La cronaca di queste ore propone tre notizie: la stangata fiscale del governo  (da qualcuno definita “tasse e manette”), la manifestazione del centrodestra  a Roma (“Orgoglio italiano: una Patria da amare e difendere”) e la Leopolda  di Matteo Renzi a Firenze che ha a tema Matteo Renzi.

Il protagonista vero – che permette di capire tutti e tre gli eventi – è però il ceto medio. È la spina dorsale  del nostro Paese, anche economicamente, ed è attorno a questa Italia profonda  che si combatte la vera battaglia.

Alcuni spunti di riflessione molto preziosi – per capire cosa è successo e cosa sta accadendo oggi – li fornisce Marco Gervasoni  nel libro “La rivoluzione sovranista”. In breve. Il ceto medio nasce nel dopoguerra : “con il piano Marshall, il welfare state e la quasi piena occupazione, il gioco è fatto” (Gervasoni). Continua

Mentre divampa la polemica sul fascismo in assenza di fascismo (e i media si occupano da giorni del minuscolo gruppetto di Casapound), scoppia nel Pd una questione enorme sul comunismo sovietico e ad innescarla è lo stesso segretario Zingaretti.  

Il suo libro “Piazza grande” provoca infatti uno “scazzo grande” fra lui e Claudio Petruccioli , che non è uno qualunque, ma è un pezzo da novanta della storia del Pci e dei suoi derivati.

A seminare zizzania è stata Maria Teresa Meli che, sulle pagine romane del “Corriere della sera” , ha recensito il libro di Zingaretti citando, a un certo punto, questa sua frase: Se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra”. La Meli commenta: “Un’osservazione, questa, che sicuramente non risulterà gradita ai renziani”.

Petruccioli riporta il virgolettato attribuito a Zingaretti e verga un tweet sarcastico e durissimo:“Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, Zingaretti riporta l’orologio al 1945. Anche questo è un modo per convincersi di avere un futuro”.

Un giudizio pesantissimo. Trattandosi di questioni scottanti che riguardano un partito come il Pd, è singolare che la polemica sia stata ignorata dai media.  

Peraltro, andando a leggere il contesto di quella frase, si scopre che Zingaretti dice anche un’altra cosa esplosiva che – di per sé – basterebbe a seppellire l’esperienza dell’Ulivo e del PD.

Ma prima vediamo il passaggio sull’Urss: “Fino al 1989” scrive Zingaretti “la presenza di grandi potenze, internamente fradice e dittatoriali, ma alternative al capitalismo, aveva costituito un oggettivo deterrente a costruire un mondo unidimensionale e senza difese rispetto alle forme più estreme di sfruttamento. Spero che ora nessuno mi attribuisca in malafede nostalgie filosovietiche se rilevo che probabilmente nel dopoguerra, non ci fosse stata l’Unione Sovietica, ciò che è avvenuto in Grecia con la strage di tutti i comunisti sarebbe avvenuto in tutta Europa. Non sarebbero state possibili le lotte dei partiti di sinistra e democratici né il compromesso sociale che oggi in Europa è un esempio per tutto il mondo civilizzato”.

Zingaretti aveva messo le mani avanti sull’Urss con una “excusatio non petita” , ma la polemica è scoppiata lo stesso. Ovviamente il segretario del Pd non ha “nostalgie filosovietiche”, ma il suo argomento è molto discutibile e dimostra – se non altro – che il Pci e i suoi eredi non hanno mai veramente fatto i conti con il comunismo

Come fu osservato negli anni Novanta, hanno sbrigativamente cambiato il cappotto senza cambiare le mutande. E lo hanno fatto perché il muro di Berlino non rovinasse sulla loro testa.

Infatti Achille Occhetto ancora nel marzo 1989 , otto mesi prima della caduta del Muro, durante il Congresso del Pci, a Craxi , che gli chiedeva di cancellare il nome “comunista” , rispose a muso duro (fra grandi applausi): “Non si comprende perché dovremmo cambiar nome. Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato”

Appena otto mesi dopo – con il crollo del muro di Berlino – Occhetto si precipitò alla Bolognina ad annunciare il cambio del “nome glorioso”  che d’improvviso era diventato imbarazzante.

Fu un’operazione gattopardesca perché non fu mai accompagnata da una vera e dolorosa riflessione autocritica sul comunismo. 

Cionondimeno, dopo la vicenda Mani pulite che spazzò via i grandi partiti democratici, i comunisti, che avevano cambiato nome, paradossalmente arrivarono al potere : grazie al “passaggio” che fu dato loro dalla sinistra dc, con la leadership di Romano Prodi.

I post-comunisti, per far dimenticare di essere stati comunisti fino al giorno prima, aderirono alla nuova ideologia dominante, quella mercatista che – fra l’altro – aveva partorito il Trattato di Maastricht, la UE e l’euro.

L’emblematico bilancio di quel periodo sta in un intervento di Massimo D’Alema a “Porta a porta”  nel quale, qualche anno fa, dichiarò: “durante i governi di centrosinistra si sono fatte più riforme e privatizzazioni di quante se ne siano fatte dopo… il paradosso italiano è che è stato il centrosinistra a smontare l’Iri, non il centrodestra… Dunque privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma dellepensioni. Noi abbiamo portato la lira nell’euro, noi abbiamo compresso la spesa pubblica”.

Le elencava come delle vittorie, ma era la vittoria del Mercatol’archiviazione dello stato sociale . L’imperante globalizzazione in tutta Europa usò, per questa svolta mercatista (e antipopolare) , propriole forze di sinistra che avrebbero dovuto difendere le classi popolari.

