iri, non il centrodestra… Dunque privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma dellepensioni. Noi abbiamo portato la lira nell’euro, noi abbiamo compresso la spesa pubblica”.

Le elencava come delle vittorie, ma era la vittoria del Mercatol’archiviazione dello stato sociale . L’imperante globalizzazione in tutta Europa usò, per questa svolta mercatista (e antipopolare) , propriole forze di sinistra che avrebbero dovuto difendere le classi popolari.

Nel libro di Zingaretti si trova la conferma. Egli infatti 

osserva che con “la dissoluzione del blocco dei paesi comunisti… ci siamo accontentati di levarci di dosso quel nome, ‘comunismo’ , che il socialismo reale aveva gettato nel fango”.

Ma emerse “l’insufficienza delle forze progressiste rimaste sul campo come contrappeso all’aggressività dell’ordoliberismo che già covava lungo tutti gli anni ottanta con Reagan e la Thatcher. Rintraccio qui la radice di una nostra progressiva subalternità” . 

Cioè hanno subito “un’egemonia culturale e pratica del campo avversario”, quello ordoliberista, “fino a mutuare luoghi comuni, tabù, atteggiamenti e linguaggi che ci hanno allontanato dalla sensibilità popolare”.  

Così la sinistra ha tradito e quindi perso il popolo che oggi, infatti, vota altrove . Zingaretti conclude: “È ora di rimediare”. 

Solo che per “rimediare” Zingaretti dovrebbe rinnegare tutte le scelte strategiche di Ulivo e Pd, a cominciare da Maastricht e dall’euro : 25 anni di errori. Dovrebbe riconoscere l’ennesimo fallimento storico. Un altro crollo del muro di Berlino. O di Bettino.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 10 maggio 2019 

A un mese dalle elezioni europee il fanatismo UE si trova a fare i conti con un dramma imprevisto: sta sprofondando l’Unione Europea (da non confondersi con l’Europa, che è tutt’altra cosa). Le urne elettorali possono diventare funerarie.

A lungo ci hanno ripetuto che la Ue è il futuro. Ora scoprono, sbalorditi, che sta diventando il passato. Emblematici due editoriali, usciti ieri sulla “Stampa”  e sul “Sole 24 ore”, firmati da due entusiasti cantori della Ue.

Maurizio Molinari, che della “Stampa” è anche direttore, fotografa “L’Europa nella morsa dei rivali”. Spiega che la Ue sta subendo un pesante attacco da un fronte interno e da un fronte esterno. 

Il fronte interno è rappresentato dai soliti sovranisticattivi i quali “cavalcano lo scontento della classe media”, dovuto alla crisi economica e ai migranti. 

Molinari non si chiede perché tutti individuano “nell’Unione Europea il responsabile di ogni male”, altrimenti dovrebbe riconoscere che proprio la politica economica di Maastricht e l’euro sono responsabili dell’impoverimento delle classi medie e del peggioramento della “performance economica” dei paesi Ue rispetto al resto dell’economia mondiale.

Poi l’editorialista spiega che c’è pure il fronte esterno: la Ue viene stritolata dall’“accesa rivalità fra Cina Russia e Stati Uniti”, un processo che sta mettendo “fine alla stagione della globalizzazione  iniziata con il crollo del Muro di Berlino”. Cosicché l’Unione Europea è “il protagonista più debole e vulnerabile di questo momento di veloce trasformazione storica”.

Molinari non dice che così, di fatto, stanno venendo meno tutte le basi geopolitiche della nascita della UE a Maastricht

Infatti l’artificiale follia tecnocratica di Maastricht fu resa possibile nel 1992  dall’appoggio degli Stati Uniti che lanciavano la grande globalizzazione (che doveva trasformare il mondo in un unico mercato), dal disfacimento dell’Urss (con la neonata Federazione russa che arrancava per non annegare) e dalla Cina ammessa nel commercio mondiale perché vista come straordinaria fornace di prodotti a basso costo e domani come grande mercato.

Oggi lo scenario geopolitico è capovolto. La presidenza Trump è contro la UEe fa la guerra dei dazi specie alla Germania per il suo gigantesco surplus nelle esportazioni (come pure alla Cina); la Russia  con Putin è tornata ad essere una forte protagonista e la Cina non è più un paese sottosviluppato da “sfruttare”, ma una gigantesca potenza che è lanciata alla conquista del mondo.

Infine l’asse franco-tedesco su cui era costruita la Ue si è dissolto per le colossali difficoltà interne di Macron, che non riesce più a tenere un Paese in rivolta sociale, e per il progressivo ripiegamento nazionalista della Germania.

