La vicenda delle comunali di Verona dimostra che – quando prevalgono i personalismi – si può rischiare di perdere anche una competizione che era stravinta in partenza.

Il Centrodestra dovrà far tesoro di questa lezione, ora che – in attesa della campagna elettorale per le politiche del 2023 – ha il tempo per mettere a punto la strategia e preparare le sue truppe.

Infatti sulla carta questa coalizione parte vincente. Ieri il professor Roberto D’Alimonte ha presentato, sul quotidiano di Confindustria, il sondaggio Winpoll-Il Sole 24 ore, da cui emerge un Centrodestra stimato addirittura fra il 51 e il 52 per cento (FdI sopra al 25 per cento, la Lega sopra al 15 per cento, Forza Italia attorno al 10 per cento e un altro 1 per cento di Coraggio Italia). Continua

Era scontato. Ora è Giorgia Meloni ad essere scaraventata nel tritacarne da quell’establishment ideologico-politico che pretende di avere il monopolio delle idee ammesse: la gogna mediatica serve a puntellare il Palazzo e a far restare al potere sempre i soliti.

Per anni è stato “bombardato” Silvio Berlusconi perché Forza Italia era il partito di maggioranza e lui il federatore e leader del centrodestra. Poi è stata la volta di Matteo Salvini, quando il consenso della sua Lega ha toccato il 34 per cento (alle europee del 2019).

Oggi che Fratelli d’Italia rischia di essere, stando ai sondaggi, il primo partito, sopra al 20 per cento, l’attacco si concentra sulla leader della Destra. L’obiettivo è sempre lo stesso: impedire al Centrodestra di vincere le elezioni politiche. In genere è sempre lo stesso anche il rito della caccia alle streghe. Continua

Le dichiarazioni di Berlusconi sulla guerra in Ucraina hanno fatto infuriare il “partito della guerra”, soprattutto perché è storicamente impossibile contestare l’atlantismo del Cavaliere.

Eppure ci hanno provato certi (autonominati) paladini dell’ortodossia atlantica che (com’è ovvio) arrivano tutti da sinistra.

Anzitutto Paolo Mieli (viene dal ’68 e da Potere operaio) che ieri ha addirittura assimilato Berlusconi ai “Partigiani della pace” del tempo di Togliatti (Berlusconi comunista?) in un editoriale sul “Corriere della sera”, diretto da Luciano Fontana, già capo dell’ufficio centrale dell’Unitàdi Veltroni, il quale Fontana, sempre ieri, ha sparato contro “quei politici molto comprensivi verso Putin” (ma è stato Macron a dichiarare che se si vuole la pace è meglio “non umiliare la Russia”).

Poi c’è Giuliano Ferrara, nato nell’élite comunista, che è stato sessantottino e dirigente del Pci. Sul “Foglio” dell’atlantismo dogmatico c’è pure Adriano Sofri – che fu capo e simbolo di “Lotta Continua” – di cui ieri è stata ripubblicata un’intervista a Pannella contro il pacifismo. Continua

Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi a proposito della guerra in Ucraina(una settimana fa, venerdì e ieri) sono improntate al realismo, alla volontà di pace e al desiderio di evitare ricadute economiche devastanti per l’Italia e per il mondo:

“Non posso che condividere la preoccupazione di tanti per uno sviluppo incontrollato del conflitto. Il fatto stesso che si parli, con qualche leggerezza di troppo, del possibile uso di armi nucleari significa mettere in discussione quella soglia, ben chiara a tutti persino negli anni della guerra fredda, che escludeva l’uso dell’arma atomica in un conflitto locale. Non possiamo che condividere quindi gli appelli di quanti – primo fra tutti Papa Francesco – invocano di fare ogni sforzo per giungere alla pace al più presto. Per porre fine all’orrore della guerra, e al tempo stesso per garantire al popolo ucraino il suo legittimo diritto all’indipendenza e alla libertà”.

Ma se neppure il Papa era stato risparmiato dall’accusa di putinismo, per aver strenuamente fatto appello alla trattativa, non poteva certo essere risparmiato il Cavaliere. Continua

Il dissidio fra i leader dei tre partiti del centrodestra sembra grave. Non si era mai visto nulla del genere. E, a questo punto, anche se torneranno necessariamente a incollare i cocci, perché nessuno di loro può permettersi rotture definitive, resteranno ben visibili le incrinature.

Come potranno evitare che domani possano provocare nuove fratture? Al centrodestra non basterà più un semplice incontro di pacificazione fra i leader. Stavolta non può finire a tarallucci e vino. Dovranno chiarirsi armandosi di pazienza, di spirito costruttivo e di umiltà.