Nel libro di Zingaretti si trova la conferma. Egli infatti 

osserva che con “la dissoluzione del blocco dei paesi comunisti… ci siamo accontentati di levarci di dosso quel nome, ‘comunismo’ , che il socialismo reale aveva gettato nel fango”.

Ma emerse “l’insufficienza delle forze progressiste rimaste sul campo come contrappeso all’aggressività dell’ordoliberismo che già covava lungo tutti gli anni ottanta con Reagan e la Thatcher. Rintraccio qui la radice di una nostra progressiva subalternità” . 

Cioè hanno subito “un’egemonia culturale e pratica del campo avversario”, quello ordoliberista, “fino a mutuare luoghi comuni, tabù, atteggiamenti e linguaggi che ci hanno allontanato dalla sensibilità popolare”.  

Così la sinistra ha tradito e quindi perso il popolo che oggi, infatti, vota altrove . Zingaretti conclude: “È ora di rimediare”. 

Solo che per “rimediare” Zingaretti dovrebbe rinnegare tutte le scelte strategiche di Ulivo e Pd, a cominciare da Maastricht e dall’euro : 25 anni di errori. Dovrebbe riconoscere l’ennesimo fallimento storico. Un altro crollo del muro di Berlino. O di Bettino.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 10 maggio 2019 

A un mese dalle elezioni europee il fanatismo UE si trova a fare i conti con un dramma imprevisto: sta sprofondando l’Unione Europea (da non confondersi con l’Europa, che è tutt’altra cosa). Le urne elettorali possono diventare funerarie.

A lungo ci hanno ripetuto che la Ue è il futuro. Ora scoprono, sbalorditi, che sta diventando il passato. Emblematici due editoriali, usciti ieri sulla “Stampa”  e sul “Sole 24 ore”, firmati da due entusiasti cantori della Ue.

Maurizio Molinari, che della “Stampa” è anche direttore, fotografa “L’Europa nella morsa dei rivali”. Spiega che la Ue sta subendo un pesante attacco da un fronte interno e da un fronte esterno. 

Il fronte interno è rappresentato dai soliti sovranisticattivi i quali “cavalcano lo scontento della classe media”, dovuto alla crisi economica e ai migranti. 

Molinari non si chiede perché tutti individuano “nell’Unione Europea il responsabile di ogni male”, altrimenti dovrebbe riconoscere che proprio la politica economica di Maastricht e l’euro sono responsabili dell’impoverimento delle classi medie e del peggioramento della “performance economica” dei paesi Ue rispetto al resto dell’economia mondiale.

Poi l’editorialista spiega che c’è pure il fronte esterno: la Ue viene stritolata dall’“accesa rivalità fra Cina Russia e Stati Uniti”, un processo che sta mettendo “fine alla stagione della globalizzazione  iniziata con il crollo del Muro di Berlino”. Cosicché l’Unione Europea è “il protagonista più debole e vulnerabile di questo momento di veloce trasformazione storica”.

Molinari non dice che così, di fatto, stanno venendo meno tutte le basi geopolitiche della nascita della UE a Maastricht

Infatti l’artificiale follia tecnocratica di Maastricht fu resa possibile nel 1992  dall’appoggio degli Stati Uniti che lanciavano la grande globalizzazione (che doveva trasformare il mondo in un unico mercato), dal disfacimento dell’Urss (con la neonata Federazione russa che arrancava per non annegare) e dalla Cina ammessa nel commercio mondiale perché vista come straordinaria fornace di prodotti a basso costo e domani come grande mercato.

Oggi lo scenario geopolitico è capovolto. La presidenza Trump è contro la UEe fa la guerra dei dazi specie alla Germania per il suo gigantesco surplus nelle esportazioni (come pure alla Cina); la Russia  con Putin è tornata ad essere una forte protagonista e la Cina non è più un paese sottosviluppato da “sfruttare”, ma una gigantesca potenza che è lanciata alla conquista del mondo.

Infine l’asse franco-tedesco su cui era costruita la Ue si è dissolto per le colossali difficoltà interne di Macron, che non riesce più a tenere un Paese in rivolta sociale, e per il progressivo ripiegamento nazionalista della Germania.

Su questa svolta tedesca ieri rifletteva, desolato, l’altro cantore della UE, Sergio Fabbrini. Il quale, sul “Sole 24 ore” ha elencato una serie di clamorosi gesti della Cdu e della Merkel  (schiaffi alla Francia – a proposito del suo seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu – e mano tesa ai britannici sulla Brexit e a Orban nel Ppe) i quali fanno sospettare che “la Germania abbia smarrito la propria vocazione europeista”.

Fabbrini ritiene che non sia possibile una radicale svolta sovranista, perché – parole sue – “la Germania continua ad essere il Paese che ha più beneficiato della moneta unica, che ha più massimizzato i vantaggi dei mercati aperti”.

Ma questo è stato vero fino ad oggi e Fabbrini non considera il presente: le gravi crepe dell’economia tedesca che si evidenziano negli ultimi brutti dati sulla produzione industriale e ancor più nella “situazione drammatica del settore bancario tedesco” (Nicola Porro) che pure era stato trattato con i guanti di velluto (a differenza di quello italiano).

Dunque, mentre Robert Kagan prospetta un nuovo nazionalismo tedesco, volano gli stracci tra Parigi e Berlino. 

Maurizio Ferrera, nell’editoriale del “Corriere della sera” di ieri, c’informa che Macron “ha lanciato alcune pesanti accuse alla Germania: risponde sempre di no, eppure è il Paese che ha tratto maggiori vantaggi dall’euro. E, soprattutto,persegue un modello di crescita che è ormai chiaramente contrario all’interesse europeo”.

Così l’UE tecnocratica di Maastrcht è in frantumi. Cosa resta?Resterebbe l’Europa delle cattedrali, la vera Europa millenaria, ma, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia venerdì sul “Corriere”, è proprio quell’Europa delle identità e delle radici cristiane che le tecnocrazie della Ue hanno rinnegato.

