Prima la vicenda di Carola Rackete e della Sea Watch, per cui – oltretutto – l’Italia ha dovuto subire pure la tirata d’orecchie del presidente della repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier (immaginiamo cosa accadrebbe a parti invertite…).

Poi la nuova presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen che minacciosamente avverte: “sui conti monitorerò l’Italia da vicino”. Chissà se monitorerà i conti della Francia (peggiori dei nostri) o il surplus commerciale della Germania. L’avvertimento  al nostro Paese svela la volontà di tenerlo sempresottomesso perché un’economia italiana libera dalle gabbie dell’euro sarebbe troppo competitiva (inoltre vogliono “punire” gli italiani che hanno votato come volevano). Continua

Giulio Sapelli , fra le poche teste pensanti in circolazione, sostiene che siamo a una svolta storica nell’assetto del mondo: “È iniziata una nuova Guerra fredda che ha per contendenti gli Usa e la potenza eversiva di ciò che rimane dell’ordine internazionale: la potenza militare e demografica della Cina. La questione dei dazi è solo l’inizio… di una guerra su tutti i fronti…  Una guerra che sarà in primo luogo per procura… Il Mediterraneo è già oggi terreno di scontro e di contenimento. La stabilizzazione dei rapporti Usa e Russia diviene sempre più necessaria”.

In questo quadro internazionale – secondo Sapelli – l’America si chiede: la classe politica italiana sarà al suo fianco nella lotta alla Cina? Si tratta di una lotta per il predominio tecnologico e militare planetario e il ruolo che il Mediterraneo , lago atlantico ma altresì stagno dei conflitti franco-anglo-italiani, potrà svolgere sarà essenziale , sorvegliando le porte di accesso all’heartland sia per via marittima con Suez, sia per via terrestre con il Caucaso e la Turchia”. Continua

“Debuttai come giornalista (in nero e senza un contratto di lavoro, proprio come si usa oggi) nel 1977 alla ‘Città futura’. Era il giornale della Federazione giovanile comunista italiana”.

Così impietosamente Federico Rampini – oggi firma di punta di “Repubblica” – ricorda il suo esordio professionale nel suo ultimo libro, “La notte della sinistra”, dove affonda il coltello nelle contraddizioni, nelle ipocrisie e negli errori della sua parte politica, che elenca:“dall’immigrazione alla vecchia retorica europeista ed esterofila, dal globalismo ingenuo alla collusione con le élite del denaro e della tecnologia”.

Il libro di Rampini in pratica demolisce la Sinistra. L’autore invita anzitutto a smetterla di “raccontarci che siamo moralmente superiori e che là fuori ci assedia un’orda fascista”.

Invita anche a smetterla “di infliggere ai più giovani delle lezioni di superficialità, malafede, ignoranza della storia. Si parla ormai a vanvera di fascismo, lo si descrive in agguato dietro ogni angolo di strada, studiando pochissimo quel che fu davvero… Si spande la retorica di una nuova Resistenza, insultando la memoria di quella vera (o ignorandone le contraddizioni, gli errori, le tragedie)”. 

Poi l’autore ricorda le orribili assemblee studentesche degli anni Settanta, dove “gli estremisti, decidevano chi aveva diritto di parola e chi no. ‘Fascisti’, urlavano a chiunque non la pensasse come loro. L’élite di quel momento (giovani borghesi, figli di papà, più i loro ispiratori e cattivi maestri tra gli intellettuali di moda) era una Santa Inquisizione che sottoponeva gli altri a severi esami di purezza morale, di intransigenza sui valori”. 

Attualmente sembra si sia disinvoltamente cambiato tutto, ma “nel politically correct di oggi sono cambiate solo le apparenze, il linguaggio, le mode. Tra i guru progressisti ora vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer dei social, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiano conti in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity.
Mentre si trattano con disgusto quei bifolchi delle periferie che osano dubitare dei benefici promessi dal globalismo”.

Le parole d’ordine e gli slogan dell’attuale Sinistra vengono demoliti con chirurgica precisione. I sovran-populisti sono accusati di alimentare la paura

“Da quando in qua” si chiede Rampini “la paura è una cosa di destra, anticamera del fascismo? Deve vergognarsi chi teme di diventare più povero? Chi patisce l’insicurezza di un quartiere abbandonato dallo Stato?