Ma forse è necessario a questo punto anche un salto di qualità che si lasci alle spalle il passato. Magari con una figura di “federatore” super partes per voltare pagina e aprire una nuova fase politica. Continua

Un vecchio leader democristiano, Pierluigi Castagnetti, che i media ritengono molto vicino al presidente Mattarella, nei giorni scorsi – considerando la tensione fra Usa e Russia – ha scritto un tweet alquanto saggio:

Non scherzare col fuoco. Va bene la reazione USA alla minaccia russa di invadere l’Ucraina con 175000 uomini. Va bene la vicinanza UE all’Ucraina. Ma che facciamo per evitare che? Forse è ora di dire che la pretesa russa che l’Ucraina non entri nella Nato ha qualche senso”.

Parole di realismo andreottiano. Infatti l’ingresso dell’Ucraina nella Nato – peraltro in violazione degli impegni presi con Mosca dai presidenti americani – non è solo una questione diplomatica fra Usa e Russia, ma è un rischio colossale per tutti noi: potrebbe essere la scintilla che rischia di trascinarci in un conflitto, prima economico, con disastrose sanzioni e grossi problemi per le forniture di gas, ma forse poi anche militare. Continua

Rientrata la polemica relativa alle dichiarazioni di Giancarlo Giorgetti, tutto sembra tornare come prima.

La strategia del Centrodestra, a quanto pare, resta quella del passato: presentarsi unito alle prossime elezioni, vincerle e governare l’Italia in base al proprio programma, indicando – come premier – il leader del partito che ha preso più voti.

I sondaggi continuano ad assegnare a questa coalizione un’ampia maggioranza e ciò probabilmente consolida in Salvini e Meloni la convinzione che non ci sia nulla da ripensare, ma solo da marciare sicuri verso il trionfo.

Ma, ammesso e non concesso che i tre partiti (di cui due al governo, oggi, e uno all’opposizione) arrivino veramente uniti alle elezioni; ammesso e non concesso che Forza Italia, dopo la scelta del nuovo Capo dello Stato, non si frantumi, ma perseveri nell’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia, sono proprio sicuri, Salvini e Meloni, che a loro basti vincere nelle urne per governare? Continua

Il “selfie dei Promessi sposi” (evocazione letteraria della leader di FdI) che, nei giorni scorsi, a Cernobbio, sul lago di Como, ha immortalato la rinnovata armonia fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, è stato ritenuto da tutti un “serrate i ranghi” in vista delle elezioni amministrative di ottobre. Ma anche in vista di possibili elezioni anticipate a febbraio, nel caso in cui dovesse essere eletto Mario Draghi alla presidenza della Repubblica.

Infatti, se ciò accadesse, nel centrodestra si è sicuri che seguirebbe lo scioglimento delle Camere e il voto anticipato. Ma è proprio così? Sarà davvero possibile votare un anno prima della scadenza? Continua

Alle ultime elezioni politiche del 2018 il Centrodestra prese il 37 per cento dei voti. Fu la coalizione più votata, ma non ebbe la possibilità di provare a fare un governo.

Da allora i consensi del Centrodestra sono schizzati in alto e, ormai da tre anni, sono stabilmente vicini al 50 per cento che significa la (molto probabile) conquista della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

Anche l’ultimo sondaggio, uscito ieri su “Repubblica”, lo conferma, assegnando ai tre partiti di Centrodestra un consenso complessivo del 48,1 per cento, mentre il Pd è dato al 19,3 per cento e il M5S al 16,6. Due risultati che, sommati, raggiungono solo il 35,9 per cento, di gran lunga sotto lo schieramento di Centrodestra che sembra, attualmente, inarrivabile. Continua

Da settimane sui giornali si discute della (vera o presunta) rivalità fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni per il primato nel Centrodestra. Ma siamo poi sicuri che si tratti di un scontro reale e che il Centrodestra sia penalizzato da questa naturale competizione fra i due giovani leader?

Anzitutto il fattore umano, anche in politica, conta e nel caso in questione non c’è nessuna ostilità preconcetta o incompatibilità caratteriale fra Giorgia e Matteo. Anzi, pur essendo l’una romana e l’altro milanese (sembrano una perfetta sintesi dell’Italia), condividono una stessa provenienza sociale: quell’appartenenza all’Italia profonda che rende popolari i due giovani leader fra la gente comune, mentre li fa detestare dai salotti che storcono il naso e li trattano con disprezzo. Continua