A ritrovare e ricostruire quell’Europa dei popoli potrebbero essere proprio i cattivi sovranisti. Infatti, diversamente da quanto scrive Molinari, il sovranismo  (almeno quello italiano) non vuole affatto “smantellare l’edificio dei Trattati di Roma” (che nel 1957 istituirono la Comunità economica europea), ma semmai smontare il Trattato di Maastricht del 1992, quello a cui si deve l’euro e l’affossamento economico dei paesi europei (a cominciare dall’Italia). Si tratta insomma di tornare alla vera Europa.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 29 aprile 2019

Il clamoroso flop dell’appello di Romano Prodi ad appendere fuori dalle finestre la bandiera europea, il 21 marzo, fa un po’ ridere, ma dovrebbe pure far riflettere. 

Oltretutto era stato rilanciato dai media e soprattutto era stato fatto proprio dal Pd che – per bocca del suo nuovo segretario Zingaretti – aveva twittato: “Chiedo a tutti di aderire e di raccogliere l’appello lanciato da Romano Prodi, di farlo nostro. Noi ci saremo!”.

Loro ci sono stati, infatti, ma con pochi intimi: bandiere europee alle finestre non se ne sono viste da nessuna parte. Solo “Repubblica” ha comicamente parlato di “successo dell’iniziativa”, espressione che in questo caso può avere solo un significato satirico

Del resto il Pd non si è limitato a esporre (in solitario) la bandiera europea sul balcone (e solo quella europea, senza il tricolore), ha pure cancellato la bandiera italiana dai suoi social

Cosa che ha scandalizzato molti, fra cui Giorgia Meloni che ha commentato: “Non contenti delle continue dimostrazioni di sudditanza, il Pd ufficializza la propria anti-italianità eliminando definitivamente il tricolore da Twitter e lasciando solo la bandiera dell’Ue. Ma quanto sono ridicoli?”.

A suo modo è una scelta simbolica assai rivelatrice. Infatti il Pd fa persino peggio del Pci che almeno, nel suo simbolo, dietro la bandiera rossa con falce e martello (che era la bandiera dell’Urss ), aveva mantenuto la bandiera italiana.

La Meloni – e non solo lei – considera dunque il Pd come il referente politico del partito anti-italiano. La cui ideologia viene quotidianamente amplificata e rilanciata su gran parte dei media.

E’ questo che spiega sia l’impopolarità del Pd (con tutta la Sinistra), sia il flop dell’appello prodiano. Un flop che, soprattutto alla vigilia delle elezioni europee, è clamoroso ed emblematico (sebbene taciuto dai media).

Il motivo è semplice: gli italiani hanno capito benissimo, sulla propria pelle, che fregatura sono stati l’euro e l’Unione europea

Perfino un centro studi tedesco di recente ha calcolato che a vent’anni dall’entrata in vigore della moneta unica, la Germania è il paese che ci ha guadagnato di più e l’Italia è il paese che ci ha perso di più (“Nessun altro Paese l’euro ha portato a perdite così elevate di prosperità come in Italia”).

Per la precisione il nostro Paese ha avuto una perdita totale di 4.325 miliardi di Pil ed è di 73.605 eurola perdita economica pro capite degli italiani dal 1999 al 2017.

Al contrario per la Germania si calcola un guadagno di 1.893 miliardi di euro, ovvero 23.116 euro per abitante.

Tutto questo è conseguenza del meccanismo della moneta unica che è un marco svalutato e una lira super valutata ed era stato perfettamente previsto dagli economisti.

In questo quadro si capisce perché, nei giorni scorsi, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, a proposito della possibile uscita dell’Italia dall’euro, ha dichiarato: “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”.

Ecco perché nella Ue vogliono un’Italia sottomessa e obbediente ai loro interessi che poi sono perlopiù quelli tedeschi. Vogliono un’Italia che accetta di continuare a suicidarsi per gli interessi stranieri. 

Non a caso ieri Manfred Weber, il tedesco che la Merkel ha candidato alla guida della prossima Commissione europea, in una intervista a “Repubblica”, è arrivato a sfoderare un’arroganza da padrone dichiarando testualmente che “le destre nazionaliste vogliono riprendersi sovranità”  ma lui vuole vincere le elezioni europee per scongiurarlo.

Così – ha aggiunto – “i paesi del Nord come la Germania, l’Austria o la Finlandia si devono prendere cura dei ragazzi dell’Europa del Sud”.

La traduzione è semplice: l’Italia, con la leadership della Lega salviniana, intende riprendersi la propria indipendenza e sovranità, per difendere i propri interessi nazionali, ma noi glielo impediremo continuando a tenerla sotto il nostro teutonico stivale.

Alle prossime elezioni europee dunque gli italiani dovranno decidere se dare un futuro di prosperità al nostro Paese, o votare per il bene della Germania  facendoci definitivamente sottomettere come una colonia.

Va anche considerato che, in ogni caso, quell’operazione di palazzo compiuta nel 1992 e chiamata Unione Europea (da non confondersi con la precedente Comunità europea) è ormai al collasso.

Non solo per l’avanzata dei partiti euroscettici (ultima in ordine di tempo la vittoria elettorale in Olanda). Ma anche perché vanno in piazza i popoli che non sopportano più il regime germanico e l’impoverimento che comporta. Anche l’impoverimento di democrazia.

Lo dimostrano le vicissitudini della Brexit da cui emerge che la UE è come il Patto di Varsavia, una “unione” da cui non si può uscire se non pagando un prezzo salatissimo: un luogo da cui non si può uscire ha un solo nome: prigione.

