Era scontato. Ora è Giorgia Meloni ad essere scaraventata nel tritacarne da quell’establishment ideologico-politico che pretende di avere il monopolio delle idee ammesse: la gogna mediatica serve a puntellare il Palazzo e a far restare al potere sempre i soliti.

Per anni è stato “bombardato” Silvio Berlusconi perché Forza Italia era il partito di maggioranza e lui il federatore e leader del centrodestra. Poi è stata la volta di Matteo Salvini, quando il consenso della sua Lega ha toccato il 34 per cento (alle europee del 2019).

Oggi che Fratelli d’Italia rischia di essere, stando ai sondaggi, il primo partito, sopra al 20 per cento, l’attacco si concentra sulla leader della Destra. L’obiettivo è sempre lo stesso: impedire al Centrodestra di vincere le elezioni politiche. In genere è sempre lo stesso anche il rito della caccia alle streghe. Continua

Dopo quattro mesi di guerra, il 21 giugno il Parlamento italiano potrà finalmente discutere sul conflitto Russia/Ucraina, in cui siamo stati “coinvolti” nostro malgrado, e così fornirà al governo la linea politica da tenere.

Per la verità il presidente del Consiglio finora ne ha fatto volentieri a meno, perché ha definito lui tale linea facendosi bastare la ratifica parlamentare del decreto governativo con cui, appena scoppiata la guerra, furono decisi i primi aiuti all’Ucraina.

Draghi ha pure evitato di andare in Parlamento prima del viaggio a Washington, nonostante le richieste di alcuni partiti della maggioranza. E in seguito ha ignorato gli inviti del maggior partito della coalizione, il M5S, a venire in aula a discutere sui nuovi invii di armi. Continua

Sono la maggioranza nel Paese, ma si sentono trattati come italiani di serie B. Stiamo parlando dell’elettorato di centrodestra, quello a cui non piace la sinistra. Quello che vorrebbe un cambiamento in Italia.

Già alle elezioni autunnali ha manifestato il suo malessere con una forte astensione (un segnale non capito) e potrebbe rifarlo in modo più devastante alle prossime elezioni politiche, non solo per le candidature sbagliate (com’è accaduto in autunno) o per le divisioni fra i leader del centrodestra. Ma anzitutto perché ritiene inutile votare sentendosi trattato come un’Italia di seconda categoria. Continua

Come sta il Centrodestra? Qualche mese fa, su queste colonne, avevamo previsto che le amministrative del 3-4 ottobre – per come venivano affrontate – sarebbero state un disastro per questa coalizione. Era evidente. Ma Cassandra, come al solito, rimase inascoltata e sappiamo come è finita.

Il mestiere dei giornali è anche quello di fare previsioni spiacevoli quando i fatti lasciano intravedere che si è su una strada fallimentare, sebbene non sia gratificante perché in genere si prendono calci.

Secondo uno scrittore americano “Cassandra non prese neppure metà dei calci che meritava”. Dunque in attesa delle pedate supplementari dobbiamo osservare che lo stesso problema delle amministrative oggi si ripropone – per il Centrodestra – con le prossime elezioni politicheche potrebbero anche essere molto vicine, perché a febbraio, dopo l’elezione del presidente della Repubblica, è possibile lo scioglimento anticipato delle Camere. Continua

Nel 2020 l’Italia era nel baratro, veniva considerata uno dei paesi più sfortunati e malconci. Nel 2021 siamo uno dei Paesi più ammirati e stimati.

Nel 2020 fummo i primi in occidente a subire l’impatto mortale del ciclone Covid 19 con tutte le sue conseguenze su un tessuto sociale ed economico già disastrato da una crisi ventennale. Al dramma della pandemia si aggiunsero i molti errori di un governo confuso e inadeguato.

Nel 2021 lo scenario si è ribaltato. Anno nuovo, governo nuovo: rispetto al precedente Conte 2, che rappresentava una minoranza del Paese, l’esecutivo Draghi ne rappresenta la quasi totalità.

Ora, di colpo, l’Italia stupisce in positivo. L’estate delle vittorie sportive (agli Europei di calcio, alle Olimpiadi, alle Paralimpiadi) è stata la metafora di un’Italia ammirata dal mondo intero, che cerca, con energia e coraggio, di scongiurare la ripresa autunnale della pandemia e di agganciare una crescita economica da favola: corriamo verso il 6 per cento di aumento del Pil, siamo fra i migliori, mentre eravamo stati fra i peggiori per il crollo del Pil nel 2020. Continua

A cento giorni dalla nascita del governo Draghi, si è dissolta di colpo la cortina fumogena della propaganda ed è apparsa una realtà opposta a quella che, per mesi, i media e il Pd, avevano raccontato:il grosso problema dell’esecutivo non è la Lega, ma il duo Pd-M5S.

