Il centrodestra ha iniziato la campagna elettorale con una falsa partenza. Dovrebbe rivedere messaggio e strategia. Perché la narrazione oggi dominante sui media è allineata alla propaganda “governativa”: se non viene ribaltata e riportata ai dati veri, il messaggio del centrodestra risulterà incomprensibile.

Il centrodestra dovrebbe anzitutto far capire cosa è successo in questi anni, perché un Paese in cui i “poveri assoluti” passano da 1 milione e 911 mila del 2005 a 4 milioni e 742 mila del 2016 è un Paese in ginocchio come se avesse perso una guerra (grazie alle nostre élite).

TEORIE E FATTI

Faccio un esempio della narrazione dominante. L’altroieri sulla prima pagina del “Corriere della sera” è uscito un editoriale di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina dove si leggeva: “L’evidenza empirica dimostra che (…) tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil”.

Se due noti economisti possono scrivere una cosa simile in un articolo di fondo del “Corriere” senza che nessuno (tranne qualche addetto ai lavori) strabuzzi gli occhi, significa che l’opinione pubblica è stata convinta che davvero così stanno le cose e quindi che si debba continuare con la politica del massacro sociale impostaci dalla Germania e dall’euro

In realtà “l’evidenza empirica” dimostra l’esatto contrario di quanto scrivono Alesina e Giavazzi. Prendiamo il più rigoroso dei governi, quello del “salvatore d’Italia” Mario Monti, con cui fu ribaltato il governo di centrodestra scelto dagli italiani.

Tutti ricordano che l’esecutivo Monti ha imposto al Paese lacrime e sangue come nessun altro. Ebbene, ha abbattuto così il debito pubblico? No. Quando s’insediò il rapporto debito/Pil era al 119 per cento, quando se n’è andato era salito al 126,5 per cento. Siccome poi i governi hanno proseguito quella politica “tedesca” oggi siamo al 132 per cento e – se non ci fossero stati gli acquisti di titoli di Stato del Qe da parte della Bce dal marzo 2015 – il nostro debito sarebbe oggi al 157 per cento del pil (dati del Centro studi Economia reale). Continua

Ormai da tutte le parti arrivano sberle sugli italiani. Perfino all’incolpevole Befana hanno fatto discriminare i poveri italiani. E’ accaduto ieri a Napoli dove il vescovo bergogliano Crescenzio Sepe, aderendo a un’iniziativa del MCL, ha consegnato regali a 500 bambini immigrati delle varie etnie presenti a Napoli per – appunto – la Befana dei migranti.

E gli italiani? Esclusi. A Napoli non esistono famiglie italiane povere i cui fanciulli meritano quei regali? Strano, perché i dati Istat ci dicono il contrario: i nostri poveri assoluti in Italia, dal 2006 al 2016, sono passati da 2,3 milioni a 4,7 milioni. E i “poveri relativi” sono più di 8 milioni. Ma evidentemente loro – essendo italiani – non meritano attenzione.

Quello napoletano è solo l’ultimo episodio di una tendenza alla penalizzazione o addirittura alla discriminazione degli italiani, che – sotto il regime Pd (e nel clima del bergoglismo) – ha raggiunto livelli tragicomici.

DISCRIMINATI

E’ dei giorni scorsi il caso sollevato dalla Lega di Salvini e da Giorgia Meloni sul Museo egizio di Torino che ha fatto una promozione mirata agli arabi, “ovvero paghi un biglietto e ne prendi due se hai la carta d’identità araba. I cittadini” ha scritto la Meloni “lo hanno scoperto dalla pubblicità apparsa su autobus e tram, rigorosamente in lingua araba e senza traduzione e che ritrae una donna velata e un uomo dietro di lei che sorride. Ricordiamo che l’Egizio di Torino prende sovvenzioni pubbliche, è finanziato coi soldi degli italiani e che tra i cinque membri del CdA ci sono un esponente designato dal Comune di Torino, uno dalla Regione Piemonte e il presidente nominato direttamente dal ministero dei beni culturali”.

Non è il singolo episodio in sé a preoccupare, è la tendenza. C’è stato per esempio il bonus fino a 500 euro per ogni immigrato stabilito dal governo per incentivare i comuni ad accogliere stranieri (con buona pace degli italiani bisognosi, malati o anziani a cui vengono tagliati servizi) e c’è stato pure il premio – come sgravio fiscale – sempre del governo per le cooperative che assumono profughi a tempo indeterminato, cosa che ha fatto dire a Matteo Salvini: “Questo è vero razzismo, se ne fregano dei disoccupati italiani”. Continua

Invece di celebrare, a Natale, la nascita del Salvatore, da Bruxelles – spodestando il Bambinello – hanno infilato nel presepe una vecchia conoscenza, un borbottante dottor Balanzone, e presentano lui come il salvatore dell’Europa e dell’Italia: Romano Prodi. Ieri sulla prima pagina della “Stampa” veniva lanciato con toni messianici: “ ‘Salviamo l’Europa’, il piano di Prodi”.