Ma il collasso della UE è dimostrato pure dall’esplosione delle piazze in Francia, qualcosa che rischia di somigliare a una guerra civile.

François Billot de Lochner, in un articolo intitolato “Stiamo andando verso una nuova rivoluzione?”, ha riportato un recente sondaggio” da cui emerge che “il 40% dei francesi è convinto che non saranno possibili cambiamenti nella loro società, senza una rivoluzione!”

Per far capire quanto è clamoroso questo dato, Billot de Lochner spiega che “mai i francesi, dopo la rivoluzione del 1789, si erano mostrati a tal punto rivoluzionari”, tanto è vero che “nella primavera del 1789, alla vigilia della Rivoluzione… gli storici più seri stimano che i rivoluzionari che volevano davvero abbattere la monarchia, erano meno del 5%. Eppure, con meno del 5% di rivoluzionari dichiarati, dal giugno 1789 la Francia fu messa a ferro e fuoco. Quali rischi possono esserci per la nostra società, con una percentuale del 40%?”.

Poi conclude: “Come si poteva immaginare che l’incredibile disprezzo di una piccola casta politico-mediatica verso una larga maggioranza della popolazione francese, in particolare del ceto medio, si sarebbe un giorno tradotta in una reazione violenta, di cui i Gilet gialli sono solo la punta dell’iceberg?”

Chi s’illude di risolvere il problema con la dura repressione, come Macron, o – come Weber – con il potere tecnocratico per rimettere in riga “i ragazzi del Sud Europa” è destinato al fallimento. 

Nessun altro popolo europeo sarà disposto a subire quello che ha sopportato la Grecia. Del resto ci sono tanti segnali (come il recente crollo dell’indice PMI manifatturiero in Germania)  che faranno capire a Berlino che il sistema di Maastricht è al capolinea. Non si può più tirare la corda, perché si spezza. 

L’errore è stato pretendere di sostituire la precedente Comunità europea che De Gasperi, Adenauer e Schuman avevano costruito sulle comuni radici culturali cristiane, con una costruzione artificiale che ha sostituito le comuni radici cristiane con il dio-Mercato, che è basata sull’imposizione di una devastante moneta unica e sulla tecnocrazia europea la quale svuota le identità e le sovranità nazionali.

Il politologo Jérôme Fourquet sostiene che in Francia la cancellazione della matrice giudaico-cristiana è all’origine delle profonde divisioni e fratture del Paese. La stessa cosa si può dire per l’Unione Europea.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 24 marzo 2019 

Altro che fine delle ideologie. Da noi perfino la Tav è un’occasione di scontro fra bandiere ideologiche contrapposte. 

L’invito di Salvini al buon senso, al realismo, alla concretezza e al compromesso, fatica a trovare interlocutori. Perché non siamo mai usciti veramente dalla febbre ideologica del ’68. Sono cambiati solo i miti, gli slogan e le bandiere.

Continua a dilagare la “politica mitologica” come la chiamava Joseph Ratzinger : basti pensare all’utopia mercatista e liberista, a braccetto con quella europeista-eurista, quindi l’utopia scientistal’utopia migrazionista e multiculturalista e anche l’ideologia “politically correct”.

In una recentissima conferenza Mario Draghi, potente governatore della Banca centrale europea, ha sorpreso l’uditorio citando proprio quel discorso – a cui ho accennato – di Benedetto XVI, un’autorità insolita per certi ambienti. E’ un discorso del 1981 ai deputati cattolici del parlamento tedesco. Solo che evocandolo Draghi ha forse fatto un autogol

Infatti la pagina ratzingeriana rappresenta la demolizione di tutte le utopie politiche e ideologiche, anche l’ultima del Novecento, quella dell’Unione europea e dell’euro. 

Quindi finisce per essere pure una demolizione dei presupposti della Bce che rappresenta la quintessenza dell’utopia di Maastricht: la Bce è infatti un’innaturale invenzione senza precedenti storici, non essendo mai esistita una banca centrale che non appartiene a uno Stato e che non assolve alla funzione di pagatore senza limiti di ultima istanza come qualsiasi altra Banca centrale.

E’ nota la polemica politica riguardo alla Bce come una tecnocrazia che sovrasta gli stati, i governi e i popoli. E’ parte del dibattito sulla democraticità (o meno) dell’Unione Europea.

Un grande dissidente russo, Vladimir Bukovskij, è arrivato, anni fa, a paragonare la Ue a quel “mostro”  che fu l’Urss. Ovviamente la Ue non è l’Urss, è sbagliato accostarle. Ma l’allarme di Bukovskij dovrebbe far riflettere. 

Un altro che conobbe di persona l’utopia realizzata del comunismo, Vaclav Klaus, presidente della libera Repubblica ceca dal 2003 al 2013, intervistato ieri dal “Messaggero” ha messo in rilievo vari aspetti critici della Ue.

Per esempio ha dichiarato: “Abbattere i confini è un’ambizione utopica”. E lo ha detto sia in riferimento alle politiche migratorie sia in riferimento allo svuotamento delle sovranità nazionali dei paesi europei. 

Lui propone di “tornare all’Europa precedente il Trattato di Maastricht”, anche ridiscutendo l’euro. “Al tempo stesso” ha aggiunto “dovremmofermare la migrazione di massa  e restituire potere decisionale e sovranità agli stati nazionali”.

In effetti mentre la Cee era una comunità di nazioni costruita con realismo e concretezza, rispettosa delle diversità e delle sovranità, l’Unione europea  che l’ha soppiantata nel 1992 ha una forte connotazione ideologica e utopica.

Il problema è che la discussione sulla UE e sull’ euro (che furono presentati come il paradiso in terra) non è un confronto laico in cui si fa un bilancio razionale  di questi venti anni (bilancio che sarebbe economicamente e civilmente disastroso). 