Su questa svolta tedesca ieri rifletteva, desolato, l’altro cantore della UE, Sergio Fabbrini. Il quale, sul “Sole 24 ore” ha elencato una serie di clamorosi gesti della Cdu e della Merkel  (schiaffi alla Francia – a proposito del suo seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu – e mano tesa ai britannici sulla Brexit e a Orban nel Ppe) i quali fanno sospettare che “la Germania abbia smarrito la propria vocazione europeista”.

Fabbrini ritiene che non sia possibile una radicale svolta sovranista, perché – parole sue – “la Germania continua ad essere il Paese che ha più beneficiato della moneta unica, che ha più massimizzato i vantaggi dei mercati aperti”.

Ma questo è stato vero fino ad oggi e Fabbrini non considera il presente: le gravi crepe dell’economia tedesca che si evidenziano negli ultimi brutti dati sulla produzione industriale e ancor più nella “situazione drammatica del settore bancario tedesco” (Nicola Porro) che pure era stato trattato con i guanti di velluto (a differenza di quello italiano).

Dunque, mentre Robert Kagan prospetta un nuovo nazionalismo tedesco, volano gli stracci tra Parigi e Berlino. 

Maurizio Ferrera, nell’editoriale del “Corriere della sera” di ieri, c’informa che Macron “ha lanciato alcune pesanti accuse alla Germania: risponde sempre di no, eppure è il Paese che ha tratto maggiori vantaggi dall’euro. E, soprattutto,persegue un modello di crescita che è ormai chiaramente contrario all’interesse europeo”.

Così l’UE tecnocratica di Maastrcht è in frantumi. Cosa resta?Resterebbe l’Europa delle cattedrali, la vera Europa millenaria, ma, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia venerdì sul “Corriere”, è proprio quell’Europa delle identità e delle radici cristiane che le tecnocrazie della Ue hanno rinnegato.

A ritrovare e ricostruire quell’Europa dei popoli potrebbero essere proprio i cattivi sovranisti. Infatti, diversamente da quanto scrive Molinari, il sovranismo  (almeno quello italiano) non vuole affatto “smantellare l’edificio dei Trattati di Roma” (che nel 1957 istituirono la Comunità economica europea), ma semmai smontare il Trattato di Maastricht del 1992, quello a cui si deve l’euro e l’affossamento economico dei paesi europei (a cominciare dall’Italia). Si tratta insomma di tornare alla vera Europa.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 29 aprile 2019

Nei mesi scorsi imperversava (anche fuori d’Italia) “Forza Spread”, il partito trasversale di chi faceva il tifo per lo spread, contro l’Italia, pur di abbattere questo esecutivo alla stessa maniera del 2011. 

Poi è diventato “Forza Moscovici”: facevano il tifo per la Commissione Europea, perché punisse duramente l’Italia. C’erano anche degli italiani, sempre con l’illusione che la chiamata degli stranieri– eterna tragedia italica – servisse ad abbattere i loro nemici interni, cioè (ancora) l’attuale governo.

Tutte e due queste speranze sono andate deluse. Così quelle truppe trasversali si sono ritrovate ora sotto l’insegna “Forza recessione”: si riconoscono dalle acclamazioni eccitate di fronte alla stima di Bankitaliasecondo cui il Paese va verso la recessione.

Sperano che il ciclo economico sfavorevole penalizzi Lega e M5S alle prossime elezioni europee e, magari, mandi in crisiil governo già prima o almeno lo costringa a una nuova manovra correttivadi tagli e tasse che faccia crollare il consenso per l’esecutivo.

Questo “partito”, che definirei anti italiano, è una parte (non piccola) del problema. L’altra parte del dilemma è costituito dalle forze di governo, perché – varato il Def – si tratta ora di misurarsi appunto con la minaccia della recessionee con la “questione europea”.

Ancora una volta, per le rigidità ideologiche del M5Sche rischia di paralizzare gli investimenti pubblici, vera molla della crescita, è soprattutto su Matteo Salvini che incombe il compito di trovare la via d’uscita. 

O almeno a lui guarda quella parte maggioritaria della nostra gente che fa il tifo per l’Italia, a cominciare dai ceti produttivi del Nord.

Oltreché essere una via obbligata questa è anche una grande “chance” per il leader leghista che – essendo un pragmatico –  affronta i problemi e anche le scelte strategiche quando concretamente si presentano. 

Dunque il compito che lo aspetta, da adesso alle elezioni europee – mentre presidia le sue tradizionali trincee: immigrazione e decreto sicurezza– potrebbe essere riassunto in tre punti.

PrimoSbloccare gli investimenti pubblici: è una misura necessaria per cercare di scongiurare il rischio recessione, per rimettere in moto l’economia e l’occupazione e per evitare che l’Italia (con la sua industria) rimanga ai margini dei nuovi flussi del commercio mondialeo paghi un prezzo salatissimo. 