A dire il vero, i mal di pancia dentro al Pd, per la defenestrazione del governo Conte e l’arrivo di Draghi, c’erano fin dall’inizio e sono noti da tempo.

Goffredo Bettini, lo stratega di Zingaretti, insinuava: “Non voglio usare la parola complotto, ma per la caduta del governo presieduto da Giuseppe Conte si è mosso qualcosa di più grande di Matteo Renzi”.

Ieri Marcello Sorgi, che conosce bene l’ambiente Pd, scriveva sulla “Stampa” che “il Pd di Zingaretti e Bettini”, dopo la crisi di governo, pur di bloccare Draghi, si è “adoperato fino all’ultimo per convincere Renzi al varo impossibile del Conte-ter”.

Poi, con il cambio di segreteria e l’arrivo di Letta, si è voluta accreditare l’idea che il suo Pd fosse diventato il più convinto sostenitore di Draghi, quasi “il partito di Draghi”. Ora però si rende evidente che è il contrario: Draghi, per i Dem, è un avversario. Continua

Da settimane sui giornali si discute della (vera o presunta) rivalità fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni per il primato nel Centrodestra. Ma siamo poi sicuri che si tratti di un scontro reale e che il Centrodestra sia penalizzato da questa naturale competizione fra i due giovani leader?

Anzitutto il fattore umano, anche in politica, conta e nel caso in questione non c’è nessuna ostilità preconcetta o incompatibilità caratteriale fra Giorgia e Matteo. Anzi, pur essendo l’una romana e l’altro milanese (sembrano una perfetta sintesi dell’Italia), condividono una stessa provenienza sociale: quell’appartenenza all’Italia profonda che rende popolari i due giovani leader fra la gente comune, mentre li fa detestare dai salotti che storcono il naso e li trattano con disprezzo. Continua

Che “unità nazionale” è quella che si esprime nel governo Draghi? Non la si vede né nel Palazzo, né nel Paese.  A quasi due mesi dal varo dell’esecutivo, anche chi – come il sottoscritto – ne ha auspicato la nascita (e continua a difenderne la validità), deve riconoscere che qualcosa non va.

Non solo in questo o quel provvedimento: qualcosa di importante non va nella maggioranza e di conseguenza nell’azione quotidiana dell’esecutivo. Lo dimostrano le fibrillazioni di questi giorni nella coalizione governativa e anche i sondaggi che continuano a dare in calo la fiducia degli italiani verso il governo e verso il presidente Draghi (anche se egli gode del sostegno quasi unanime dei media). Continua

Ieri “Repubblica”, giornale storicamente vicino al Pd, presentava così una lunga inchiesta su quel partito: “Anatomia del Pd, un partito in crisi permanente e mai nato davvero. In 14 anni ha cambiato nove segretari e subìto sei scissioni. Più volte sul punto di implodere, è sempre riuscito a rialzarsi. Dopo Zingaretti ci prova Letta, ma non ci sarà un’altra occasione”.

Non sembra la fotografia di un partito che scoppia di salute. Forse scoppia e basta. Se non è ancora deflagrato è perché, da anni, sta quasi sempre al potere che è il suo “unico collante” secondo un intellettuale di area come Cacciari (“non hanno strategia, non hanno un’anima”). Zingaretti in effetti si è dimesso con queste spietate parole: “Nel Pd si parla solo di poltrone. Mi vergogno”.

Con Enrico Letta il Pd è ancora quello di prima. D’altronde lui non proviene dalla società civile, né dalla periferia (come fu per Renzi). E’ da sempre parte dell’establishment: è stato perfino premier, ma di un governo talmente spento che fu affondato dallo stesso Pd (lui fu sostituito, appunto, con Renzi). Continua

Nicola Zingaretti si è dimesso dalla segreteria del Pd scrivendo: Mi vergogno che nel Pd da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza”.

Da 20 giorni? A Zingaretti – che peraltro di poltrone ne aveva due – qualcuno ha sarcasticamente risposto: “Di cos’altro hanno mai parlato?”.

Ma al Segretario dimissionario, secondo cui parlare di poltrone uccideva il partito, aveva già dato una terribile risposta preventiva anche il filosofo della Sinistra, Massimo Cacciari: “Il Pd non è un partito, è un insieme di avanzi di partito il cui unico collante è il potere. Deve resistere al governo per esistere. Infatti dove non sono al governo, come in alcune regioni del Nord, vivono uno smottamento completo, hanno zero base sociale. Se salta l’alleanza con i 5stelle loro che fanno? Non hanno strategia, non hanno anima”. Continua