La Ue e l’euro sono diventati una mitologia. Il dibattito su questi temi è teologico : l’euro e l’Unione europea sono ormai dogmi di fede (laica) indiscutibili, sono il Bene (contrapposto al Male e alla barbarie) e chi osa criticarli o discuterli è trattato da eretico che merita solo la scomunica e il rogo.

E’ qui, in questa pretesa “divina”, che si riconosce il veleno dell’utopia. Ed è qui che il memorabile discorso di Joseph Ratzingerdimostra la sua straordinaria attualità.

Quando fu pronunciato, nel 1981, si riferiva specialmente all’utopia ideologica che aveva devastato gli anni Settanta, dopo il ’68, cioè il marxismo. Ma è perfettamente attuale anche oggi che l’utopia ideologica – abbandonati falce e martello – si è trasferita su altri simboli.

Ratzinger spiegava che “lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana[…].Questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale. Ma quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore all’uomo, decade”  – ed è il caso dell’Europa di questi decenni (come dimostra la polemica sulle “radici cristiane” cancellate dalla Costituzione europea) – “insorge allora di nuovo il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza”

Ratzinger spiegava: 

Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo. Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. 

Potremmo considerare, per esempio, il dibattito sull’emigrazione. Quante volte abbiamo sentito utopisti e cuori in fiamme che incitavano ad abbattere le frontiere ed accogliere tutti coloro che arrivavano con i barconi dall’Africa, dove ci sono molti milioni di potenziali migranti.

Un nobile slancio. Ma è realistico? E’ possibile?  E soprattutto: una tale utopia, se realizzata, farebbe il bene del nostro paese e dei popoli africani?Ovviamente la risposta razionale e realista è “no” a tutte queste domande.

Ma chi spiega questo e chi chiude le frontiere all’immigrazione di massa incontrollata passa per meschino e addirittura disumano

Eppure il fatto che, con la diminuzione delle partenze, siano drasticamente diminuite anche le morti in mare dovrebbe far riflettere e spazzar via ilmanicheismo di buoni e cattivi. Invece lo scontro ideologico prosegue. 

Anche su altri fronti prevalgono le battaglie ideologiche. La concretezza, la ragionevolezza, la volontà di compromesso, sono rari. 

Eppure Ratzinger in quel discorso spiegava che la vera moralità politica “è la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Parole di grande attualità.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 10 marzo 2019 

La vicenda dei pastori sardi è solo l’ultimo episodio di una crisi colossale  in cui siamo precipitati negli ultimi 25 anni  senza renderci conto di chi, cosa, come e perché ci abbia scaraventato nella voragine. 

In Francia, con i “gilet gialli”, la rivolta è ancora più forte e in Gran Bretagna si è espressa con la Brexit. Ma tutto è destinato ad aggravarsi. Il connotato del tempo che viviamo è l’insicurezza. Un’ansia collettiva per cui nessuno più si sente protetto. La condizione economica e sociale di tutti è destabilizzata e incerta

Circa 25 anni fa ci avevano prospettato la terra promessa con la Ue, l’euro e la globalizzazione. Siamo stati fuorviati da una narrazione fasulla delle élite e dei media secondo cui stavamo entrando “nel futuro”.

Altro che futuro: è una paurosa regressione all’Ottocento, un mondo senza protezione sociale. Infatti non si tratta solo di ricordare i soliti disastrosi indicatori della crisi di questi decenni: il crollo del pil e della produzione industriale o l’esplosione della povertà e della disoccupazione giovanile. L’insicurezza ha investito proprio tutti, anche le categorie più forti

TUTTI NELL’INSICUREZZA

Ieri Giulio Sapelli dava dei flash di questa situazione: disgregazione delle classi medie a reddito fisso impaurite dalla riforma dei regimi pensionistici… sottomissione di larghi strati di commis d’état a regimi privatistici che li sottopongono alla legge del mercato e alla ricerca continua di un posto di lavoro… svalutazione del principio di status per gran parte degli insegnanti sottomessi a regimi di reddito insufficienti per riprodurre la conoscenza didattica e culturale generale”.

Ed ancora:

Nell’industria manifatturiera la crisi sottopone manager di ogni basso e medio livello all’incubo della disoccupazione… in età matura”. 

E poi lavoratori di ogni categoria “sottoposti a insicurezza di lavoro”, la “paura crescente” che “serpeggia tra la borghesia manifatturiera alveolare; le piccole e artigianali imprese” con “il rischio continuo di fallimento…  La classe operaia paralizzata dalla paura della disoccupazione e dal regime neo-schiavistico a cui è sottomessa nella maggioranza delle imprese con contratti intermittenti e a tempo breve”.

Un’intera generazione di giovani che sprofonda nella sotto occupazione, precaria e mal pagata e resta esclusa dalla vita sociale, dalla possibilità di fare un progetto, una famiglia, dei figli.

L’instabilità e il rischio riguardano perfino i nostri conti correnti e le nostre banche, un tempo, fortini inespugnabili. E nemmeno i pensionati  possono più sentirsi al sicuro. 

E’ diventato un lusso perfino far studiare i propri figli e rischia di diventare proibitivo addirittura curarsi. Da almeno 25 anni l’ascensore sociale è bloccato.

NOSTALGIA

Uno scenario inimmaginabile negli anni della cosiddetta Prima Repubblica, quando – al riparo di politiche keynesiane – l’Europa occidentale aveva potuto conseguire, in quarant’anni, livelli di benessere e di sicurezza sociale eccezionale.

E’ stato il quarantennio dell’unica vera grande rivoluzione sociale pacifica che il nostro Paese abbia mai conosciuto: un formidabile ascensore sociale ha permesso davvero a tutti – bastava studiare o darsi da fare – di migliorare le proprie condizioni di vita. 

