Mentre si avvicinano le elezioni per il Parlamento europeo sembra che si realizzi sempre di più la sarcastica previsione di Indro Montanelli “quando si farà l’Europa unita i francesi ci entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei”

Ecco, fresco fresco, un esempio di queste ore. Al conduttore di “France 2” che ha definito Leonardo da Vinci “un genio francese” ha risposto Carlo Cottarelli, l’economista sempre in procinto di andare a Palazzo Chigi per un governo tecnico. E non ha risposto rivendicando l’italianità di Leonardo, come sarebbe parso ovvio. No.

Ecco qua il suo stupefacente tweet: “La televisione francese dice che Leonardo era un genio francese. Che ignoranza! Leonardo era un genio europeo” .Europeo e non italiano?  Sembra quasi che l’Italia non esista o sia disdicevole dire “italiano” 

Eppure di Voltaire o di Pascal, a Parigi, non sentirete dire che sono europei, ma che sono francesi. E casomai dopo – solo dopo – che sono europei, termine che però risulta storicamente assurdo per il loro tempo se lo si vuole leggere come “euristi” ovvero tifosi di Maastricht, dell’euro e della Commissione Europea di Juncker.

Europei – per capirci – sono anche Dostoevskij e Tolstoj e anche Vladimir Putin lo è . Ma l’essere europei non c’entra nulla con l’essere “euristi”, sostenitori dell’attuale Unione Europea, nata nel 1992, che, com’è noto, non coincide neanche geograficamente con l’Europa.         

Il buon senso indurrebbe a dire che proprio perché Leonardo era italiano, e a quel tempo l’Italia aveva la leadership culturale del continente, si può dire anche europeo (cosa diversa dall’essere per questa UE). Ma il buon senso, come diceva il Manzoni, se ne sta nascosto. 

Del resto il Pd ha addirittura scritto nel suo simbolo elettorale “Siamo europei”. Non scrivono “Siamo italiani”, ma “europei”. 

Perfettamente coerente con un memorabile tweet del Partito Democratico del 27 giugno 2016 che fu contestatissimo dai sovranisti: “Nostre battaglie in Ue non erano per l’interesse dell’Italia, ma perché ritenevamo fossero interesse dell’Europa”

Del resto il 3 agosto 2017il TgLa7, in un altro tweet, riferiva le parole che Matteo Renzi pronunciò, con apprezzabile sincerità: “Ue: abbiamo sbagliato a non difendere i nostri interessi nazionali”

Il fatto è che da qualche anno si sente ripetere – da certi pensatori – che addirittura non esisterebbe un’identità italiana. Se però si nega questa diventa poi impossibile rivendicare una “identità europea” che non è mai esistita se non nel Medioevo quando si chiamava “cristianità” ed aveva come base la comune fede cattolica e la lingua latina.

Proprio per tale memoria storica il presidente Mattarella , nella recente visita in Francia, ha correttamente dichiarato a proposito di Notre Dame : “è un vero archivio di memoria . Tutti i principali avvenimenti di Francia , dal 1200 in poi, sono passati da qui”, inoltre “in questa cattedrale”, ha aggiunto, “si specchia tanta parte della storia e della civiltà d’Europa”.

E’ esattamente quell’Europa cristiana le cui radici e fondamenta sono state rinnegate dall’Unione Europea nata nel 1992 a Maastricht , come ha spiegato Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul “Corriere della sera” intitolato “Le radici riscoperte (tardi)”.

Cosicché appare evidente che la UE non coincide affatto con l’Europa, né geograficamente, né storicamente, né culturalmente, né spiritualmente

La UE non è l’Europa . E’ una costruzione tecnocratica nata sull’onda della globalizzazione e da essa poi travolta e ridotta in frantumi.

Così diventa ancora più surreale oggi – che la UE è in crisi profonda – cercare consensi politici per essa attingendo proprio a quell’(altra) Europa che la UE ha rinnegato e che non c’entra nulla con la burocrazia di Bruxelles.

Ieri sul “Corriere” Roberto Sommella  – che non risulta essere un letterato – è andato a scomodare addirittura Dante e Leopardi per un loroimprobabile endorsement a favore della UE , sempre (erroneamente) confusa con l’Europa.

E’ perfino imbarazzante dover ribattere a simili assurdità . Dante – che politicamente non ha mai parlato di Europa, ma di “Monarchia” universale, come riedizione dell’impero romano, incentrata sul primato di Roma – è precisamente colui che fonda il canone della lingua italiana e lo fa preferendo il nostro volgare al latino che era la lingua “europea” di allora.

Rivendica la nobiltà del nostro volgare  a perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano” (CvI, XI, 1). 

Con lo stesso orgoglio “identitario” e “sovranista”  – e col dolore verso l’amata Italia mal ridotta dalle sue classi dirigenti – Dante verga i memorabili versi del canto VI del Purgatorio: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
/ nave senza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!”. 

Egli canta “l’umile Italia”  che vedeva già sbocciare – con Virgilio – ai primordi di Roma  ed è proprio da questo alto canto dantesco che – attraverso Petrarca, Machiavelli e Leopardi – l’identità nazionale italiana arriverà a ispirare l’unità politica-statuale  (sia pure realizzata pessimamente dai Savoia  come conquista militare, anziché come federazione dei regni italiani).

Per questo Giuseppe Antonio Borgese arrivò a scrivere: “L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. (…)Non è un’esagerazionedire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”.

