Per giorni i quotidiani hanno strologato sulla presunta “conversione europeista” troppo improvvisata della Lega ritenendo Salvini un destabilizzatore nella nuova maggioranza.

Noi invece su queste colonne scrivemmo che era vero il contrario e ad esplodere sarebbero stati piuttosto M5S e Pd. Infatti è quello che sta accadendo (e la deflagrazione è appena agli inizi)

La Lega anche nei sondaggi va bene, è compatta e ora sui giornali si cominciano a leggere articoli come quello del politologo Pietro Ignazi che ieri, sulla prima pagina di “Domani” (titolo: “La relazione speciale del governo con la Lega”), ha messo in fila una serie di fatti dai quali desume che “il baricentro” del governo “si è inclinato verso destra”.

Lui, come politologo, pare molto inclinato verso sinistra e più che commentare sembra rosicare, specie quando elenca i “tasselli di un rapporto privilegiato con i leghisti”.

Ma, concludendo, Ignazi descrive la realtà che oggi è sotto gli occhi di tutti: “Di fronte a Pd e a Cinque stelle ancora tramortiti per il naufragio del governo Conte e in preda a convulsioni interne, berlusconiani e leghisti si muovono con il passo dei vincitori. La politica ha già ripreso il suo posto. E ha i colori verde e azzurro”. Continua

Alcuni giornali cercano in vari modi di provocare la Lega e di rappresentarla ora come la “mina vagante” ora come l’anello debole della nuova maggioranza di governo.

Ma è vero l’esatto contrario per chi ha seguito il dibattito parlamentare e osserva l’implosione chiassosa del M5S (con espulsioni e scissione) e quella (meno chiassosa) del Pd di Zingaretti, specialmente con l’uscita di scena di Conte.

E’ evidente infatti l’enorme trauma che il governo Draghi rappresenta per i giallorossi. Così come è evidente la serenità (politica) di Matteo Salvini (a cui si somma quella di Renzi e quella di Berlusconi). Il motivo è semplice.

Il trauma di Pd e M5S non deriva solo dalla perdita del potere reale che avevano in duopolio nel governo Conte bis (e già questo non sarebbe poca cosa). C’è di più. Continua

Certe notizie passano quasi inosservate, ma sono le più rivelatrici. Mi ha colpito una cosa accaduta, nella disattenzione generale, durante le consultazioni di Mario Draghi per formare il nuovo governo.

Così venerdì sera, ascoltando la lista dei ministri, l’ho sintetizzata in questo tweet: “Da padre che vive il (vero e proprio) dramma della disabilità, ringrazio Matteo Salvini perché è stato l’unico che ha portato sul tavolo del premier incaricato la sofferenza di milioni di persone dimenticate da tutti e inascoltate: un ministero per i disabili è una grande cosa”.

Il leader della Lega ha spiegato, in un’intervista a Mentana, che negli incontri con Draghi – oltre all’ovvio e primario obiettivo di spazzar via il flagello Covid – ha portato alla sua attenzione la necessità di “un ministero per le disabilità, perché in Italia ci sono sei milioni di disabili troppo spesso inascoltati, ed (il ministero) è stato creato”.

Salvini ha segnalato anche la necessità di un ministero “ad hoc” per il turismo, “che è il settore che ha sofferto di più in questo anno di crisi e che rappresenta il 13 per cento del Pil”. Continua

Nel disperato annaspare di questi giorni, Nicola Zingaretti – dopo essere stato “smacchiato” pure da “Repubblica” e da Concita De Gregorio – ieri è andato nel programma di Lucia Annunziata e (senza capire che la guerra è finita) ha riproposto la demonizzazione della Lega attribuendole “il progetto politico per cui il nuovo era un attacco alle democrazie occidentali e la morte dell’Europa”.

