Trent’anni fa, in questi giorni, crollava il comunismo dell’Est europeo. E – guardando alla storia successiva del nostro Paese – ci si chiede come sia stato possibile che, da allora, i (post) comunisti abbiano preso il potere in Italia.

Infatti, in questi trent’anni, a fare il bello e il cattivo tempo e tuttora a comandare è proprio quella Sinistra politica e intellettuale sulla cui testa crollò il Muro di Berlino.

Come e perché è potuto accadere? Oggi è un dato di fatto a cui siamo così assuefatti che neanche ci facciamo più domande. Ma se ci si riflette ciò che è avvenuto appare surreale. Dal “socialismo reale” al  (post)socialismo surreale. Continua

D’improvviso l’Italia radical-chic e post-comunista dell’estate 2019 si risvegliò filo democristiana.Tutti pazzi per la vecchia Dc. Tutti deliziati e incantati davanti alle foto di Alcide De Gasperi in vacanza in Valsugana eAldo Moro in giacca e cravatta sulla spiaggia di Terracina.

Che stile, che senso delle istituzioni, che sobrietà, che dignità, che “gravitas”. Elogi sperticati. Sono passati da “non vogliamo morire democristiani” a “che statisti quei democristiani”.

La “miracolosa” conversione è dovuta – come al solito – a Matteo Salvini, o meglio alle immagini di Salvini al mare a torso nudo.

Poco importa se da decenni tutti i politici vanno sulla spiaggia in costume come lui: ieri lo ha mostrato la galleria fotografica di “Libero” e perfino “Il Fatto quotidiano” ha ripubblicato foto di politici progressisti in costume (da Napolitano a Rutelli a Fassino) irridendo il “Corriere della sera” per il quale “Salvini è il primo politico a torso nudo al mare”. Continua

Mentre divampa la polemica sul fascismo in assenza di fascismo (e i media si occupano da giorni del minuscolo gruppetto di Casapound), scoppia nel Pd una questione enorme sul comunismo sovietico e ad innescarla è lo stesso segretario Zingaretti.  

Il suo libro “Piazza grande” provoca infatti uno “scazzo grande” fra lui e Claudio Petruccioli , che non è uno qualunque, ma è un pezzo da novanta della storia del Pci e dei suoi derivati.

A seminare zizzania è stata Maria Teresa Meli che, sulle pagine romane del “Corriere della sera” , ha recensito il libro di Zingaretti citando, a un certo punto, questa sua frase: Se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra”. La Meli commenta: “Un’osservazione, questa, che sicuramente non risulterà gradita ai renziani”.

Petruccioli riporta il virgolettato attribuito a Zingaretti e verga un tweet sarcastico e durissimo:“Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, Zingaretti riporta l’orologio al 1945. Anche questo è un modo per convincersi di avere un futuro”.

Un giudizio pesantissimo. Trattandosi di questioni scottanti che riguardano un partito come il Pd, è singolare che la polemica sia stata ignorata dai media.  

Peraltro, andando a leggere il contesto di quella frase, si scopre che Zingaretti dice anche un’altra cosa esplosiva che – di per sé – basterebbe a seppellire l’esperienza dell’Ulivo e del PD.

Ma prima vediamo il passaggio sull’Urss: “Fino al 1989” scrive Zingaretti “la presenza di grandi potenze, internamente fradice e dittatoriali, ma alternative al capitalismo, aveva costituito un oggettivo deterrente a costruire un mondo unidimensionale e senza difese rispetto alle forme più estreme di sfruttamento. Spero che ora nessuno mi attribuisca in malafede nostalgie filosovietiche se rilevo che probabilmente nel dopoguerra, non ci fosse stata l’Unione Sovietica, ciò che è avvenuto in Grecia con la strage di tutti i comunisti sarebbe avvenuto in tutta Europa. Non sarebbero state possibili le lotte dei partiti di sinistra e democratici né il compromesso sociale che oggi in Europa è un esempio per tutto il mondo civilizzato”.

Zingaretti aveva messo le mani avanti sull’Urss con una “excusatio non petita” , ma la polemica è scoppiata lo stesso. Ovviamente il segretario del Pd non ha “nostalgie filosovietiche”, ma il suo argomento è molto discutibile e dimostra – se non altro – che il Pci e i suoi eredi non hanno mai veramente fatto i conti con il comunismo

Come fu osservato negli anni Novanta, hanno sbrigativamente cambiato il cappotto senza cambiare le mutande. E lo hanno fatto perché il muro di Berlino non rovinasse sulla loro testa.