Fra l’altro non ci sono solo le grandi operecome TavTap: l’Associazione nazionale dei costruttori edilisostiene che tra ponti, acquedotti, dighe, strade, scuole e altre infrastrutture sono circa 270 i cantieri fermiper le più diverse motivazioni e hanno un valore complessivo di 21 miliardi di euro

Inoltre, secondo gli ultimi dati dell’Anagrafe ufficiale delle opere incompiutedel ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, risulta che sono circa 670 le opere– appunto – incompiute che hanno un valore di circa 4 miliardi.

Secondo il presidente di ConfindustriaVincenzo Boccia, la riapertura di tutti i cantieri (al di sopra dei cento milioni) pronti a partire darebbe lavoro a 400 mila persone “con una ricaduta sull’economia di 86 miliardi”. Si può facilmente capire tutto quello che ciò significa in una fase critica come questa.

Da parte di Salvini questa battaglia è anche il modo migliore per farsi carico delle istanze del mondo produttivo. Certo, non sarà facile far capire al M5S la necessità di combattere preventivamente la recessione con la riapertura dei cantieri, ma nessuno può illudersi che sia il “reddito di cittadinanza” a far crescere il Pile la prospettiva di una recessione dovrebbe far ragionare i Grillini, perché sarebbe disastrosa per il Paese ed anche per i partiti di governo.

Fra l’altro sarebbe sensato anche di rivedere l’ecotassa sulle autoche rischia di far annullare gli investimenti e il piano industriale di Fiat Chryslerin Italia secondo le dichiarazioni del Ceo di Fca, Mike Manley.

Secondo. L’Italia – nella crisi in cui si dibatte la UE, per le politiche economiche suicidefin qui praticate e poi per la Brexit, per il progressivo affondamento di Macrone per il tramonto della Merkel– dovrebbe cercare un rapporto forte con gli Stati Uniti di Donald Trump

Come Giulio Sapelliha spiegato ieri, in un articolo sul “Sussidiario”, l’Italia è tornata ad avere una sua importanza geopolitica per la presidenza Trump e questo dovrebbe facilitare un forte legamecon quel paese, nostro tradizionale alleato, dove troviamo l’unica economia occidentale forte e in crescita.

Gli Stati Uniti sono il grande interlocutore dell’Italia: è proprio questa perseveranza transatlantica” scrive Sapelli “la migliore risposta all’avvento quale che sia della Brexit. Di questo sono pochissimi in Italia ad avere contezza, a cominciare dagli imprenditori. Comprendere tutto ciò è decisivo, perché solo il legame con gli Usa ci può salvare dal prossimo tsunami mondiale. Si addensano infatti le nubi e si alzano le maree di uno tsunami molto più grande di quello del 2008. La causa di ciò è nella tendenza alla deflazione europea che minaccia tutta l’economia mondiale e segnala la potenza distruttiva del nazionalismo economico tedesco”.

Terzo. La questione europea. La recente autocriticadel presidente della Commissione europea Junckersull’eccesso di “austerità avventata” della UE, soprattutto quella che è stata imposta alla Grecia, è solo un patetico tentativo delle élite di smarcarsi dai propri errori. Lacrime di coccodrillo. La stessa cosa si può dire per la Merkel e per Macron. 

Oggi ci sono tutte le condizioni per “lanciare” – in vista delle elezioni – una “Europa dei popoli” che archivi per sempre l’Europa delle élite attraverso una seria proposta di riscrittura dei Trattati di Maastrichtche restituisca ai popoli, quindi ai parlamenti e agli Stati, quella sovranitàche è codificata nelle loro Costituzioni (a cominciare dalla nostra, per quanto riguarda l’Italia). Niente più e niente di meno che la Costituzione

E’ questo anche l’unico modo per salvare l’Europa, che è una cosa troppo importante e preziosa per essere lasciata ai fallimentari “europeisti” fino ad oggi dominanti.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 20 gennaio 2019

Dunque aveva ragione Paolo Savona. Il tempo è galantuomo e dopo appena un mese si sta verificando esattamente quello che l’economista sardo aveva previsto, quello che voleva prevenire e che proponeva di governare: l’implosione dell’Unione Europea.

Tale preveggenza, che doveva essergli riconosciuta come un merito, gli è invece costata cara. Per essa infatti ha dovuto rinunciare al ministero del Tesoro su cui avevano posto il veto Mattarella e la Germania.

Adesso si scopre quanto Savona aveva visto giusto e quanto le sue proposte sarebbero (o saranno) utili all’Italia e alla stessa Europa. Infatti quelli che cominciano domani – secondo un’opinione diffusa – potrebbero essere i dieci giorni che sconvolgeranno l’Unione Europea, ossia quella costruzione tecnocratica e poco democratica che è stata imposta a Maastricht nel 1992. Continua