Le dichiarazioni di Berlusconi sulla guerra in Ucraina hanno fatto infuriare il “partito della guerra”, soprattutto perché è storicamente impossibile contestare l’atlantismo del Cavaliere.

Eppure ci hanno provato certi (autonominati) paladini dell’ortodossia atlantica che (com’è ovvio) arrivano tutti da sinistra.

Anzitutto Paolo Mieli (viene dal ’68 e da Potere operaio) che ieri ha addirittura assimilato Berlusconi ai “Partigiani della pace” del tempo di Togliatti (Berlusconi comunista?) in un editoriale sul “Corriere della sera”, diretto da Luciano Fontana, già capo dell’ufficio centrale dell’Unitàdi Veltroni, il quale Fontana, sempre ieri, ha sparato contro “quei politici molto comprensivi verso Putin” (ma è stato Macron a dichiarare che se si vuole la pace è meglio “non umiliare la Russia”).

Poi c’è Giuliano Ferrara, nato nell’élite comunista, che è stato sessantottino e dirigente del Pci. Sul “Foglio” dell’atlantismo dogmatico c’è pure Adriano Sofri – che fu capo e simbolo di “Lotta Continua” – di cui ieri è stata ripubblicata un’intervista a Pannella contro il pacifismo. Continua

Nella famosa intervista a “The Atlantic” del 10 novembre 2016, Henry Kissinger disse:

Per capire Putin bisogna leggere Dostoevskij, non il Mein Kampf. Egli sa che la Russia è molto più debole di quanto non fosse una volta, anzi molto più debole degli Stati Uniti. È il capo di uno stato definito per secoli dalla sua grandezza imperiale, ma che poi ha perso 300 anni di storia imperiale con il crollo dell’Unione Sovietica. La Russia è strategicamente minacciata su ciascuno dei suoi confini: a oriente dall’incubo demografico della Cina; dall’incubo ideologico dell’Islam radicale lungo il suo confine meridionale; e, a Occidente, dall’Europa, che Mosca considera una sfida storica. La Russia cerca il riconoscimento come grande potenza, come pari e non come supplice in un sistema progettato dagli americani”.

In realtà, sebbene la Russia abbia subìto dall’Europa due micidiali invasioni (di Napoleone prima e di Hitler poi), è proprio all’Europa che la sua cultura appartiene ed è con l’Europa che deve ritrovare l’unità. Sa di doverlo fare. A tratti lo vuole, ma è una sorta di amore odio. Continua

“L’impressione è che l’intera umanità si stia recando a una sorta di appuntamento planetario con la propria violenza”. Lo scriveva, qualche anno fa, René Girard, uno dei grandi pensatori del nostro tempo.

Siamo arrivati a quell’appuntamento? Sebbene preoccupati dalla guerra in Ucraina, fatichiamo a comprendere la reale gravità della situazione. Eppure questa Pasqua dell’anno 2022 potrebbe davvero essere l’ultima. L’ultima della civiltà umana. Non è un’esagerazione.

L’escalation è evidente. Non c’è solo il probabile ulteriore allargamento della Nato a Finlandia e Svezia. Ormai l’impegno americano nella guerra è massiccio e dopo l’approvazione da parte di Biden dell’invio di nuove micidiali armi all’Ucraina per altri 800 milioni di dollari (3 miliardi dall’inizio della guerra), con la nota diplomatica del 12 aprile la Russia ha ufficializzato l’avvertimento finale: “Chiediamo agli Stati Uniti e ai suoi alleati di fermare l’irresponsabile militarizzazione dell’Ucraina, che comporta conseguenze imprevedibili per la sicurezza regionale e internazionale”. Continua

Vincere. È la maledetta legge della guerra. Ma ieri il Papa ha posto a tutti una domanda: che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”

Chi potrà cantare vittoria con migliaia di morti e devastazioni immani? Di sicuro non cantano vittoria i popoli, la carne da macello sulla cui pelle i potenti decidono le loro strategie di potere. L’unica guerra che i popoli vincono è quella che si scongiura o si ferma.

Il Papa è addolorato da questa follia che rischia di trascinare il mondo intero in una catastrofe. Il suo grido – “fermatevi!” – si leva di continuo: è la voce stessa di Dio davanti al quale tutti dovranno comparire in giudizio.

Ieri il Pontefice all’Angelus ha sottolineato che l’unica vittoria che vale la pena cercare è quella che celebriamo nei prossimi giorni, la Pasqua cioè “la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte. Sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro. Ma oggi” ha ripreso il papa “c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Perché non lasciare che vinca Lui?Cristo ha portato la croce per liberarci dal dominio del male. È morto perché regnino la vita, l’amore, la pace”. Continua

Davanti all’atroce spettacolo quotidiano di morti e distruzioni, tutti – a cominciare dal presidente ucraino Zelensky – dovremmo chiederci: era evitabile questa catastrofe?

L’interesse supremo dell’Ucraina era quello di scongiurare in tutti i modi una guerra sul suo territorio con una superpotenza nucleare come la Russia. Il fatto che il regime di Putin sia regredito a un brutale dispotismo aggressivo doveva indurre Zelensky a considerare l’invasione come il male peggiore. Doveva far di tutto per evitarla, avendo una grande inferiorità militare.

Nel Vangelo c’è un insegnamento di grande realismo per chi governa: “quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace” (Lc 14, 31-32).