Infatti Achille Occhetto ancora nel marzo 1989 , otto mesi prima della caduta del Muro, durante il Congresso del Pci, a Craxi , che gli chiedeva di cancellare il nome “comunista” , rispose a muso duro (fra grandi applausi): “Non si comprende perché dovremmo cambiar nome. Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato”

Appena otto mesi dopo – con il crollo del muro di Berlino – Occhetto si precipitò alla Bolognina ad annunciare il cambio del “nome glorioso”  che d’improvviso era diventato imbarazzante.

Fu un’operazione gattopardesca perché non fu mai accompagnata da una vera e dolorosa riflessione autocritica sul comunismo. 

Cionondimeno, dopo la vicenda Mani pulite che spazzò via i grandi partiti democratici, i comunisti, che avevano cambiato nome, paradossalmente arrivarono al potere : grazie al “passaggio” che fu dato loro dalla sinistra dc, con la leadership di Romano Prodi.

I post-comunisti, per far dimenticare di essere stati comunisti fino al giorno prima, aderirono alla nuova ideologia dominante, quella mercatista che – fra l’altro – aveva partorito il Trattato di Maastricht, la UE e l’euro.

L’emblematico bilancio di quel periodo sta in un intervento di Massimo D’Alema a “Porta a porta”  nel quale, qualche anno fa, dichiarò: “durante i governi di centrosinistra si sono fatte più riforme e privatizzazioni di quante se ne siano fatte dopo… il paradosso italiano è che è stato il centrosinistra a smontare l’Iri, non il centrodestra… Dunque privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma dellepensioni. Noi abbiamo portato la lira nell’euro, noi abbiamo compresso la spesa pubblica”.

Le elencava come delle vittorie, ma era la vittoria del Mercatol’archiviazione dello stato sociale . L’imperante globalizzazione in tutta Europa usò, per questa svolta mercatista (e antipopolare) , propriole forze di sinistra che avrebbero dovuto difendere le classi popolari.

Nel libro di Zingaretti si trova la conferma. Egli infatti 

osserva che con “la dissoluzione del blocco dei paesi comunisti… ci siamo accontentati di levarci di dosso quel nome, ‘comunismo’ , che il socialismo reale aveva gettato nel fango”.

Ma emerse “l’insufficienza delle forze progressiste rimaste sul campo come contrappeso all’aggressività dell’ordoliberismo che già covava lungo tutti gli anni ottanta con Reagan e la Thatcher. Rintraccio qui la radice di una nostra progressiva subalternità” . 

Cioè hanno subito “un’egemonia culturale e pratica del campo avversario”, quello ordoliberista, “fino a mutuare luoghi comuni, tabù, atteggiamenti e linguaggi che ci hanno allontanato dalla sensibilità popolare”.  

Così la sinistra ha tradito e quindi perso il popolo che oggi, infatti, vota altrove . Zingaretti conclude: “È ora di rimediare”. 

Solo che per “rimediare” Zingaretti dovrebbe rinnegare tutte le scelte strategiche di Ulivo e Pd, a cominciare da Maastricht e dall’euro : 25 anni di errori. Dovrebbe riconoscere l’ennesimo fallimento storico. Un altro crollo del muro di Berlino. O di Bettino.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 10 maggio 2019 

Proprio in questi mesi l’inferno compie cento anni. Ma è un centenario che non troverete ricordato quasi da nessuna parte, infatti parlare del Gulag sovietico è tuttora scomodo e imbarazzantein un Paese come il nostro, in cui il comunismo è stato così pervasivo, un paese le cui élite affondano le loro radici generazionali perlopiù in un passato comunista mai criticamente elaborato e mai sostanzialmente condannato

Eppure è quello il grande abisso che ha inghiottito il Novecento e che – specialmente in Asia – perdura anche nel XXI secolo. Il Gulag comunista resta la grande rimozione collettiva

Anche il recente documentario “Women of the gulag”, che pure è stato candidato all’Oscar nella categoria Best Documentary, non ha ricevuto quasi nessuna attenzione (è una struggente testimonianza di sei donne russe che vissero quell’orrore).

Perché questo silenzio imbarazzato sul centenario del Gulag?Un motivo può essere questo: perché cento anni ci riportano al 1918-1919, cioè un’epoca in cui non era Stalin a dominare, ma erano Lenin e Trockij.