I figli delle famiglie popolari hanno potuto conseguire veri traguardi di ascesa sociale e gran parte delle famiglie hanno accantonato risparmi e si sono fatte la casa di proprietà.

INIZIA L’INCUBO

Poi, dopo il crollo del Muro di Berlino, è stato decretato l’avvio di un globalizzazione selvaggiae di una Unione Europea che – con i Trattati di Maastricht – ha rottamato la piena occupazione, il welfare state e il benessere diffuso, sull’altare del “dio Mercato”.

Ai governi nazionali sono stati progressivamente sottratti poteri. Gli Stati sono stati spolpati dalle privatizzazione e sottoposti alla dittatura del Mercatismo con una perdita radicale di sovranità da parte dei popoli.  

All’obiettivo della piena occupazione è stato sostituito quello del controllo dell’inflazione e dell’ austerità dei conti pubblici (con il taglio della spesa sociale). 

E’ stato un colossale esperimento politico condotto da élite che avevano chiarissimo ciò che sarebbe accaduto. Lo si trova spiegato nero su bianco. 

Penso, ad esempio, a quanto scriveva, sul “Corriere della sera” del 26 agosto 2003, Tommaso Padoa-Schioppa, un esponente dell’élite che ha lavorato ad altissimi livelli a Bankitalia, alla Banca Centrale Europea e alla Commissione Europea.

Questo “convinto europeista”  è stato  membro del

“Comitato Delors  che delineò la strada verso la moneta unica europea, infine è stato Ministro dell’economia e delle finanze nel governo Prodi e poi dirigente del Fondo Monetario Internazionale.  

LA DUREZZA DEL VIVERE

Dunque in un memorabile articolo sul “Corriere” Padoa-Schioppa spiegava che, in tutta Europa, si doveva andare verso quelle “riforme strutturali” che consistevano nel “lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione”

A cosa avrebbe portato tutto questo? Padoa Schioppa lo spiegava chiaramente: 

“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”.

Ecco il punto d’arrivo del colossale esperimento sociale mercatista. Adesso i popoli europei (e soprattutto il popolo italiano) provano nuovamente la “durezza del vivere”, la precarietà, l’insicurezza e il rischio della povertà che conobbero fino all’Ottocento.

Oggi l’esperimento è compiuto. E le moltitudini impoverite si sollevano, cosicché in Gran Bretagna decidono con la Brexit di riprendere in mano i propri destini, nelle piazze parigine si ribellano rumorosamente con i gilet gialli, fino all’Italia che si dibatte in una crisi pesantissima e il 4 marzo del 2018 ha dato il primo scossone.

Questo impoverimento generalizzato, questo senso di insicurezza e vulnerabilità che ormai attanaglia tutti i gruppi sociali e tutte le generazioni, rappresenta il fallimento delle élite

Stiamo vivendo una spaventosa regressione all’Ottocento  che rischia di dare il colpo di grazia alla stessa democrazia, già mal ridotta.

Del resto l’esperimento dei demiurghi dell’Unione Europea è stato condotto proprio per arrivare a una sorta di super stato che allontanasse i popoli dai centri decisionali.

Come dichiarò Jean Monnet, che è uno degli architetti delle istituzioni europee, nel 1952:“Le nazioni europee dovrebbero essere guidate verso un superstato senza che le loro popolazioni si accorgano di quanto sta accadendo. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso passi successivi ognuno dei quali nascosto sotto una veste e una finalità meramente economica”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 17 febbraio 2019

Andiamo sempre peggio, si sente dire al Bar del pensiero luogocomunista. Si ripete: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, e poi violenze, inquinamento, catastrofi, esaurimento delle risorse, fame e malattie, sottosviluppo, inevitabili migrazioni di massa.

“Questa è l’immagine che quasi tutti gli occidentali vedono nei media e si imprimono nella mente. Io la chiamo visione iperdrammatica del mondo, una concezione stressante e ingannevole”. Così scrive Hans Rosling  in “Factfulness” (Rizzoli).

Questo libro, il cui autore è membro dell’Accademia di Svezia e fondatore della sezione svedese di Medici senza frontiere,
elenca una serie impressionante di dati che dimostrano l’esatto contrario. 

Ovvero che il mondo va sempre meglio, l’umanità ha compiuto progressi spettacolari  e ha conseguito un benessere inimmaginabile.

Quindi i media ci danno una rappresentazione totalmente ribaltata  della situazione? La risposta è: sì. Ma c’è un’altra rappresentazione ribaltata  della realtà (e, in questo caso è più difficile trovare i dati veri che ci fanno scoprire la verità): si tratta del tema Europa/Italia

Quando si parla dell’Unione Europea i media vanno in sollucchero. Fin da quando è stata varata – circa 25 anni fa – si predisse che questo esperimento politico (con la moneta unica) ci avrebbe portato nella terra promessa dove scorre latte e miele, ci avrebbe fatto ricchi e ci avrebbe protetto da tutte le intemperie finanziarie e politiche. 

E’ accaduto l’esatto contrario (vedremo i dati) e va sempre peggio, ma la rappresentazione mediatica continua a raccontare la favola della propaganda iniziale. 

C’è un nesso fra i due fenomeni, quello globale (positivo) e quello euro-italiano (negativo)? Certo che c’è. Ma prima vediamo un po’ di numeri.

Sono dati ufficiali della grandi istituzioni internazionali. Ecco qualche esempio. 

BUONE NOTIZIE DAL MONDO

Nel 1800l’85% della popolazione mondiale viveva nella condizione di povertà estrema. Venti anni fa era il 29% e oggi il 9%. Un successo strepitoso (con un balzo eccezionale negli ultimi 20 anni), eppure nessuno se ne rende conto.