Leopardi poi fu letteralmente il poeta del nostro Risorgimento. Basti ricordare la canzone “All’Italia” che si lancia – come Petrarca e Machiavelli – contro quelle potenze straniere (europee) e i loro eserciti i quali da secoli devastavano il Bel Paese, invitando gli italiani a ritrovare la grandezza antica e a combattere uniti per l’indipendenza e la libertà della Patria.

È una delle canzoni civili che più entusiasmò i patrioti italiani nel XIX secolo. Pietro Giordaniscrisse all’amico Giacomo: “La tua canzone gira per questa città come fuoco elettrico: tutti la vogliono, tutti ne sono invasati”. 

A chi pretende di arruolare Leopardi nel coro pro UE, ricordo infine questa pagina del suo Zibaldone“La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande”

Parole da rileggere: “senza amor nazionale non si dà virtù grande” . Verrebbe dunque da dire: lasciate in pace l’Italia e l’Europa . Due grandi, antiche e nobili realtà. 

Tutt’altra cosa è la misera Unione Europea (nata nel 1992 a Maastricht) che è stata nefasta per l’Italia e per l’Europa  e che merita solo di essere archiviata. Per sempre.

.

Antonio Socci

.

Da “Libero”, 5 maggio 2019

A Claudio Magris sono state necessarie ben due pagine del “Corriere della sera” per intimare a quelli di Casapound di lasciar stare il poeta Ezra Pound, perché – sì – aveva orribili idee politiche, ma, afferma il critico triestino, come poeta valeva molto di più. Una colossale e insperata pubblicità per quella formazione politica di destra.

Non entro in questa diatriba. Ma lo strano binomio poesia e politica è molto stimolante e si presta perfino a incursioni ironiche. Sarebbe divertente cercare nella poesia qualche sentenza sull’attualità politica.

Forse si potrebbero applicare al PD o a Forza Italia, per esempio, i più famosi versi di Eugenio Montale: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe (…)/ Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Tuttavia il tema è serio. Ha ragione Magris quando spiega che “non è bene chiedere ai poeti indicazioni politiche”. Perché spesso dicono sciocchezze. E ha ragione pure quando osserva che le “affermazioni ideologiche” dei poeti “sono spesso in contrasto con un loro forte e generoso sentimento della vita e dell’uomo”.

E’ lunga la lista di poeti e intellettuali del Novecento che hanno aderito a partiti e regimi totalitari eppure poetando diventavano altri uomini e spalancavano gli orizzonti infiniti della condizione umana. Perciò è giusto distinguere.

Tuttavia una cosa sono le ideologie, altra cosa sono gli ideali. Una cosa sono le “indicazioni politiche”, altra cosa è l’anima di un popolo, la sua identità nel mondo, cosa che – della politica – dovrebbe essere sempre la bussola spirituale più nobile. Continua

La condizione iniziale del protagonista della Commedia stupisce. È così moderna, così immediata per noi: l’angoscia, lo smarrimento, la solitudine, il sentirsi “gettati” nel mondo, il buio, la paura, la disperazione, il fallimento, il sentirsi braccati.

Ma sorprende ancor di più quella che Dante indica come la sua personale via di salvezza da questa disperazione, da questo fallimento, individuale e collettivo: un volto di ragazza. Beatrice. Il suo primo, grande amore giovanile.

Com’è possibile che un semplice incontro fra adolescenti sul Lungarno di Firenze, uno sguardo furtivo, uno struggersi del cuore, sia così importante e significativo? Continua

E’ ufficiale. Dante ebbe quattro figli: insieme a Pietro, Iacopo e Antonia vi fu Giovanni. Di lui si parlava da un secolo, da quando cioè saltò fuori il suo nome in un documento del 1308, ma gli studiosi erano incerti. Si ipotizzò pure che si trattasse di un figlio illegittimo. Adesso invece si scopre che il poeta ebbe davvero, dalla moglie Gemma, un quarto figlio, di nome Giovanni.

La scoperta è stata acclarata grazie a un nuovo documento del 1314 scoperto nel 1972 da Renato Piattoli all’Archivio di Stato di Firenze e solo oggi pubblicato nel nuovo “Codice Diplomatico Dantesco” (Salerno) curato da Teresa De Robertis, Giuliano Milani, Laura Regnicoli e Stefano Zamponi.

Il documento mostra Giovanni Alighieri, il 20 maggio 1314, presso un notaio fiorentino, nell’atto di stipulare un contratto relativo alle terre di proprietà del padre a Pagnole (Pontassieve). Dunque Giovanni si prendeva cura degli affari di famiglia, cosa assai delicata visto che Dante era stato colpito da condanna ed era stato messo al bando.

UNA DANZA IN PARADISO

L’arrivo di Giovanni fra i figli dell’Alighieri ha indotto a rileggere con una certa curiosità il Canto XXV del Paradiso, perché i tre apostoli che lì danzano e cantano intorno a Beatrice e a Dante sono Pietro, Giacomo e Giovanni.

Laura Regnicoli, una delle curatrici del “Codice Diplomatico”, in una intervista nota che i tre apostoli hanno proprio gli stessi nomi dei tre figli (Pietro, Iacopo e Giovanni): “come i santi del ‘girotondo’ del canto, una bella suggestione”. Continua

In altri tempi a celebrare solennemente in Senato, alla presenza del Capo dello Stato, il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, sarebbero state chiamate personalità del calibro di Francesco De Sanctis o Benedetto Croce.

Ma ogni epoca ha i vati che merita. Così, pare per volontà del presidente Grasso, il Senato nei giorni scorsi ha fatto tenere la suddetta prolusione al comico di Vergaio, Roberto Benigni. E’ lui il nuovo vate della nazione? Continua