Il fatto che proprio a loro vada ascritta l’invenzione del Gulag e del Terrore, come i sistemi di dominio del regime comunista, spazza via completamente l’idea – affermatasi in questi anni sui media – che il Gulag sia una perversa creazione di Stalin e che tutte le colpe ricadano su di lui.

Questa mistificazione passa anzitutto dal linguaggio. Basta fare attenzione e ci si accorgerà facilmente che sui media, nelle rare occasioni in cui si parla dei crimini del comunismo, si tenderà sempre ad evitare la parola “comunismo” e si userà invece la parola “stalinismo”.

Dando così ad intendere che se vi furono orrori (e oggi non è più possibile contestarli) essi furono dovuti alla perversa degenerazione di un uomo, di un tiranno, Stalin, non al comunismo in quanto tale che – a sentire il coro dei salotti illuminati – sarebbe comunque un nobile ideale, un’utopia buona, purtroppo tradita o non realizzata.

No. Ripercorrere l’instaurazione del comunismo in Russia significa, fin dall’inizio, imbattersi nel sistema del Terrore generalizzato

E’ connaturato al comunismo stesso. Infatti si è poi replicato nello stesso modo totalitario e stragistaa tutte le latitudini, dovunque sia stato impiantato(dalla Cina a Cuba, dalla Cambogia alla Polonia, dal Vietnam all’Ungheria, dalla Corea del Nord alla Germania Est, dall’Albania al Tibet).

Il Terrore ha forse la sua radice nella natura gnosticadel comunismo che disprezza la vita (altrui)e pensa di poter rovesciare la natura umanain qualsiasi modo: “Dell’uomo si può fare quel che si vuole”, diceva Lenin. 

E’ stato il più gigantesco tentativo planetario di costruire il Paradiso in terra senza Dio e in odio a Dio (Lenin soleva “sputare sul crocefisso e calpestarlo”). Per instaurarlo occorreva il Gulag.

Certo, omicidi e stragi iniziarono subito, con la rivoluzione d’ottobre, ma, ancor prima di consolidare il potere bolscevico, uno “spietato terrore di massa”viene “istituzionalizzato”, diventa un “terrore rivoluzionario eretto a istituzione di Stato”.

Attraverso il lager, il campo di concentramento. “Spetta a Trockij l’onore di aver utilizzato per primo questo termine. In un suo ordine del 4 giugno 1918” (Nekric-Geller).

In agosto anche Lenin usò quella stessa espressione in un telegramma ai commissari di Pensa, per reprimere una rivolta anti bolscevica, ordinando di “applicare spietatamente il terrore su vasta scala contro i kulaki (i contadini), i preti e i bianchi”rinchiudendo “tutti i sospetti… in un campo di concentramento fuori dalla città”.

Quindi lo stesso Lenin, nel Memorandum del 3 settembre 1918, proclama essere “necessario preparare in segretezza e con urgenza il terrore”

Due giorni dopo i “campi di concentramento” sono citati – scrive Anne Applebaum – “nel primo decreto in assoluto sul terrore rosso, in cui si ordinava non solo di arrestare e incarcerare‘eminenti rappresentanti della borghesia, latifondisti, industriali, commercianti, preti controrivoluzionari, ufficiali antisovietici’, ma anche di isolarli in ‘campi di concentramento’. Anche se non esistono dati certi alla fine del 1919 in Russia c’erano 21 campi registrati, mentre un anno dopo erano 107, cinque volte di più”.

Nella primavera del 1919 “furono pubblicati i primi decreti ufficiali sui campi speciali”.Iniziava così il vero terrore di massa, nasceva quel Gulag che inghiottirà la vita di decine di milioni di persone

Non era necessario neanche un motivo per essere arrestati. Negli anni di Stalin il tiranno decideva un certo numero di vittimee lo si doveva raggiungere. Per questo si poteva incappare nell’arresto senza ragione o per futilissimi motivi, sparendo nel nulla siberiano senza alcun regolare processo.

Questo sistema di “sacrifici umani”serviva sia per paralizzare nel terroretutto un popolo perché qualunque rapporto (anche tra familiari), poteva essere pericoloso. Sia per avere una grande massa di lavoro schiavisticoa disposizione con l’obiettivo dell’industrializzazione dell’Unione Sovietica.

Qua in Italia il più grande partito comunista d’occidente, per anni, ha indicato nell’Urss la patria del Socialismo e il paradiso dei lavoratori, alimentando per decenni il suo incrollabile mito.