Cosa che, detta da chi viene dal Pci e guida il partito erede del Pci, da chi ha iniziato la sua segreteria con una clamorosa gaffe sul ruolo positivo che ebbe l’Urss, è quantomeno sorprendente.

Peraltro il suo vice Andrea Orlando, ancora nel 2019, andava – a nome del Pd – a rendere omaggio alla tomba di Togliatti nell’anniversario della morte, quel Togliatti che, con il suo Pci, non fu proprio un paladino delle “democrazie occidentali”, né un sostenitore della Comunità europea (vedi il libro di Luca Cangemi, “Altri confini. Il Pci contro l’europeismo”). Continua

Ieri Ilario Lombardo, sulla “Stampa”, ha ricostruito i retroscena di un possibile governo guidato da Mario Draghi. Parla di telefonate all’ex Governatore della Bce dal Quirinale e da politici come Matteo Renzi e cita due novità: una disponibilità di Draghi e una disponibilità della Lega ad un appoggio esterno, perché questa sarebbe la condizione che il banchiere avrebbe posto per avere una maggioranza abbastanza solida.

Se questo scenario è vero (e lo si deve anche al filo di comunicazione tenuto in questi mesi da Giancarlo Giorgetti per la Lega), bisogna riconoscere che Draghi dà prova di realismo e di intelligenza politica: tiene infatti presente che la Lega è il partito di maggioranza relativa (alle europee ha preso il 34% dei voti) e non si governa senza il consenso del Paese, dove Matteo Salvini è un leader politico dal larghissimo seguito.

Inoltre la Lega è connessa in modo speciale a quel Nord produttivo che è la locomotiva economica del Paese e anche questo è decisivo per chi deve ricostruire un’Italia devastata.

Un tale approccio – già di per sé – rappresenterebbe un salto di qualità nella politica italiana che finora è stata dilaniata dagli odi ideologici delle tifoserie, fomentati soprattutto dal settarismo della Sinistra. Inizierebbe una stagione nuova in cui si mettono al primo posto gli interessi della nazione, non quelli della fazione. Continua

Premetto: stimo molto sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni. Sono leader politici generosi e appassionati. Due giovani leader che vogliono bene all’Italia e che hanno dimostrato di essere fra coloro che non cercano poltrone, ma desiderano far risorgere questo nostro Paese.

Tuttavia mi chiedo se adesso hanno imboccato la strada giusta. Si ha il dovere di dire la verità anche quando può dispiacere: io devo confessare che non capisco come stanno affrontando la crisi di governo. Parlo da semplice cittadino, da italiano, da padre di famiglia: sono molto preoccupato.

In questo momento continuare a dire solo “al voto, al voto” è politicamente suicida ed è un disastro per questo nostro disgraziato Paese. Serve solo a restare del tutto ai margini, lasciando gli altri indisturbati a fare i loro giochi: in concreto è un gran regalo a Giuseppe Conte, al Pd e al M5S, ed è un venir meno alle proprie responsabilità. Continua

Sono in corso grandi manovre degli “addetti ai livori” per cercare di imbrigliare Salvini e la Lega. La Sinistra ha sempre la pretesa di dare patenti agli altri e definire – lei – come devono essere i suoi avversari e cosa devono dire (in pratica vuole il loro suicidio politico, solo così li promuove).

A supportare l’operazione c’è tutto un partito mediatico che incita la Lega a dire le stesse cose che dice il Pd se vuole vincere, dimenticando che il Pd ha perso le elezioni – ed è al minimo storico – mentre la Lega è diventata – e resta – il partito di maggioranza relativa nel paese, capeggiando la coalizione maggioritaria.

Tutt’altra cosa – rispetto a questi tentativi – è la seria discussione interna alla Lega che ha come protagonisti lo stesso Salvini, Giorgetti, Bagnai, Borghi e altri.