La seconda pagina riportava le sue ricette “salvifiche” e la terza pagina una surreale intervista allo stesso Prodi che davvero si immedesima nei panni del salvatore: “questo piano è una prova d’amore” Non fa autocritiche. Critica solo l’attuale establishment europeo per “gli orrendi errori fatti negli anni della crisi” che hanno trasformato l’euro “in fonte di nuove divisioni e disuguaglianze”.

Ma, per Prodi, l’euro in sé non si tocca, è il Bene assoluto. Certo, “Bruxelles porta grandi responsabilità”, ma, a sentire lui, “la rovina” dell’Europa non sono coloro che hanno voluto e gestito questa Unione Europea, con i risultati disastrosi che sappiamo: “i populisti sono la rovina”. Quali populisti, perché e come non lo spiega. Sventola una vaga e tenebrosa Spectre per spaventare il popolino, ma non fornisce ragioni.

Prodi, che è uno degli apprendisti stregoni che hanno voluto e guidato questa Unione e ci hanno portato nella situazione che sappiamo, tira fuori un’altra minaccia iettatoria: “senza un aggancio all’Europa noi scompariamo dalla faccia della terra” (nientemeno), come se dovessero sganciare sulla penisola cento bombe nucleari (la Gran Bretagna è uscita dalla Ue e non risulta che sia scomparsa dalla faccia della terra).

Poi ripete la sua solita solfa di sempre: “l’euro è il nostro futuro”. Una battuta propagandistica che vent’anni fa poteva ancora incantare, ma che ripetuta oggi – mentre l’euro è il devastante passato e il tragico presente – rasenta il teatro dell’assurdo.

RISPOSTA IMMEDIATA

Proprio in queste ore è uscita anche un’analisi dell’Ufficio studi della Cgia da cui emerge che in Italia la crescita economica, la media annua, negli ultimi 17 anni, è sostanzialmente zero (lo 0,15 per cento, in pratica zero). Un paese bloccato. La produzione industriale rispetto al 2000 è crollata di 19,1 punti percentuali. Peggio di tutti in Europa.

Il disastro è cominciato proprio da quando è entrata in circolazione la moneta unica, l’euro, e non si tratta affatto di un caso. Continua

Ieri Massimo D’Alema ha bombardato il centrosinistra che ha governato finora: “io ho visto governanti che hanno passato anni a baciare la pantofola della Merkel e adesso sono passati alla pantofola di Macron”.

Poi, in questa intervista alla “Stampa”, ha rincarato la dose: si è accorto che i francesi – oggi protagonisti di un grande shopping in Italia – hanno con noi un atteggiamento “coloniale”.

Perciò critica “la fragilità della classe dirigente italiana” e riconosce che “gran parte dei principali asset nazionali stanno finendo nelle mani di capitale straniero, soprattutto francese, ma non solo”.

Mentre la “reciprocità” ha aggiunto “non c’è” perché “a noi non è consentito andare a fare shopping in casa d’altri”.

Dunque siamo sottomessi agli stranieri? Dice il lìder Massimo: “non è una novità che una parte della classe dirigente sia subalterna allo straniero” .

Parole pesanti e drammatiche. Ma lui, D’Alema, non è stato in questi anni all’opposizione. Certo, ha una questione personale con Renzi, ma non risulta che si sia schierato contro questi governi del centrosinistra. Continua

In un Paese come l’Italia, anestetizzato e abbindolato dalla propaganda e dalla disinformazione, non si è ancora capito in quale baratro ci hanno portato. E – per quanto possa sembrare incredibile – non lo hanno capito nemmeno quelli che ci hanno trascinato quaggiù. Intendo la classe politica.

Infatti, alla vigilia della corsa elettorale, sui giornali si leggono annunci di programmi mirabolanti che stanno per essere sfornati dai diversi schieramenti: dal taglio delle tasse alle pensioni, dal reddito di cittadinanza ai finanziamenti allo stato sociale, dai fondi per la scuola a quelli per lottare contro la disoccupazione fino al ritorno del famoso Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Bene. C’è solo un problema: le chiavi e il portafoglio di casa nostra sono ormai in mano ad altri. In Italia non governano più gli italiani.

