Nei giorni scorsi – con il Paese colpito da alluvioni, frane e inondazioni – qualche arguto buontempone ha esposto in un’osteria un cartello con questa vecchia battuta:
“i danni che ha fatto l’acqua, il vino non li ha mai fatti”.Non sarà vera (lo ammetto subito, per i puritani), ma è ben trovata. E’ una comprensibile difesa di un tesoro – scusate il gioco di parole – di vino.Del resto quello che i salutisti e i moralisti non vogliono capire (anche quando scrivono le leggi) è che
il vino non è un “superalcolico”, non è un vizio da esorcizzare, limitare o magari proibire, non è un equivalente popolare della droga.
Il vino è civiltà. E imparare a degustarlo per capirne le delizie (anziché a tracannarlo per stordirsi) fa parte della sua raffinata cultura.Se lo comprendessimo sarebbe facile riconoscere – ad esempio – che
la “notizia” culturale del momento in Italia è il vino novello della recente vendemmia. Come la prima della Scala, ma molto più importante. Solo a una mentalità urbanocentrica – com’è quella dei media – sfugge un simile
evento popolare dell’Italia profonda.Ci sono altre verità da portare alla luce, in una eventuale difesa apologetica del vino. Per esempio questa:
il vino non è una bevanda. La Coca Cola è una bevanda, il vino no.
Il vino – dicevo – è civiltà, come il diritto romano, come la nostra letteratura e la nostra musica. Come la poesia stilnovista, come Caravaggio e come Vivaldi.E’ civiltà anche il maiale, certo, infatti – e non a caso – è stato accostato alla musica di Verdi nella celebre – e sagacissima – battuta parmigiana secondo cui “il Rigoletto è
c’me ‘l gozen (come il maiale): non si butta via niente”.Ma il vino è molto di più. Il vino che era di casa nella Roma, oggi fatta di ruderi, che visitiamo ai Fori imperiali o al Palatino e al Colosseo ed è di casa nella nostre cattedrali, come nelle feste paesane dei bellissimi borghi italiani.Ieri – in rete – dappertutto si citava la poesia
“San Martino” del
Carducci: “Ma per le vie del borgo/ Dal ribollir dei tini/ Va l’aspro odor dei vini/ L’anime a rallegrar”.Dunque è da secoli che
il vino è un grande evento culturale del popolo. Ma non solo perché è celebrato in tante sagre italiane di questi giorni, perché è cantato nelle poesie che da bambini ci hanno fatto affacciare alla
letteratura o in quelle – penso a Baudelaire – che, da grandicelli, ci hanno sedotto.Per non dire della cultura latina che è intrisa tutta di vino, da Ovidio a Lucrezio, da Catullo e Orazio a Plinio e Petronio (memorabili le parole di
Orazio: “Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo”).