La sgangherata architettura della UE è così caotica – non essendo uno Stato, non avendo né una Costituzione, né un Parlamento vero – che le procedure per definire la nuova Commissione europea – l’organo di governo – sono molto complicate e poco chiare.

Essa deve avere un delegato di ognuno dei Paesi della UE (con la carica di Commissario), ma deve esserci anche un qualche accordo politico fra i partiti che garantisca il consenso. Un meccanismo che induce a cercare maggioranze numeriche rabberciate, magari con accordi di potere nei corridoi. È una strada impervia.

Finora il governo europeo è stato, di fatto, un condominio di Francia e Germania e, dal punto di vista politico, di Partito popolare europeo e partito socialista europeo.

Il voto di domenica ha dato una mazzata a tale condominio e – anche se il cambiamento sarà graduale – nulla potrà essere più come prima. Vediamo nel dettaglio.

L’asse franco-tedesco, che finora ha spadroneggiato, dopo la batosta delle elezioni, è ridotto a un fantasma perché i due governi sono stati delegittimati. Gli elettori di Francia e Germania hanno votato a destra mettendo in minoranza i loro esecutivi, ma le elezioni francesi si terranno in estate e il governo tedesco (di minoranza) resta in carica, perciò i “bocciati” Macron e Scholz hanno ancora un peso numerico.

Nel caso di Macron tuttavia le cose cambieranno – dal punto di vista politico – se le elezioni anticipate daranno un governo di centrodestra e se sarà il nuovo esecutivo a gestire il rinnovo delle cariche della Ue.

Ed eccoci alla componente politica del vecchio condominio costituita dall’asse Ppe-Pse. La futura Commissione europea, per rispettare il messaggio mandato domenica dagli elettori, dovrà anzitutto voltar pagina rispetto al peso ideologico e politico della sinistra.

Il voto di domenica infatti è stato molto chiaro. Tutte le famiglie politiche europee di centrosinistra sono state punite dagli elettori ed escono ridimensionate. Mentre le famiglie politiche moderate o conservatrici o identitarie (comunque non di sinistra) sono state premiate ed escono rafforzate dal voto.

Gli elettori, oltre ad aver terremotato Francia e Germania, hanno anche bocciato la Commissione europea che abbiamo avuto fino ad ora guidata da Ursula Von der Leyen, che si basava sostanzialmente sul patto fra Ppe e Pse e sull’asse Francia-Germania.

È la Commissione europea costruita nel 2019 da Angela Merkel – a quel tempo cancelliera – con Macron. Riproduceva la grande coalizione che governava a Berlino, cioè l’alleanza fra la Cdu e i socialdemocratici.

Oggi non c’è più la Merkel al governo e in Germania, dal dicembre 2021, non c’è più la grande coalizione, ma si è insediato il governo di Olaf Scholz: è l’alleanza fra socialisti e verdi che è stata bocciata dal voto di domenica, mentre la Cdu (all’opposizione) ha la maggioranza relativa con il 30 per cento e l’Afd, il partito di destra, si è addirittura piazzato al secondo posto, superando, con il 15,9 per cento, sia i socialdemocratici (13,9 per cento) che i Verdi (11,9%).

La Cdu – che in Germania si oppone a socialisti e verdi – si è trovata negli anni scorsi a governare Bruxelles con quegli stessi socialisti e verdi, in una Commissione fortemente condizionata dal dirigismo e dal fanatismo ideologico di quei partiti di sinistra.

Era una Commissione che sostanzialmente escludeva i partiti di destra, proprio quelli che invece gli elettori hanno premiato con il voto di domenica.

Dunque oggi il Ppe, che rappresenta il pilastro di qualsiasi maggioranza in Europa (la Cdu ne è la componente maggiore), può voltare pagina. Lo deve fare tenendo conto dei risultati elettorali (anche gli altri partiti nazionali che aderiscono al Ppe, nei loro Paesi, sono avversari di sinistra e verdi).

Dare ascolto al voto di domenica significherà due cose: 1) mettere fine al “bando” più o meno esplicito verso i partiti di destra con un’adeguata rappresentanza (di peso politico) nella Commissione e 2) spazzare via i fanatismi ideologici e il dirigismo della sinistra.

Cambiare aria. In modo che la nuova Commissione sia rappresentativa sia dei diversi Paesi che delle diverse correnti politiche, con un connotato più ecumenico e più rispettoso della sovranità dei diversi Paesi.

Non a caso la vecchia Commissione Von der Leyen ha scatenato il malcontento dei popoli europei proprio per quelle politiche ideologiche e dirigiste ispirate da socialisti e verdi. Solo negli ultimi due anni la Von der Leyen, influenzata da Giorgia Meloni (nel frattempo diventata premier italiana), si è parzialmente corretta.

Così ha ritrovato anche la natura liberale e moderata del Ppe che si era ridotto a fare a Bruxelles la stampella di quella sinistra che poi è sua avversaria nei vari Stati.

La notizia arrivata ieri da Parigi – il possibile accordo fra repubblicani (Ppe) e Le Pen per le elezioni anticipate di luglio (a imitazione del modello italiano) – è un evento storico che rappresenta una svolta decisiva per chiarire il quadro e mettere finalmente la UE in sintonia con gli elettori. Archiviando le folli idee della sinistra che finora hanno dominato a Bruxelles.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 12 giugno 2024

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