In maniera molto chiara – quasi brutale – lo ha fatto presente ieri Sergio Fabbrini in un inciso del suo editoriale pubblicato dal “Sole 24 ore”, dove si legge: “I politici italiani continuano a pensare come se fossero all’interno di uno stato sovrano indipendente”. Continua

Il “New York Times” ne ha subito scritto, essendo un fatto eccezionale. Ma sui giornali italiani io oggi non sono riuscito a trovare nemmeno una riga sull’avvenimento di ieri in Polonia (unica eccezione “Libero” dove è uscito questo mio articolo). Un silenzio collettivo che di fatto è una censura. Ma la cosa più scandalosa è la censura totale che dell’evento hanno fatto il giornale dei vescovi “Avvenire” e tutti i media vaticani e para-vaticani. Segno che Bergoglio è furioso con questa Polonia che manda più di un milione di suoi figli alle frontiere a pregare il Rosario in memoria della vittoria cristiana di Lepanto contro l’invasione musulmana e in memoria del centenario del messaggio della Madonna a Fatima. Non resta che meditare il Vangelo di oggi dove Gesù ammonisce duramente i vignaioli infedeli che si appropriano della vigna di Dio. Durissimo avvertimento agli ecclesiastici (P.S. Confrontate il finale della parabola di Gesù di oggi con quello che gli attribuisce Bergoglio nell’Angelus: l’esatto contrario).

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Ieri, in Polonia, un milione di persone, assiepate lungo tutti i confini nazionali, hanno recitato insieme un immenso rosario popolare.

L’iniziativa – ignorata dal Vaticano – è stata chiamata: “Rosario al confine”.

Nel Paese di Karol Wojtyla le frontiere sono sentite ancora come importanti: per difenderle sono morti tanti polacchi. Lì le parole “patria” e “identità nazionale” (e quindi interesse nazionale) non sono ritenute “bestemmie”, come purtroppo sta accadendo da noi. Lì orientano le scelte dei governi. Continua

E’ noto che – per superare i disastri dell’euro – da qualche tempo Berlusconi propone l’introduzione in Italia di una “moneta parallela”. Idea che sui giornali e nel dibattito pubblico è stata snobbata come una trovata insensata fatta solo per venire un po’ incontro ai “no euro” di centrodestra.

Ma adesso – per quanto sorprenda – a definire e a rilanciare l’idea della “doppia moneta” è la rivista “Micromega” (nell’ultimo numero appena uscito in libreria), cioè proprio l’accademia dell’antiberlusconismo.

A dire la verità la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais rivendica una sorta di primogenitura dell’idea, avendo pubblicato nel 2015 l’eBook “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” con la prefazione e l’avallo di Luciano Gallino che considera questa idea un primo passo dello Stato per riprendersi la sovranità monetaria. Continua

Ieri si celebrava il 25 aprile. Nella mia famiglia, per motivi storici, è davvero una festa della liberazione. Così avrei voluto scrivere su Twitter: viva l’Italia libera e indipendente dall’occupante tedesco.

Ma – mi sono detto – qualcuno potrebbe accusarmi di “sovranismo”? Si può ancora sventolare il tricolore e parlare di indipendenza nazionale e di occupanti tedeschi? Si può ancora rivendicare la sovranità degli italiani? Oppure è diventato disdicevole parlare di “patria”, di “indipendenza” e di “libertà”?

Non siamo forse nel Paese le cui élite hanno teorizzato da qualche decennio la necessità del “vincolo esterno” (cioè di stranieri che ci danno ordini) perché quello italiano – a loro dire – sarebbe un popolo incapace di governarsi da solo?

Eppure quando è stato libero di governarsi quello italiano è stato il popolo del “miracolo economico”. Dopo le rovine della Seconda guerra mondiale abbiamo fatto stupire il mondo.

Come, perché e quando abbiamo perso l’identità, l’orgoglio e la fiducia in noi – perdendo poi gran parte della sovranità – è una storia che sta cominciando a emergere, ma che aspetta ancora di essere scritta.

Fatto sta che oggi ci troviamo obbligati ad “appartenere” politicamente e monetariamente – come sudditi – a quella “Grande Germania” che si fa chiamare “Unione europea”. Continua

Oggi si celebrano i 60 anni dei Trattati di Roma con cui, nel 1957, sei paesi del vecchio continente istituirono la Comunità Economica Europea e l’Euratom.

Quella scelta storica in Italia fu tutt’altro che pacifica e unanime. Ci fu un grande oppositore nel Parlamento e nel Paese: il Pci.

Nel dibattito parlamentare sulla ratifica dei Trattati, il partito di Togliatti fece esporre le ragioni del proprio voto contrario dall’on. Giuseppe Berti, autorevole dirigente del partito (era fra l’altro il genero di Giuseppe Di Vittorio). Continua

Mentre tutta l’Italia si è dovuta sorbire per giorni lo psicodramma del Pd che – almeno nella contesa pubblica – appare come un mero scontro di potere sulla leadership di Renzi, il vero duello politico, sulle questioni di fondo per l’Italia, è esploso nel centrodestra senza che i media se ne accorgessero.

Per la verità nemmeno il vario mondo del centrodestra se n’è accorto, perché non è un confronto di idee alla luce del sole – come sarebbe auspicabile e sarebbe utile – ma un braccio di ferro sotterraneo tra i leader.

Nel centrodestra si oppongono due linee strategiche alternative che riguardano davvero il presente e il futuro dell’Italia. Continua