Poi, una volta venuto alla luce il fallimento del sistema e l’orrore che aveva prodotto, con milioni e milioni di vittime, grazie alle opere di giganti come Aleksandr SolzenicynVarlam Salamov, si è evitato di fare i conti con la dolorosa verità.  

Anzitutto (come ho detto) si è cercato di scaricare tutto sulla personalità di Stalin. Poi si è preteso di imputare il Terrore al cosiddetto dispotismo asiatico, come se il comunismo fosse paragonabile all’autoritarismo zarista.

Questo è smentitonon solo dall’inferno provocato dal comunismo a tutte le latitudini, ma anche dalla realtà della Russia prerivoluzionaria.

Scrive Paolo Sensininell’introduzione al “Terrore rosso” di Sergej Mel’gunov: “un’altra favola tenacemente radicata in Occidente è quella che descrive l’epoca zarista come un ‘mondo avvolto nelle tenebre’, in cui regnavano padroni incontrastati l’‘oscurantismo’ e l’‘assolutismo’ più totali. Nulla di più falso. La realtà è invece che nella Russia prerivoluzionaria la società civile esisteva e stava strutturandosi anche grazie a una libertà di stampache si estendeva ogni giorno di più”.

Nel 1912 Lenin fa uscire “La Pravda”, “vi erano i sindacati, i partiti politici e il parlamento, la Duma”. L’incremento della produzione industriale era straordinario. E il 4 aprile 1917, il giorno dopo il suo rientro in patria (prima di prendere il potere), Lenindichiarava: “La Russia è oggi il paese più libero del mondo”.

Scrive Solzenicyn

“Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti-quarant’anni, avessero risposto che entro quarant’anni ci sarebbe stata in Russia un’istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell’ano una bacchetta metallica arroventata, schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale e, come forma più blanda, suppliziato per settimane con l’insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio”.

Perché – aggiunge Solzenicyn – “nessun russo normale dell’inizio del secolo… avrebbe potuto credere” che questo orrore sarebbe stato il futuro.

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Antonio Socci

(Nella foto: Aleksandr Solzenicyn)

Da “Libero”, 3 febbraio 2019

Proprio mentre Nicola Zingaretti lanciava la sua candidatura alla segreteria del Pd (il simbolo della sua “Piazza grande” è una freccia, che però si dirige verso destra: l’ennesima gaffe?) gli è arrivata fra capo e collo la dichiarazione di Piero Fassino.

Non si sa come l’abbia presa il governatore del Lazio non potendo neanche mettersi le mani nei capelli per carenza di materia prima tricologica.

L’ex sindaco di Torino ha detto: “Ho parlato con Nicola, gli ho chiesto se stavolta sia determinato ad andare sino in fondo. L’ho visto molto deciso”. Le ultime parole famose. Proprio ieri “Il Fatto quotidiano” titolava: “Minniti aspetta il ritiro di Zingaretti per correre”.

Nell’entourage del governatore si teme che pure questa “profezia” di Fassino si avveri e Zingaretti vada davvero “sino in fondo”. Proprio in fondo… Sono ormai memorabili infatti gli altri vaticini fassiniani. Hanno fatto storia proprio perché si sono avverati tutti. Al contrario.

Anni fa a Grillo, che voleva prendere la tessera del Pd per partecipare alle primarie, disse con tono di sfida: “se Grillo vuol far politica, fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende. Perché non lo fa?” Continua

Raymond Aron giudicò Aleksandr Solzenicyn “l’homme du siècle”. E l’autore di “Arcipelago Gulag” continua ad essere ben presente perché fortemente ispirata a lui è la Russia di Putin.

Quest’anno siamo nel decennale della sua morte (il 3 agosto) e nel centenario della nascita (l’11 dicembre) e in Russia e all’estero si annunciano tanti convegni sul gigante del Novecento che ha smascherato gli orrori e la menzogna del comunismo (come pure la menzogna dell’Occidente).

Il suo “vivere senza menzogna” è il messaggio che resta e che esalta la grandezza della coscienza personale contro i mostri del potere. Ma l’Italia sarà il paese che meno lo ricorderà, perché – dominato per decenni dall’egemonia comunista –si è distinto, fin dagli anni Settanta, per freddezza e ostilità verso Solzenicyn.

