Nei mesi scorsi imperversava (anche fuori d’Italia) “Forza Spread”, il partito trasversale di chi faceva il tifo per lo spread, contro l’Italia, pur di abbattere questo esecutivo alla stessa maniera del 2011. 

Poi è diventato “Forza Moscovici”: facevano il tifo per la Commissione Europea, perché punisse duramente l’Italia. C’erano anche degli italiani, sempre con l’illusione che la chiamata degli stranieri– eterna tragedia italica – servisse ad abbattere i loro nemici interni, cioè (ancora) l’attuale governo.

Tutte e due queste speranze sono andate deluse. Così quelle truppe trasversali si sono ritrovate ora sotto l’insegna “Forza recessione”: si riconoscono dalle acclamazioni eccitate di fronte alla stima di Bankitaliasecondo cui il Paese va verso la recessione.

Sperano che il ciclo economico sfavorevole penalizzi Lega e M5S alle prossime elezioni europee e, magari, mandi in crisiil governo già prima o almeno lo costringa a una nuova manovra correttivadi tagli e tasse che faccia crollare il consenso per l’esecutivo.

Questo “partito”, che definirei anti italiano, è una parte (non piccola) del problema. L’altra parte del dilemma è costituito dalle forze di governo, perché – varato il Def – si tratta ora di misurarsi appunto con la minaccia della recessionee con la “questione europea”.

Ancora una volta, per le rigidità ideologiche del M5Sche rischia di paralizzare gli investimenti pubblici, vera molla della crescita, è soprattutto su Matteo Salvini che incombe il compito di trovare la via d’uscita. 

O almeno a lui guarda quella parte maggioritaria della nostra gente che fa il tifo per l’Italia, a cominciare dai ceti produttivi del Nord.

Oltreché essere una via obbligata questa è anche una grande “chance” per il leader leghista che – essendo un pragmatico –  affronta i problemi e anche le scelte strategiche quando concretamente si presentano. 

Dunque il compito che lo aspetta, da adesso alle elezioni europee – mentre presidia le sue tradizionali trincee: immigrazione e decreto sicurezza– potrebbe essere riassunto in tre punti.

PrimoSbloccare gli investimenti pubblici: è una misura necessaria per cercare di scongiurare il rischio recessione, per rimettere in moto l’economia e l’occupazione e per evitare che l’Italia (con la sua industria) rimanga ai margini dei nuovi flussi del commercio mondialeo paghi un prezzo salatissimo. 

Fra l’altro non ci sono solo le grandi operecome TavTap: l’Associazione nazionale dei costruttori edilisostiene che tra ponti, acquedotti, dighe, strade, scuole e altre infrastrutture sono circa 270 i cantieri fermiper le più diverse motivazioni e hanno un valore complessivo di 21 miliardi di euro

Inoltre, secondo gli ultimi dati dell’Anagrafe ufficiale delle opere incompiutedel ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, risulta che sono circa 670 le opere– appunto – incompiute che hanno un valore di circa 4 miliardi.

Secondo il presidente di ConfindustriaVincenzo Boccia, la riapertura di tutti i cantieri (al di sopra dei cento milioni) pronti a partire darebbe lavoro a 400 mila persone “con una ricaduta sull’economia di 86 miliardi”. Si può facilmente capire tutto quello che ciò significa in una fase critica come questa.

Da parte di Salvini questa battaglia è anche il modo migliore per farsi carico delle istanze del mondo produttivo. Certo, non sarà facile far capire al M5S la necessità di combattere preventivamente la recessione con la riapertura dei cantieri, ma nessuno può illudersi che sia il “reddito di cittadinanza” a far crescere il Pile la prospettiva di una recessione dovrebbe far ragionare i Grillini, perché sarebbe disastrosa per il Paese ed anche per i partiti di governo.

Fra l’altro sarebbe sensato anche di rivedere l’ecotassa sulle autoche rischia di far annullare gli investimenti e il piano industriale di Fiat Chryslerin Italia secondo le dichiarazioni del Ceo di Fca, Mike Manley.

Secondo. L’Italia – nella crisi in cui si dibatte la UE, per le politiche economiche suicidefin qui praticate e poi per la Brexit, per il progressivo affondamento di Macrone per il tramonto della Merkel– dovrebbe cercare un rapporto forte con gli Stati Uniti di Donald Trump

Come Giulio Sapelliha spiegato ieri, in un articolo sul “Sussidiario”, l’Italia è tornata ad avere una sua importanza geopolitica per la presidenza Trump e questo dovrebbe facilitare un forte legamecon quel paese, nostro tradizionale alleato, dove troviamo l’unica economia occidentale forte e in crescita.