Scrive Rosling: “Nel 1800, quando gli svedesi morivano di fame e i bambini britannici lavoravano nelle miniere di carbone, l’aspettativa di vita era di circa 30 anni in tutto il mondo. Il dato era sempre stato questo. Circa metà dei bambini moriva durante l’infanzia. Quasi tutti gli altri perdevano la vita tra i 50 e i 70 anni. Perciò la media si aggirava intorno ai 30”. Oggi nel mondo l’aspettativa di vita media è di 72 anni (da noi sopra gli 80).

Consideriamo poi “tutte le vittime di inondazioni, terremoti, tempeste, siccità, incendi e temperature estreme, nonché i decessi durante gli sfollamenti e le pandemie che seguono questi episodi”. 

Oggi, spiega Rosling, il numero annuale di decessi dovuti a tali calamità è solo il 25% di quello di un secolo fa, ma siccome la popolazione è aumentata di 5 miliardi da allora, il crollo dei decessi è ancora più clamoroso: abbiamo solo il 6% dei decessi di cent’anni
fa
. Grazie agli enormi progressi che ci permettono di difenderci.

Un dato che esemplifica il miglioramento della qualità della vita: oggi l’80% delle persone ha un qualche accesso all’elettricità

Inoltre si ripete che l’Africa è una bomba a orologeria, che, con il boom demografico, la fame, le malattie e il sottosviluppo porteranno in Europa milioni di migranti. 

Si ignora invece che in questi anni, in cui i paesi europei stentano a far crescere il pil dell’1%, in Africa la crescita è ben superiore e paesi come Ghana, Nigeria, Kenya o Etiopia (come il Bangladesh in Asia) sono cresciuti sopra al 5 %

E ci sono paesi come Tunisia, Algeria, Marocco, Libia ed Egitto che “hanno aspettative di vita superiori alla media mondiale di 72 anni. In altre parole, si trovano dove la Svezia era nel 1970”.

Rosling elenca pure una serie di cose orrende che sono sparite o stanno sparendo dal mondo: dalla schiavitù legale ai paesi con casi di vaiolo, ai morti in incidenti aerei. 

In fortissima diminuzione  la percentuale di persone denutrite (passate dal 28% del 1970 all’11% del 2015), le armi nucleari (da 64 mila del 1986 a 9 mila del 2017), le sostanze nocive per l’ozono (da 1663 del 1970 a 22 del 2016, in migliaia di tonnellate), il lavoro minorile, l’inquinamento  derivante da piombo nella benzina e incidenti con perdite di petrolio.

Invece cresce nel mondo la resa cerearicola per ettaro (da 1.400 KG per ettaro del 1961 a 4 mila del 2014), la superficie terrestre protetta da parchi, l’alfabetizzazione (dal 10% del 1800 all’86% del 2016) per non parlare della ricerca scientifica, della democrazia (e del voto femminile).

Si potrebbero elencare molti altri indici, riportati da Rosling. Ovviamente sono indici di benessere prevalentemente economico, che non escludono l’esistenza di altri problemi umani o fatti molto negativi.

PESSIME NOTIZIE EURO-ITALIANE

Veniamo invece al caso euroitaliano: perché da noi – al contrario del resto del mondo – le cose sono andate indietro 

Bastino due dati: nel 1999 il prodotto interno lordo dell’eurozona era il 22% di quello mondiale. Nel 2017 è ormai al 16%. Una caduta micidiale.

Nel 2000 l’economia USA superava del 13% quella dell’eurozona, nel 2016 questa percentuale era raddoppiata: al 26%.

Anche se i media continuano a raccontare la favola dell’UE felice, la gente comune  si è accorta dell’inganno, paga sulla propria pelle il peggioramento della qualità della vita e comincia a protestare, nelle urne (Italia e Gran Bretagna) o nelle piazze (Francia).

C’è un nesso fra i due fenomeni, quello globale (positivo) e quello (negativo) relativo a Italia/Europa? Sì. Il nesso si chiama globalizzazione. Fino alla caduta del Muro di Berlino si è avuto un progresso globale ordinato e regolato, guidato e trainato dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale.

Dagli anni Novanta si è imposta una globalizzazione selvaggia, con un Mercato globale senza regole e, per esempio, l’ingresso di colpo sulla scena di un gigante come la Cina che, di fatto, fa concorrenza sleale a tutti.

La follia europea è stata quella di legarsi le mani con i Trattati di Maastricht (che hanno al centro il mercato e l’inflazione, anziché il lavoro e la crescita economica) e con una moneta unica che, oltre a impedire le preziose politiche monetarie nazionali, ha regalato alla Germania un marco super-svalutato e a noi una lira sopravvalutata.

Così i tedeschi hanno vampirizzato le altre economie europee, specie quella italiana. Infatti in 18 anni di euro la manifattura italiana è crollata del 16%, quella tedesca è cresciuta del 30%.

Ecco perché nel 1999 – all’ingresso nell’euro – il reddito pro-capite degli italiani era il 96% di quello tedesco, mentre nel 2015 dopo sedici anni di euro il reddito degli italiani è il 76% di quello dei tedeschi. 

Il nostro reddito pro capite è addirittura diminuito  da 34.802 dollari del 1999 a 34.752 del 2017. Negli anni ottanta, un italiano risparmiava in media 1/4 del suo reddito: oggi quasi zero.

L’Italia che, fra 1960 e 1979, vedeva crescere il Pil del 4,8% medio annuo (ed era ancora al 2% fra 1980 e 1999), dal 2000 al 2018 è ferma : la crescita media annua allo 0,2% significa che siamo in coma.