E le parole identità, patria, interesse nazionale? Rampini sconsolato scrive: “dobbiamo smetterla di regalare il valore-Nazione ai sovranisti …”. A loro – dice – “abbiamo lasciato” la parola Italia: “certi progressisti” si commuovono per le grandi cause come “Europa, Mediterraneo, Umanità” mentre ritengono la nazione “un eufemismo per non dire fascismo”.

Solo che la liberal-democrazia è nata proprio “dentro lo Stato-nazione” e Mazzini e Garibaldi “erano padri nobili della sinistra”, la quale peraltro ha “venerato tanti leader del Terzo Mondo – da Gandhi a Ho Chi Minh a Fidel Castro – che erano prima di tutto dei patrioti”.

La Sinistra nostrana si entusiasma solo per il sovranismo altrui. Rampini osserva: “non si conquistano voti presentandosi come ‘il partito dello straniero’. Negli ultimi tempi in Italia il mondo progressista ha sistematicamente simpatizzato con Macron quando attaccava Salvini e con Juncker quando criticava il governo Conte”. 

Così si conferma “il sospetto che la sinistra sia establishment, e pronta a svendere gli interessi nazionali. Ed è un’illusione anche scambiare Macronper un europeista: è un tradizionale nazionalista francese, che dell’Europa si serve finché gli è utile, ma per piegarla ai propri interessi”.

Su Juncker poi Rampini è durissimo ricordando che faceva parte del governo del Lussemburgo  quando adottava certe politiche fiscali, cioè offriva “privilegi fiscali alle multinazionali di tutto il mondo: uno dei principali meccanismi di impoverimento del ceto medio e delle classi lavoratrici di tutto l’Occidente”.

Secondo Rampini “uno che ha governato il Lussemburgo” non dovrebbe essere “promosso” a dirigere la Commissione europea. L’autore trova incredibile che “opinionisti di sinistra abbiano tifato per Juncker”.

E poi si chiede: “Perché solo gli italiani dovrebbero vergognarsi di avere cara la propria nazione?Definirsi europeisti in chiave antinazionale, il vezzo attuale della nostra sinistra, è un errore grave: a Bruxelles né i tedeschi né i francesi dimenticano mai per un solo attimo di difendere con determinazione gli interessi del proprio paese”. 

Il primo capitolo del libro s’intitola “Dalla parte dei deboli… solo se stranieri”. La fissazione delle élite progressiste per gli immigrati (che sono utilissimi a un certo capitalismo per abbattere retribuzioni e protezioni sociali) va di pari passo con la dimenticanza della stessa Sinistra per i nostri poverie il nostro ceto medio impoverito. Qui l’analisi di Rampini si fa spietata per moltissime pagine.

E fa capire perché il popolo e i lavoratori hanno divorziato dalla Sinistra e questa è diventata il partito delle élite e dei quartieri-bene: “L’Uomo di Davos ha plagiato la sinistra, i cui governanti si sono alleati proprio con quelle élite”

La conclusione di Rampini è questa: “non vedo un futuro per la sinistra italiana se si ostinerà a essere il partito dei mercati finanziari e dei governi stranieri, in nome di un europeismo beffato proprio da tedeschi e francesi”.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 31 marzo 2019

Il clamoroso flop dell’appello di Romano Prodi ad appendere fuori dalle finestre la bandiera europea, il 21 marzo, fa un po’ ridere, ma dovrebbe pure far riflettere. 

Oltretutto era stato rilanciato dai media e soprattutto era stato fatto proprio dal Pd che – per bocca del suo nuovo segretario Zingaretti – aveva twittato: “Chiedo a tutti di aderire e di raccogliere l’appello lanciato da Romano Prodi, di farlo nostro. Noi ci saremo!”.