Gli Stati Uniti sono il grande interlocutore dell’Italia: è proprio questa perseveranza transatlantica” scrive Sapelli “la migliore risposta all’avvento quale che sia della Brexit. Di questo sono pochissimi in Italia ad avere contezza, a cominciare dagli imprenditori. Comprendere tutto ciò è decisivo, perché solo il legame con gli Usa ci può salvare dal prossimo tsunami mondiale. Si addensano infatti le nubi e si alzano le maree di uno tsunami molto più grande di quello del 2008. La causa di ciò è nella tendenza alla deflazione europea che minaccia tutta l’economia mondiale e segnala la potenza distruttiva del nazionalismo economico tedesco”.

Terzo. La questione europea. La recente autocriticadel presidente della Commissione europea Junckersull’eccesso di “austerità avventata” della UE, soprattutto quella che è stata imposta alla Grecia, è solo un patetico tentativo delle élite di smarcarsi dai propri errori. Lacrime di coccodrillo. La stessa cosa si può dire per la Merkel e per Macron. 

Oggi ci sono tutte le condizioni per “lanciare” – in vista delle elezioni – una “Europa dei popoli” che archivi per sempre l’Europa delle élite attraverso una seria proposta di riscrittura dei Trattati di Maastrichtche restituisca ai popoli, quindi ai parlamenti e agli Stati, quella sovranitàche è codificata nelle loro Costituzioni (a cominciare dalla nostra, per quanto riguarda l’Italia). Niente più e niente di meno che la Costituzione

E’ questo anche l’unico modo per salvare l’Europa, che è una cosa troppo importante e preziosa per essere lasciata ai fallimentari “europeisti” fino ad oggi dominanti.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 20 gennaio 2019

Anche il più sfegatato fan di questo esecutivo ha, oggi, la sensazione che il governo si sia cacciato in un vicolo cieco e che sarà molto difficile uscirne senza danni, per l’attuale maggioranza o per il Paese.

Ormai si è capito, infatti, che la Commissione Europea – su mandato di Germania, Francia e degli altri paesi “amici” che vogliono l’Italia sotto scacco – non mollerà mai perché vuole far pagare al governo Lega-M5S le sue posizioni anti UE, per dare una lezione a tutti i “sovranisti” (colpirne uno per educarne cento), anche in vista delle prossime elezioni europee.

La Commissione europea ha in mano la corda (fornitale da chi, nei decenni scorsi, ha ceduto gran parte della nostra sovranità a Bruxelles), mentre il governo italiano ha il nodo scorsoio al collo (per la pesantissima eredità dei governi passati). Continua

Una bambina di dieci anni dà lezione di saggezza a un mondo scolastico intriso di multiculturalismo “politically correct” e soprattutto dà lezione di cristianesimo ai vertici clericali e vaticani. Due episodi, avvenuti in simultanea, diventano emblematici.

Nelle stesse ore in cui il vertice della Cei e le associazioni cattoliche ufficiali – spinte da papa Bergoglio – si lanciano direttamente in politica, in difesa dell’Unione Europea più laicista e anticattolica, mentre – da “Avvenire” – lanciano una crociata contro le identità, buttando a mare le “radici cristiane” della nostra storia, una bimba di una scuola veneta, con mitezza e semplicità, fa capire a tutti che è assurdo, nella recita natalizia, cancellare il nome di Gesù da una canzone di Natale per non urtare la sensibilità di bambini di un’altra religione. Ha scritto: “A Natale è nato Gesù e noi lo vogliamo dire a tutti”.

E’ puro buon senso, dal momento che si festeggia il Natale appunto perché è la nascita di Cristo. Ma oggi è un tempo in cui anche le cose più elementari e ovvie vengono cancellate. Verrebbe da dire con la Bibbia: Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli”.

La “lezione” è anzitutto per i vertici clericali, il Vaticano e la Cei, che ormai si stanno tuffando in un’assurda impresa politica la quale ha come capisaldi l’immigrazionismo, il “politically correct” e questa Unione Europea che cancella le “radici cristiane”, le identità, le tradizioni e le sovranità dei popoli. Continua

Alla commemorazione della fine della Prima guerra mondiale, il presidente francese Macron ha esaltato il “patriottismo” (proprio) e ha “bombardato” quello altrui squalificandolo come “nazionalismo”. Ce l’aveva con il sovranismo dei paesi (come l’Italia) che non si vogliono sottomettere al nazionalismo di francesi e tedeschi.

Donald Trump, in un tweet, ha scritto che Macron cerca di parlar d’altro perché ha, in Francia, un livello di consenso troppo basso (il 26%) e un livello di disoccupazione troppo alto (circa il 10%). Poi Trump ha aggiunto: “a proposito, non c’è paese più nazionalista della Francia, gente molto orgogliosa, ed è giusto così”.

Insieme a Macron anche la Merkel ha tuonato contro il nazionalismo: ha detto che porta alla guerra. I due paesi più nazionalisti d’Europa, poco dopo aver dato queste “lezioni” agli altri, hanno realizzato un’intesa a due sul bilancio dell’eurozona, ovviamente penalizzante per l’Italia. L’ennesimo gesto di supremazia ed arroganza. Continua

Il nostro calendario è un memoriale delle tragedie del Novecento. Oggi ricordiamo la Prima guerra mondiale. In altre date il secondo conflitto. C’è però una terza “guerra” di cui non abbiamo avuto consapevolezza perché non si è combattuta con i bombardieri, ma è stata una guerra economica e politica.