Zelenskij poteva evitare così questa tragedia al suo Paese? Forse sì. Sappiamo infatti, dal Wall Street journal, che il 19 febbraio scorso (quando già le truppe russe erano ammassate ai confini), il cancelliere tedesco Scholz ha proposto a Zelensky la possibilità di una de-escalation: la condizione era “rinunciare all’adesione alla Nato” e “dichiarare la neutralità come parte di un più ampio accordo europeo di sicurezza tra l’Occidente e la Russia”. Continua

Perché tanta parte del mondo non sta con gli Usa e la Ue contro la Russia? Giusto o ingiusto che sia, c’è un rancore antico. Lo focalizzò così Arnold Toynbee: “nell’incontro fra mondo e Occidente… è stato il mondo che è stato colpito – e duramente colpito – dall’Occidente”.

Negli ultimi decenni poi gli Usa hanno bombardato a destra e a manca. Samuel Huntington nello “Scontro di civiltà” ha scritto: “L’Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità di idee e valori… ma per la superiore applicazione della violenza organizzata. Gli occidentali se ne scordano spesso; i non occidentali mai”.

BIDEN ‘97

Gorbacev ripeteva che il crollo del comunismo era stata una decisione russa, non l’esito di una guerra persa con gli Usa, quindi occorreva una nuova Yalta per riorganizzare insieme la sicurezza europea. Ma gli Usa invece l’hanno rivendicato come una propria vittoria e hanno allargato la Nato nell’Europa dell’est.

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Oggi – a proposito della guerra in Ucraina – il famoso “elefante nella stanza”, cioè la clamorosa verità che si finge di non vedere, è rappresentato dalla contrapposizione fra gran parte degli italiani e il Palazzo della politica e dei media.

Il Parlamento, quasi all’unanimità, ha deciso di inviare armi in Ucraina, con il sostegno del sistema mediatico. Angelo Panebianco, in un editoriale sul Corriere della sera, ha rilevato che su questo invio di armi c’è “l’opposizione di alcuni, pochi ma forse non del tutto isolati nella pubblica opinione”.

In realtà l’acuto analista non vede l’elefante, perché, con buona pace sua e del Corriere, la gran maggioranza dell’opinione pubblica ha espresso un clamoroso e sorprendente “no”. È incredibile che sia stata snobbata sia dalla politica che dai media.

Il primo sondaggio, uscito su “Domani” all’inizio di marzo, ha svelato che per il 76 per cento degli italiani non si deve dare “nessun sostegno militare alla guerra”.

A metà del mese EMG per Agorà ha chiesto “lei è d’accordo con l’invio all’Ucraina di armi da parte dell’Italia?”. Il 33 per cento ha detto sì, il 12 per cento non risponde e il 55 per cento ha risposto no.

Sono risultati impressionanti perché contrapposti alla sostanziale unanimità del Parlamento sull’invio di armi. Ancor più straordinari se si considera il “bombardamento” mediatico molto emotivo di queste settimane. Continua

Al tempo di Stalin, negli anni Trenta, il Terrore prese di mira anche interi gruppi etnici come i “tedeschi del Volga”. Quasi due milioni di loro furono deportati in Siberia.

Don Paolo Pezzi, nel suo  libro “La piccola Chiesa nella grande Russia” (Ares), racconta: “La maggior parte morì durante il viaggio, poiché questi spostamenti venivano effettuati in inverno e in alcuni casi i treni venivano aperti e i deportati fatti scendere nel nulla, con il villaggio più vicino magari ad alcune decine di chilometri”.

I pochi che sopravvissero costruirono baracche e villaggi che in certi casi divennero vere città. Questa popolazione in parte cattolica ha vissuto decenni senza vedere sacerdoti. Crollato il comunismo, nei primi anni Novanta, alcuni giovani della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo, vicino a Comunione e Liberazione, partono per quelle terre dove, in inverno, la temperatura giunge anche a meno 35 sotto zero. Continua

Siamo sicuri di aver bisogno di un Nemico da odiare? È una pulsione profonda del nostro animo che è smarrito e ferito dal male. Non a caso la parola “diavolo” viene dal greco “dia-bàllein” che significa separare, contrapporre.

Infatti il diavolo vede tutti come nemici, mentre Cristo non considera nessuno come nemico, neanche chi lo sta uccidendo (ma questa “follia” è una cosa dell’altro mondo e ci tornerò dopo). Nell’incertezza della nostra solitudine (“chi sono io?”), il Nemico diventa la scorciatoia per darsi un surrogato di identità e uno scopo di vita.

Umberto Eco in “Costruire il nemico” scrive: “Pare che del nemico non si possa fare a meno. La figura del nemico non può essere abolita dai processi di civilizzazione. Il bisogno è connaturato anche all’uomo mite e amico della pace”. Continua

“Forse dovremmo smetterla di dire che la pace è tra i valori della sinistra italiana. Mi pare, al contrario, che la sinistra sia guerrafondaia”.

A emettere questa drastica sentenza è padre Alex Zanotelli, simbolo del pacifismo italiano, in una intervista al “Fatto quotidiano”. Ed ha ragione, perché stavolta più che mai a calzare l’elmetto e suonare la carica è stato proprio il Pd.

Un po’ perché certi post comunisti devono far dimenticare di essere stati comunisti al tempo dell’Urss e dunque si “arruolano” fra i più oltranzisti fanti della Nato (fanti da salotto, ovviamente, non da trincea).

Un po’ perché il segretario Letta punta visibilmente a farsi notare in ambienti Usa come un fidatissimo e acritico paladino e finisce per essere più estremista della leadership americana. Infatti lui per primo, alla Camera, il 25 febbraio, ha invocato l’invio di armi in Ucraina e il Pd, capeggiando il partito della guerra, ha “trascinato” tutti. Con la Ue che ha messo fine alla favola dell’Europa pacifica e pacifista. Continua