Loro ci sono stati, infatti, ma con pochi intimi: bandiere europee alle finestre non se ne sono viste da nessuna parte. Solo “Repubblica” ha comicamente parlato di “successo dell’iniziativa”, espressione che in questo caso può avere solo un significato satirico

Del resto il Pd non si è limitato a esporre (in solitario) la bandiera europea sul balcone (e solo quella europea, senza il tricolore), ha pure cancellato la bandiera italiana dai suoi social

Cosa che ha scandalizzato molti, fra cui Giorgia Meloni che ha commentato: “Non contenti delle continue dimostrazioni di sudditanza, il Pd ufficializza la propria anti-italianità eliminando definitivamente il tricolore da Twitter e lasciando solo la bandiera dell’Ue. Ma quanto sono ridicoli?”.

A suo modo è una scelta simbolica assai rivelatrice. Infatti il Pd fa persino peggio del Pci che almeno, nel suo simbolo, dietro la bandiera rossa con falce e martello (che era la bandiera dell’Urss ), aveva mantenuto la bandiera italiana.

La Meloni – e non solo lei – considera dunque il Pd come il referente politico del partito anti-italiano. La cui ideologia viene quotidianamente amplificata e rilanciata su gran parte dei media.

E’ questo che spiega sia l’impopolarità del Pd (con tutta la Sinistra), sia il flop dell’appello prodiano. Un flop che, soprattutto alla vigilia delle elezioni europee, è clamoroso ed emblematico (sebbene taciuto dai media).

Il motivo è semplice: gli italiani hanno capito benissimo, sulla propria pelle, che fregatura sono stati l’euro e l’Unione europea

Perfino un centro studi tedesco di recente ha calcolato che a vent’anni dall’entrata in vigore della moneta unica, la Germania è il paese che ci ha guadagnato di più e l’Italia è il paese che ci ha perso di più (“Nessun altro Paese l’euro ha portato a perdite così elevate di prosperità come in Italia”).

Per la precisione il nostro Paese ha avuto una perdita totale di 4.325 miliardi di Pil ed è di 73.605 eurola perdita economica pro capite degli italiani dal 1999 al 2017.

Al contrario per la Germania si calcola un guadagno di 1.893 miliardi di euro, ovvero 23.116 euro per abitante.

Tutto questo è conseguenza del meccanismo della moneta unica che è un marco svalutato e una lira super valutata ed era stato perfettamente previsto dagli economisti.

In questo quadro si capisce perché, nei giorni scorsi, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, a proposito della possibile uscita dell’Italia dall’euro, ha dichiarato: “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”.

Ecco perché nella Ue vogliono un’Italia sottomessa e obbediente ai loro interessi che poi sono perlopiù quelli tedeschi. Vogliono un’Italia che accetta di continuare a suicidarsi per gli interessi stranieri. 

Non a caso ieri Manfred Weber, il tedesco che la Merkel ha candidato alla guida della prossima Commissione europea, in una intervista a “Repubblica”, è arrivato a sfoderare un’arroganza da padrone dichiarando testualmente che “le destre nazionaliste vogliono riprendersi sovranità”  ma lui vuole vincere le elezioni europee per scongiurarlo.

Così – ha aggiunto – “i paesi del Nord come la Germania, l’Austria o la Finlandia si devono prendere cura dei ragazzi dell’Europa del Sud”.

La traduzione è semplice: l’Italia, con la leadership della Lega salviniana, intende riprendersi la propria indipendenza e sovranità, per difendere i propri interessi nazionali, ma noi glielo impediremo continuando a tenerla sotto il nostro teutonico stivale.

Alle prossime elezioni europee dunque gli italiani dovranno decidere se dare un futuro di prosperità al nostro Paese, o votare per il bene della Germania  facendoci definitivamente sottomettere come una colonia.

Va anche considerato che, in ogni caso, quell’operazione di palazzo compiuta nel 1992 e chiamata Unione Europea (da non confondersi con la precedente Comunità europea) è ormai al collasso.

Non solo per l’avanzata dei partiti euroscettici (ultima in ordine di tempo la vittoria elettorale in Olanda). Ma anche perché vanno in piazza i popoli che non sopportano più il regime germanico e l’impoverimento che comporta. Anche l’impoverimento di democrazia.