Ci prospettarono un gioioso approdo ai lidi dell’Europa unita: nuova terra promessa dove scorre latte e miele. L’Italia consegnò a questa mitica entità, “l’Europa” (in pratica a Paesi stranieri che perseguono con decisione i loro interessi nazionali), le chiavi di casa: la sovranità monetaria, gran parte della sovranità politica ed economica. In sintesi la nostra indipendenza.

Così è stato fatto senza che gli italiani (e gran parte dei politici) si rendessero ben conto di cosa significava. Per anni siamo stati anestetizzati da una retorica, ancora dominante, che celebra “le magnifiche sorti e progressive” della Ue. Continua

La trasformazione di Forza Italia in Forza Merkel (o Forza Germania) ha dell’incredibile. Infatti la decisione di Berlusconi di appoggiare il candidato della Merkel, Manfred Weber, per la presidenza della prossima Commissione europea, somiglia a un suicidio politico. Anche in vista di un possibile ricompattamento del centrodestra.

Il “Giornale” ha titolato: “Berlusconi lancia Weber. Forza Italia unita al Ppe nell’asse antisovranista”. L’asse è una parola disgraziata per definire un’alleanza con Berlino (se si conoscesse la storia…). Ma poi come può essere antisovranista un partito che si chiama Forza Italia? Continua

E ora c’è chi tifa spread? E’ del tutto legittimo, in democrazia, criticare la manovra economica del governo, ma c’è un partito trasversale (forte nel Palazzo e debole nel Paese) che ha un’irresistibile e inaccettabile tentazione: appunto tifare spread.

O comunque “tifare Mercati” o Unione Europea o Macron o Merkel o qualunque altra entità che possa creare problemi al governo. E magari metterlo in crisi e abbatterlo, replicando quello che accadde nel 2011 al governo Berlusconi.

Non voglio affatto dire che tutti coloro che avversano questo governo “tifino spread” o confidino nello straniero. Anzi, spero sinceramente che solo una piccola minoranza cada in questo errore. Ma temo che la tentazione sia di molti.

Di fatto vuol dire tifare contro l’Italia, anche se gli interessati non lo confesseranno mai neppure a se stessi. Anzi, diranno di voler difendere l’Italia dal populismo gialloverde. E sosterranno sentirsi chiamati a far argine contro gli irresponsabili. Continua

Il Giornale Unico Nazionale (Gun, che casualmente in inglese significa “pistola”) fa fuoco e fiamme contro il Def del Governo: un bombardamento a tappeto mai visto prima.

Ma – assodato che in ogni manovra economica si possono discutere sempre tante cose – com’è possibile che solo su questa tutti sparino a zero senza trovarvi nulla di buono? Non sarà il solito pregiudizio universale che da mesi ha fatto dei media il vero partito di opposizione al governo Lega-M5S?

L’ostilità ideologica preconcetta mi pare evidente. Prendiamo “l’eresia” per cui tutti si stracciano le vesti: la previsione del deficit al 2,4% sul Pil. E’ davvero un programma così devastante?

Ricordiamo cosa è accaduto finora. I precedenti governi Pd, con Padoan all’Economia, nei loro Def avevano previsto il deficit (in rapporto al Pil) all’1,4% nel 2016 e nella realtà si è attestato invece al 2,5. Lo avevano previsto all’1,8% nel 2017 e poi si è attestato al 2,3%. Continua

“Guardate che i comunisti di una volta oggi votano Lega”. Queste amare parole di Pier Luigi Bersani non sono una battuta a effetto, sono una constatazione. Basta farsi un giro in Toscana, in Umbria o in Romagna per toccare con mano la realtà. La quale in ogni caso si manifesterà da sola, uscendo fuori dalle urne delle prossime elezioni europee.

Ma lo stato maggiore del PD non ha certo tempo da perdere con le persone comuni, anche perché frequentarle presenta sempre il rischio di venir presi a fischi come è accaduto al segretario Martina a Genova. Continua

Sergio Mattarella è una persona mite e garbata, con uno spiccato senso delle istituzioni. Sono pregi importanti e dovrebbero aiutare in particolare chi si trova a fare il presidente della Repubblica, quindi a rappresentare l’Italia (non la Germania o la Francia e nemmeno l’Europa, ma l’Italia) e tutti gli italiani (la nazione intera e non questa o quella fazione).

Ci permettiamo dunque di dirci sorpresi per certi suoi silenzi: ci saremmo aspettati, per esempio, che di fronte alle dichiarazioni (anche volgari) contro l’Italia di una serie di esponenti europei o di governi stranieri, il Presidente difendesse il nostro Paese e le sue istituzioni.

Non mi pare che lo abbia fatto e, anzi, ha esternato, pure lui in polemica col nostro governo, su materie che sono squisitamente politiche, quindi opinabili. Continua