Una svolta ha preso forma in quest’ultimo mese, nella politica e nel sentimento popolare, in Italia. Si può rappresentarla anche numericamente. Lo ha fatto il sondaggio di Ipsos pubblicato ieri dal “Corriere della sera”.

Anzitutto colpisce il dato relativo ai partiti, perché crescono Lega e Fratelli d’Italia, cosicché il Centrodestra ormai raggiunge il 50 per cento. Invece crolla il Pd di Letta (dal 20,9 al 19,4%, raggiunto da FdI) e cala anche il M5S (dal 16 al 15,4%).

Il distacco fra Centrodestra e Centrosinistra dunque si colloca fra 10 e 15 punti percentuali. Questa fortissima maggioranza di Centrodestra del Paese è da tempo una costante (confermata anche dalle elezioni europee e regionali) ed è un fatto di cui il governo dovrà tener conto in un momento storico in cui, dopo la pandemia, si ridisegna il Paese. Continua

A cento giorni dalla nascita del governo Draghi, si è dissolta di colpo la cortina fumogena della propaganda ed è apparsa una realtà opposta a quella che, per mesi, i media e il Pd, avevano raccontato:il grosso problema dell’esecutivo non è la Lega, ma il duo Pd-M5S.

A dire il vero, i mal di pancia dentro al Pd, per la defenestrazione del governo Conte e l’arrivo di Draghi, c’erano fin dall’inizio e sono noti da tempo.

Goffredo Bettini, lo stratega di Zingaretti, insinuava: “Non voglio usare la parola complotto, ma per la caduta del governo presieduto da Giuseppe Conte si è mosso qualcosa di più grande di Matteo Renzi”.

Ieri Marcello Sorgi, che conosce bene l’ambiente Pd, scriveva sulla “Stampa” che “il Pd di Zingaretti e Bettini”, dopo la crisi di governo, pur di bloccare Draghi, si è “adoperato fino all’ultimo per convincere Renzi al varo impossibile del Conte-ter”.

Poi, con il cambio di segreteria e l’arrivo di Letta, si è voluta accreditare l’idea che il suo Pd fosse diventato il più convinto sostenitore di Draghi, quasi “il partito di Draghi”. Ora però si rende evidente che è il contrario: Draghi, per i Dem, è un avversario. Continua

Nel Pd è di nuovo baraonda. Caos e divisioni nelle candidature alle amministrative, dissoluzione dell’“alleanza strategica” con il M5S, infine appannamento di Enrico Letta che si lancia in proposte marziane e in battaglie suicide come lo “Ius soli”, mentre l’Italia deve ancora uscire dall’emergenza sanitaria ed economica.

Per tutte queste ragioni si pensava che l’ossessiva polemica quotidiana di Letta contro Salvini derivasse dalla necessità di trovare almeno un nemicoper tenere unita la caotica comitiva. Ma probabilmente c’è dell’altro. È stato lo stesso Salvini a spiegarlo in un’intervista al Corriere della sera: “Letta ogni giorno attacca, ma più che me alla fine attacca Draghi”.

Certo, il bombardamento contro Salvini continua, in quanto il Pd ha sempre bisogno di un nemico per darsi un’identità, ma effettivamente il vero incubo politico di Letta si chiama Mario Draghi. Un incubo inconfessabile. Continua

SORPRESA DRAGHI

“Gli ideatori e costruttori dell’Ue – economisti, banchieri, politici – sono stati attentissimi a non lasciare aperto neanche uno spiraglio in cui potesse prendere piede il pensiero critico, la riflessione filosofica, o anche soltanto un dubbio”.

Ida Magli – una delle poche voci controcorrente negli anni dell’unificazione europea – così scriveva nel suo libro “Difendere l’Italia” (Bur) del 2013.

Non poteva immaginare che invece a riaprire il dibattito critico sull’Europa di Maastricht e sulle sue regole sarebbe stato quel Mario Draghi, ritenuto un convinto europeista, che è stato proprio banchiere, economista e oggi è un politico al massimo livello.

Il 12 maggio, in Parlamento, il Presidente del Consiglio ha dichiarato: “Voglio essere molto chiaro su questo: è fuori discussione che le regole dovranno cambiare. Tuttavia, questo dibattito, che impiegherà gran parte del 2022, non è ancora partito. La mia linea – e non è da oggi, ma da diverso tempo su questo tema – è che le attuali regole di bilancio erano inadeguate e sono ancora più inadeguate per un’economia in uscita da una pandemia… Nei prossimi anni dovremo concentrarci soprattutto su un forte rilancio della crescita economica, che è anche il modo migliore per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici. La revisione delle regole deve dunque assicurare margini di azione più ampi alla politica di bilancio nella sua funzione di stabilizzazione anticiclica”.

Se a fare una dichiarazione del genere fosse stato un politico bollato come “sovranista”, non gli sarebbero toccate accuse di “nazionalismo” e “antieuropeismo”? Continua

La Spagna ha revocato lo stato d’emergenza e anche il coprifuoco che scattava alle 23 ed era stato imposto a causa del Covid. La gente in queste ore festeggia nelle piazze la ritrovata libertà di movimento, anche notturno.

L’effetto combinato della primavera (che già l’anno passato ridusse la pandemia ai minimi termini) e delle vaccinazioni, sempre più numerose, permette agli spagnoli di “riveder le stelle”.