Lo dimostrano le vicissitudini della Brexit da cui emerge che la UE è come il Patto di Varsavia, una “unione” da cui non si può uscire se non pagando un prezzo salatissimo: un luogo da cui non si può uscire ha un solo nome: prigione.

Ma il collasso della UE è dimostrato pure dall’esplosione delle piazze in Francia, qualcosa che rischia di somigliare a una guerra civile.

François Billot de Lochner, in un articolo intitolato “Stiamo andando verso una nuova rivoluzione?”, ha riportato un recente sondaggio” da cui emerge che “il 40% dei francesi è convinto che non saranno possibili cambiamenti nella loro società, senza una rivoluzione!”

Per far capire quanto è clamoroso questo dato, Billot de Lochner spiega che “mai i francesi, dopo la rivoluzione del 1789, si erano mostrati a tal punto rivoluzionari”, tanto è vero che “nella primavera del 1789, alla vigilia della Rivoluzione… gli storici più seri stimano che i rivoluzionari che volevano davvero abbattere la monarchia, erano meno del 5%. Eppure, con meno del 5% di rivoluzionari dichiarati, dal giugno 1789 la Francia fu messa a ferro e fuoco. Quali rischi possono esserci per la nostra società, con una percentuale del 40%?”.

Poi conclude: “Come si poteva immaginare che l’incredibile disprezzo di una piccola casta politico-mediatica verso una larga maggioranza della popolazione francese, in particolare del ceto medio, si sarebbe un giorno tradotta in una reazione violenta, di cui i Gilet gialli sono solo la punta dell’iceberg?”

Chi s’illude di risolvere il problema con la dura repressione, come Macron, o – come Weber – con il potere tecnocratico per rimettere in riga “i ragazzi del Sud Europa” è destinato al fallimento. 

Nessun altro popolo europeo sarà disposto a subire quello che ha sopportato la Grecia. Del resto ci sono tanti segnali (come il recente crollo dell’indice PMI manifatturiero in Germania)  che faranno capire a Berlino che il sistema di Maastricht è al capolinea. Non si può più tirare la corda, perché si spezza. 

L’errore è stato pretendere di sostituire la precedente Comunità europea che De Gasperi, Adenauer e Schuman avevano costruito sulle comuni radici culturali cristiane, con una costruzione artificiale che ha sostituito le comuni radici cristiane con il dio-Mercato, che è basata sull’imposizione di una devastante moneta unica e sulla tecnocrazia europea la quale svuota le identità e le sovranità nazionali.

Il politologo Jérôme Fourquet sostiene che in Francia la cancellazione della matrice giudaico-cristiana è all’origine delle profonde divisioni e fratture del Paese. La stessa cosa si può dire per l’Unione Europea.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 24 marzo 2019 

Anche il più sfegatato fan di questo esecutivo ha, oggi, la sensazione che il governo si sia cacciato in un vicolo cieco e che sarà molto difficile uscirne senza danni, per l’attuale maggioranza o per il Paese.

Ormai si è capito, infatti, che la Commissione Europea – su mandato di Germania, Francia e degli altri paesi “amici” che vogliono l’Italia sotto scacco – non mollerà mai perché vuole far pagare al governo Lega-M5S le sue posizioni anti UE, per dare una lezione a tutti i “sovranisti” (colpirne uno per educarne cento), anche in vista delle prossime elezioni europee.

La Commissione europea ha in mano la corda (fornitale da chi, nei decenni scorsi, ha ceduto gran parte della nostra sovranità a Bruxelles), mentre il governo italiano ha il nodo scorsoio al collo (per la pesantissima eredità dei governi passati). Continua

“E credo che per ristabilire l’amicizia europea, sarebbe bene che – prima di tutto – i ladri restituissero la refurtiva”. Così tuonò Piero Calamandrei, nel suo storico discorso del 1951, a Londra, parlando delle “Opere d’arte in Italia e la guerra”.

Chi sono stati coloro che hanno “spogliato” l’Italia trafugando i suoi tesori? Anzitutto Germania e Francia, proprio quei paesi che oggi pretendono di insegnare l’europeismo e di condannare gli italiani come “nazionalisti” perché cercano di difendere i loro interessi.