Pierluigi Battista, in un suo saggio, ricordava che “mentre in Francia la pubblicazione di ‘Arcipelago Gulag’ di Aleksandr Solzenicyn aveva squassato la cultura di sinistra innescando un drammatico ripensamento tra gli intellettuali che avevano intensamente creduto nel ‘dio che è fallito’, in Italia, nel 1974, gli intellettuali accoglievano quel libro con freddezza, magari accompagnando la gelida accoglienza con la divulgazione (com’è accaduto) della leggenda nera di un Solzenicyn nientemeno che al soldo del dittatore Pinochet, oppure semplicemente ignorandolo.

A nome del Pci il compagno Giorgio Napolitano, quando l’Urss decise di espellere Solzenicyn mandandolo in esilio, vergò un plumbeo polpettone dove si leggeva fra l’altro: Continua

Concordo con Vittorio Feltri: la Sinistra è morta. Quella che oggi si definisce “Sinistra” abita ai Parioli e bolla come populisti i poveri delle periferie che un tempo furono la base sociale del Pci.

Per capire quando e perché si è prodotta la sostituzione (o il tradimento) bisogna risalire agli anni Settanta e rileggere due intellettuali eretici: Pier Paolo Pasolini e Augusto del Noce.

Nei giorni scorsi Davide Rondoni, su “Avvenire”, riportava queste parole che attribuiva a Pier Paolo Pasolini, dal discorso (letto dopo la sua morte) per il Congresso del Partito Radicale del 1975: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo e i suoi chierici saranno chierici di sinistra”. Continua

Ma come, fanno tutti finta di niente? Cento anni dopo la rivoluzione russa ormai russa pure la sinistra. E quell’Italia “dell’Est” che ci credette e che per anni ha frantumato i cocomeri di tutti col verbo marxista, facendone l’unico pensiero ammesso, non ha nulla da dichiarare.

Dicono che la rivoluzione d’ottobre va lasciata agli storici. Pur continuando anche oggi a pontificare su tutto e a ritenersi la parte migliore del Paese, la Sinistra “illuminata” sul proprio passato ha spento la luce.

Ma quando si farà una riflessione su questi cento anni da incubo che il comunismo ha regalato al mondo? Siamo stati sommersi nell’orrore come nessun’altra epoca storica e dobbiamo far finta di essere stati su “Scherzi a parte”?

Non dico di rifare la contabilità dei morti come il “Libro nero del comunismo” che finì all’indice pur avendone calcolati “solo” 85 milioni.

Ma almeno ci spieghino come sia stato possibile che tanti pensosi intellettuali si siano fatti paladini del comunismo. Oltretutto senza attenuanti perché già negli anni Trenta era evidente che il regime sovietico era un incubo infernale e dovunque il comunismo replicava l’orrore.

Com’è che generazioni di giovani borghesi, ben scolarizzati e ben pasciuti, si misero a inneggiare a Mao, Stalin, Castro, Che Guevara, ai regimi di Pol Pot e Ho Chi Min? Continua

“Il più grande pensatore marxista del secondo ‘900”. Così, dedicandogli un’intera pagina, “L’Unità”, il 13 luglio del 2008, commemorava Galvano Della Volpe nel quarantennale della morte.

La casa editrice di area Pci, Editori Riuniti, aveva pubblicato tutta la sua opera nel 1972, in un’elegante edizione in sei volumi. Secondo “L’Unità” egli fu addirittura “il maestro invisibile del Sessantotto”. Peraltro morì proprio in quell’anno fatale.

Oggi – dopo quasi 50 anni – si scopre qualcosa, di quei suoi ultimi giorni, che sorprenderà tutti: se non è una conversione le somiglia assai.

Ad alzare il velo su questo mistero intimo del grande pensatore marxista è la sua stessa nipote, suor Monica Della Volpe, con una toccante testimonianza appena pubblicata sul numero 679 di “Studi Cattolici”, il bel mensile diretto da Cesare Cavalleri.

Suor Monica, oggi Madre Badessa di un monastero trappista (di rigorosa clausura), con tenera ironia traccia una piccola storia familiare per incorniciare il suo prezioso incontro con lo zio filosofo. Continua

Oggi si celebrano i 60 anni dei Trattati di Roma con cui, nel 1957, sei paesi del vecchio continente istituirono la Comunità Economica Europea e l’Euratom.

Quella scelta storica in Italia fu tutt’altro che pacifica e unanime. Ci fu un grande oppositore nel Parlamento e nel Paese: il Pci.

Nel dibattito parlamentare sulla ratifica dei Trattati, il partito di Togliatti fece esporre le ragioni del proprio voto contrario dall’on. Giuseppe Berti, autorevole dirigente del partito (era fra l’altro il genero di Giuseppe Di Vittorio). Continua