E questo si paga salatamente nella qualità della vita. Significa più disoccupazione e povertà, meno investimenti in infrastrutture, nell’educazione e nella sanitàSignifica blocco del cosiddetto “ascensore sociale”

Significa avere giovani senza un futuro, senza possibilità di fare un progetto di vita e significa anche gravissima denatalità. E’ la via del declino irreversibile.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 10 febbraio 2019

Mario Draghisi laureò nel 1970, alla Sapienza di Roma, sotto la guida del grande economista Federico Caffè, con una tesi intitolata: “Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio”. 

In sostanza Draghi, con Caffè come relatore, sosteneva “che la moneta unica (europea) era una follia, una cosa assolutamente da non fare”.

La cosa deve imbarazzarlo, oggi che è presidente della Banca centrale europea, cioè “Mister Euro”, infatti quando gli viene ricordata la liquida con una battuta. Ma senza spiegare perché ha cambiato idea. Non poteva certo essere una tesi campata per aria quella che fu presentata – nientemeno – da Caffè.

Del resto negli anni successivi, quando la moneta unica europea cominciò davvero a essere realizzata, fior di premi Nobel per l’Economia affermarono che era una follia(come aveva argomentato il giovane Draghi). 

Personalità come Milton Friedman (“la spinta per l’Euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia… esacerberà le tensioni”), Paul Krugman (adottando l’euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera con tutti i danni che ciò implica”), Joseph Stiglitz (“questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza ha un nome di quattro lettere: euro”).

Poi Amartya Sen: “l’euro è stata un’idea orribile… Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata…Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione e taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo”.

Addirittura James Mirrless, rivolto agli italiani, ha dichiarato: “guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso”. E Christopher Pissarides, un tempo sostenitore dell’euro, oggi è passato sul fronte opposto: “La situazione attuale non è sostenibile ancora per molto. E’ necessario abolire l’Euro per creare quella fiducia che i Paesi membri una volta avevano l’uno nell’altro”.

L’euro più che una moneta è un progetto politico e non ha giustificazioni economiche, riflette solo la strategia tedesca di egemonia continentale. Per questo crea divisione e conflitti. 

Non a caso la Gran Bretagna(che non ha mai aderito all’euro, perché secondo la Thatcher era una minaccia per la democrazia) si è tirata fuori pure dalla UE.

A vent’anni dalla nascita dell’euro è toccato proprio a Mario Draghi, l’altroieri, celebrare il funesto evento con una conferenza a Pisa. Ha affermato che “l’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista”. Una perifrasi che, tradotta, significa: è stata per metà Europa una sciagura, ma non possiamo dirlo. 

Anche se la gente se n’è già accorta da sola, sulla propria pellee sulle proprie tasche, come dimostra (dopo il disastro della Grecia) la sollevazione popolare in Franciae il voto del 4 marzo in Italia, dove venti anni di moneta unica hanno prodotto milioni di poveri, ci hanno fatto perdere più del 20 per cento di produzione industriale, hanno messo in ginocchio il ceto medioe hanno fatto sprofondare nella disoccupazione o nella sotto occupazione un’intera generazione di giovani.

Per cascare in piedi, Draghi ha pure ammesso che il “successo” dell’euro tuttavia non ha “prodotto i risultati attesi in tutti i Paesi”. L’ennesima perifrasi per dire che la Germania con l’euro ha fatto un affarone, mentre gli altri hanno preso il pacco.

Peraltro proprio Draghi è tornato a parlare di uscita dall’euro (“uscire dall’euro non garantisce più sovranità”). Ma non dicevano che era irreversibile?

Si può considerare il discorso di Draghi come sintomo della disperazionedi una UE che sta esplodendo. Ma è anche vero che il suo è stato un discorso da politico. E c’è chi, nel Palazzo, pensa a lui, presto in uscita dalla Bce, come a un nuovo Monti per “commissariare” il nostro Paese nei prossimi mesi. E’ più di un’ipotesi ed è molto preoccupante.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 17 dicembre 2018

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Anche il più sfegatato fan di questo esecutivo ha, oggi, la sensazione che il governo si sia cacciato in un vicolo cieco e che sarà molto difficile uscirne senza danni, per l’attuale maggioranza o per il Paese.

Ormai si è capito, infatti, che la Commissione Europea – su mandato di Germania, Francia e degli altri paesi “amici” che vogliono l’Italia sotto scacco – non mollerà mai perché vuole far pagare al governo Lega-M5S le sue posizioni anti UE, per dare una lezione a tutti i “sovranisti” (colpirne uno per educarne cento), anche in vista delle prossime elezioni europee.

La Commissione europea ha in mano la corda (fornitale da chi, nei decenni scorsi, ha ceduto gran parte della nostra sovranità a Bruxelles), mentre il governo italiano ha il nodo scorsoio al collo (per la pesantissima eredità dei governi passati). Continua

Il nostro calendario è un memoriale delle tragedie del Novecento. Oggi ricordiamo la Prima guerra mondiale. In altre date il secondo conflitto. C’è però una terza “guerra” di cui non abbiamo avuto consapevolezza perché non si è combattuta con i bombardieri, ma è stata una guerra economica e politica.

Ci prospettarono un gioioso approdo ai lidi dell’Europa unita: nuova terra promessa dove scorre latte e miele. L’Italia consegnò a questa mitica entità, “l’Europa” (in pratica a Paesi stranieri che perseguono con decisione i loro interessi nazionali), le chiavi di casa: la sovranità monetaria, gran parte della sovranità politica ed economica. In sintesi la nostra indipendenza.

Così è stato fatto senza che gli italiani (e gran parte dei politici) si rendessero ben conto di cosa significava. Per anni siamo stati anestetizzati da una retorica, ancora dominante, che celebra “le magnifiche sorti e progressive” della Ue. Continua