Due volte hanno provato con le armi e il sangue a “unire l’Europa” sotto il loro dominio: prima con Napoleone e poi con Hitler. In entrambi i casi sono venuti in Italia a massacrare e derubare i nostri immensi tesori d’arte (che poi sono la nostra anima e la nostra identità).

Chi oggi vuole davvero “fare l’Europa” dovrebbe cominciare a chiedere – con Calamandrei – la restituzione della “refurtiva”. Ma non facciamoci illusioni. In questa Europa all’Italia si riservano solo attacchi. A noi nessuno restituisce alcunché. Continua

Alla commemorazione della fine della Prima guerra mondiale, il presidente francese Macron ha esaltato il “patriottismo” (proprio) e ha “bombardato” quello altrui squalificandolo come “nazionalismo”. Ce l’aveva con il sovranismo dei paesi (come l’Italia) che non si vogliono sottomettere al nazionalismo di francesi e tedeschi.

Donald Trump, in un tweet, ha scritto che Macron cerca di parlar d’altro perché ha, in Francia, un livello di consenso troppo basso (il 26%) e un livello di disoccupazione troppo alto (circa il 10%). Poi Trump ha aggiunto: “a proposito, non c’è paese più nazionalista della Francia, gente molto orgogliosa, ed è giusto così”.

Insieme a Macron anche la Merkel ha tuonato contro il nazionalismo: ha detto che porta alla guerra. I due paesi più nazionalisti d’Europa, poco dopo aver dato queste “lezioni” agli altri, hanno realizzato un’intesa a due sul bilancio dell’eurozona, ovviamente penalizzante per l’Italia. L’ennesimo gesto di supremazia ed arroganza. Continua

La trasformazione di Forza Italia in Forza Merkel (o Forza Germania) ha dell’incredibile. Infatti la decisione di Berlusconi di appoggiare il candidato della Merkel, Manfred Weber, per la presidenza della prossima Commissione europea, somiglia a un suicidio politico. Anche in vista di un possibile ricompattamento del centrodestra.

Il “Giornale” ha titolato: “Berlusconi lancia Weber. Forza Italia unita al Ppe nell’asse antisovranista”. L’asse è una parola disgraziata per definire un’alleanza con Berlino (se si conoscesse la storia…). Ma poi come può essere antisovranista un partito che si chiama Forza Italia? Continua

Dunque aveva ragione Paolo Savona. Il tempo è galantuomo e dopo appena un mese si sta verificando esattamente quello che l’economista sardo aveva previsto, quello che voleva prevenire e che proponeva di governare: l’implosione dell’Unione Europea.

Tale preveggenza, che doveva essergli riconosciuta come un merito, gli è invece costata cara. Per essa infatti ha dovuto rinunciare al ministero del Tesoro su cui avevano posto il veto Mattarella e la Germania.

Adesso si scopre quanto Savona aveva visto giusto e quanto le sue proposte sarebbero (o saranno) utili all’Italia e alla stessa Europa. Infatti quelli che cominciano domani – secondo un’opinione diffusa – potrebbero essere i dieci giorni che sconvolgeranno l’Unione Europea, ossia quella costruzione tecnocratica e poco democratica che è stata imposta a Maastricht nel 1992. Continua

Il fenomeno politico più sorprendente della terza Repubblica (e in ascesa) è la Lega di Matteo Salvini. Alle elezioni del 4 marzo ha conquistato la leadership del centrodestra, poi è diventata il pilastro del nuovo governo (a cui dà la sua forte impronta), miete consensi anche al Centro e al Sud Italia ed è accreditata dai sondaggi nazionali fra il 25 e il 28 per cento.

Eppure il Giornale Collettivo del Pensiero Unico e gli intellettuali ne parlano solo per scagliare anatemi e sberleffi. Irrisione e demonizzazione. Nessuno che rifletta su quello che sta accadendo o che spieghi la clamorosa esplosione di consensi per Salvini, che di certo non è dovuta a qualche campagna mediatica perché – anzi – la sua Lega ha tutti contro: l’establishment, i media e la rete.

Tutti a coprirla di critiche e perfino di fango. Cosa che rende ancora più straordinario il consenso massiccio degli italiani per il leader lombardo. Continua