È iniziata con una riflessione di Giorgetti – responsabile Esteri – sulla necessità di non autoemarginarsi nel Parlamento europeo e di dialogare con i grandi raggruppamenti: la Lega è il secondo partito più forte del Parlamento di Strasburgo con 28 seggi, dopo la Cdu tedesca che ne ha 29 e aderisce al Ppe (il Pd è solo ottavo con 19 seggi e aderisce al Pse). Continua

Dopo la pubblicazione di questo articolo su Libero ho scoperto che perfino nell’account twitter dei “Deputati Pd” è stato fatto lo stesso attacco a Matteo Salvini. Ecco il tweet dei Deputati Pd: “Nessuno scrupolo, nessuna correzione. Per Salvini piazza Matteotti non esiste, la chiama ancora con la terminologia del Ventennio. Quell’ideologia fascista che uccise Matteotti. Un insulto a Napoli, alla sua storia. Combatteremo ogni rigurgito guidati dai valori dell’antifascismo”. Come si può vedere nel tweet sono state fatte tre frecce proprio sulla scritta “Piazza Matteotti”… Sopra i “Deputati Pd” scrivono “Per Salvini Piazza Matteotti non esiste”. Evidentemente il pregiudizio somiglia a due grosse fette di prosciutto sugli occhi…  Ma che politica è quella che arriva a questi livelli grotteschi? Che politica è quella che ha una tale ossessione dell’avversario, quella che vive di pregiudizio, demonizzazione, odio ideologico?

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Fare gli antifascisti di professione nel 2020, in assenza di regime fascista, non è facile. E’ un duro lavoro che richiede impegno diuturno e spesso una fervida fantasia. Infatti bisogna anche saper vedere quello che non c’è e magari avere una propensione al sospetto che finisce nel romanzesco (o nella barzelletta).

Un esempio di questo tipo di “vigilanza antifascista” ce lo fornisce il collega Sandro Ruotolo, una colonna storica delle trasmissioni di Michele Santoro. Sebbene sia da poco diventato senatore della repubblica, Ruotolo continua la sua missione salvifica e in questi giorni ha fatto un clamoroso scoop antifascista, riuscendo a individuare un pericolosissimo “micro segnale per fascisti” nascosto diabolicamente in un manifesto della Lega che pubblicizza un comizio del segretario Salvini a Napoli. Continua

In un drammatico documento di Benedetto XVI si legge: A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi (…) perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.

Il dibattito politico, la lettura dei giornali, i social confermano ogni giorno che ci sono persone contro cui ormai è tranquillamente ammesso esprimere disprezzo e odio, anzi è addirittura doveroso.

Guardiamo il trattamento riservato a Matteo Salvini e Giorgia Meloni (che non scandalizza nessuno) o, oltreconfine, a Donald Trump, sommerso da un odio e disprezzo mai visti, tanto più sorprendenti se paragonati all’atteggiamento di riguardo che si riserva a certi tiranni, come il cinese Xi Jinping. Continua

L’Italia è sull’orlo di un baratro economico e sociale eppure tutto sembra paralizzato. Nel teatrino di palazzo della corte di Luigi XVI va in scena la sfilata delle chiacchiere romane.

Il Paese è ostaggio di un governo che non ha idee, né coraggio, né preparazione, né capacità di decisione, né autorevolezza internazionale (basti vedere come è fuori da tutti i tavoli decisivi, dalla Libia ai patti franco-tedeschi in Europa).

Un importante esponente Pd come Graziano Delrio a novembre diceva “non si può vivacchiare”. A febbraio aggiungeva: “se il governo vivacchia è meglio tornare al voto”. E a maggio: “il governo non ha visione” e si rischia la “rottura del rapporto di fiducia tra Paese e istituzioni”.

Ma questo esecutivo non può che vivacchiare perché è nato da due partiti che si erano sempre combattuti e detestati, due partiti che non hanno nulla in comune se non la sola brama di restare al potere e di impedire all’odiato Salvini e al centrodestra, maggioranza nel Paese, di andare al governo. Continua