Lo potrebbe (e lo dovrebbe) permettere anche a noi italiani. Ma il nostro governo tentenna. Ne parla da settimane, ma tergiversa. Si discute per giorni di portare il coprifuoco dalle 22 alle 23. Poi si ipotizza di andare un pochino oltre. Ma si resta sempre alle parole. Non se ne capisce il motivo, perché la situazione spagnola non è diversa da quella italiana.

Cos’è che ferma la riapertura da noi? Nemmeno si è fatto un vero approfondimento scientifico sugli effetti reali delle chiusure (più o meno drastiche) sulle quali vi sono, tra gli esperti, pareri molto difformi. Continua

Nella premessa di Mario Draghi al “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, anticipata dal Foglio, si dice che il Covid 19 in Italia ha fatto più danni che in altri Paesi, sia dal punto di vista economico (il Pil crollato dell’8,9%, mentre nell’Ue è calato del 6,2) sia dal punto di vista sanitario (“l’Italia è il Paese che ha subito la maggior perdita di vite nell’Ue”).

Draghi non punta il dito, ma questi due dati sono un’implicita bocciatura del governo precedente. Il premier poi rileva che “la crisi si è abbattuta su un paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale”.

E snocciola dei dati che finora erano ripetuti solo dagli eurocritici: “Tra il 1999 e il 2019” scrive Draghi “il pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6%. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà è salita dal 3,3% al 7,7% della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4%”. Continua

Nel Pd ci sono vedovi inconsolabili del governo Conte 2 e sospettano un complotto dietro la sua caduta: “Conte non è caduto per i suoi errori o ritardi (che in parte ci sono stati) ma per una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile”, si legge nel manifesto correntizio di Goffredo Bettini, ideologo di Zingaretti.

Il quale Bettini poi ha ribadito: “Non voglio usare la parola complotto, ma per la caduta del governo presieduto da Giuseppe Conte si è mosso qualcosa di più grande di Matteo Renzi”.

Bettini dimentica che, però, la stessa nascita del governo Conte 2 fu propiziata da due pesanti interventi internazionali: il clamoroso, tweet di Trump a favore di “Giuseppi” (“spero che resti primo ministro”) e la telefonata della Merkel quando stava per saltare la trattativa (“il governo va fatto a ogni costo per fermare i sovranisti”).

Dunque è una meritoria “interdipendenza” e va elogiata quando porta il Pd al potere, ma diventa un’oscura congiura quando va in senso contrario? No. Il mondo non gira attorno alle poltrone del Pd. Continua

Da settimane sui giornali si discute della (vera o presunta) rivalità fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni per il primato nel Centrodestra. Ma siamo poi sicuri che si tratti di un scontro reale e che il Centrodestra sia penalizzato da questa naturale competizione fra i due giovani leader?

Anzitutto il fattore umano, anche in politica, conta e nel caso in questione non c’è nessuna ostilità preconcetta o incompatibilità caratteriale fra Giorgia e Matteo. Anzi, pur essendo l’una romana e l’altro milanese (sembrano una perfetta sintesi dell’Italia), condividono una stessa provenienza sociale: quell’appartenenza all’Italia profonda che rende popolari i due giovani leader fra la gente comune, mentre li fa detestare dai salotti che storcono il naso e li trattano con disprezzo. Continua

Che “unità nazionale” è quella che si esprime nel governo Draghi? Non la si vede né nel Palazzo, né nel Paese.  A quasi due mesi dal varo dell’esecutivo, anche chi – come il sottoscritto – ne ha auspicato la nascita (e continua a difenderne la validità), deve riconoscere che qualcosa non va.

Non solo in questo o quel provvedimento: qualcosa di importante non va nella maggioranza e di conseguenza nell’azione quotidiana dell’esecutivo. Lo dimostrano le fibrillazioni di questi giorni nella coalizione governativa e anche i sondaggi che continuano a dare in calo la fiducia degli italiani verso il governo e verso il presidente Draghi (anche se egli gode del sostegno quasi unanime dei media). Continua

Ieri “Repubblica”, giornale storicamente vicino al Pd, presentava così una lunga inchiesta su quel partito: “Anatomia del Pd, un partito in crisi permanente e mai nato davvero. In 14 anni ha cambiato nove segretari e subìto sei scissioni. Più volte sul punto di implodere, è sempre riuscito a rialzarsi. Dopo Zingaretti ci prova Letta, ma non ci sarà un’altra occasione”.

Non sembra la fotografia di un partito che scoppia di salute. Forse scoppia e basta. Se non è ancora deflagrato è perché, da anni, sta quasi sempre al potere che è il suo “unico collante” secondo un intellettuale di area come Cacciari (“non hanno strategia, non hanno un’anima”). Zingaretti in effetti si è dimesso con queste spietate parole: “Nel Pd si parla solo di poltrone. Mi vergogno”.

Con Enrico Letta il Pd è ancora quello di prima. D’altronde lui non proviene dalla società civile, né dalla periferia (come fu per Renzi). E’ da sempre parte dell’establishment: è stato perfino premier, ma di un governo talmente spento che fu affondato dallo stesso Pd (lui fu sostituito, appunto, con Renzi). Continua