Le scene di guerriglia urbana di questi giorni devono aprire gli occhi a tutti. Di fronte agli attacchi alla polizia e alla disperazione di tanti onesti cittadini che a Parigi come a Milano e in altre città hanno visto distrutte in pochi minuti le loro attività e perduti i loro beni, emerge la contrapposizione di oggi: fra chi lavora e chi depreda. Fra chi costruisce e chi distrugge. Fra chi difende la propria casa, il proprio lavoro, il proprio Paese e chi odia.
Due partiti opposti. Come nei secoli scorsi quando eserciti invasori o bande di predoni arrivavano a devastare e saccheggiare campagne e città.
Viene in mente una pagina di Charles Péguy: “non occorre che un accendino per bruciare una fattoria. Occorrono, sono occorsi degli anni per costruirla. Ci vogliono mesi e mesi, c’è voluto lavoro e ancora lavoro per far crescere una messe. E non ci vuole che un accendino per dar fuoco a una messe… Noi siamo il partito di quelli che costruiscono. Loro sono il partito di quelli che demoliscono. Noi siamo il partito dell’aratro. Loro sono il partito della sciabola”.
Nel corso degli anni abbiamo già visto la guerriglia urbana degli estremisti di sinistra che, con la loro ideologia dell’odio, periodicamente hanno messo a ferro e fuoco le città. Ora si aggiungono nuovi teppisti: “ci sono i ‘maranza’, seconda e terza generazione” scrive il Corriere della sera “i ragazzi delle collanine e dei telefonini rubati nelle notti della movida… Sono italiani, dell’Est e nordafricani”.
Domenica Giuseppe Culicchia, in un commento che La Stampa ha pubblicato a pagina 25, ha scritto: “ci si è riempiti la bocca di inclusione e integrazione, ma la realtà presenta il conto… I ragazzi incappucciati che hanno devastato anche una scuola elementare appartengono, stando alle indagini, a quelle seconde generazioni che ispirate proprio da quanto sta accadendo a Parigi così hanno deciso di sfogare la loro rabbia. Una rabbia figlia dell’odio che provano per noi: inutile girarci attorno”.
L’odio verso i Paesi europei che li hanno accolti e hanno dato loro tutto quello che nei loro paesi di origine non avevano. Il punto di saldatura fra le sinistre e l’immigrazione islamica si è avuto con le manifestazioni per Gaza. E non a caso, in Francia come in Italia, i manifestanti di oggi sventolano bandiere palestinesi (dimenticando il 7 ottobre).
Gaza è diventata un simbolo ideologico. La sinistra che, nel corso del Novecento, aveva acclamato l’Urss di Stalin, la Cina di Mao, la Cuba di Fidel Castro, il Vietnam, venendo travolta dagli orrori del comunismo, ha pensato di rifarsi una verginità inventandosi il mito di Gaza.
La bandiera di Gaza per gli immigrati islamici è stata la conferma del loro vittimismo e dell’idea che l’Occidente è il male (però vengono a vivere qui). Il cemento comune è il rancore contro l’Occidente che si vede incarnato da Stati Uniti e Israele come simboli del male. A cui cercano di associare tutti i loro nemici.
La sinistra da anni ha visto negli immigrati un suo nuovo bacino elettorale in sostituzione della classe operaia (da qui la sua politica pro immigrazione), ma potrebbe essere un disegno illusorio perché le comunità islamiche, una volta cresciute di numero, voteranno i propri partiti (come sta accadendo dovunque) e le seconde generazioni non sono governabili come dimostrano le piazze dove, insieme agli antagonisti, e come loro, fanno ciò che vogliono. Con frange di nichilismo giovanile di casa nostra.
Intanto però la sinistra, cioè l’insieme dei partiti del Campo largo, ormai indistinguibili, sta diventando sempre più estremista: a loro Giorgia Meloni ha chiesto di condannare senza ambiguità ogni violenza.
Ma, secondo osservatori non avversi alla sinistra, essa dovrebbe andare ben oltre. Ieri lo psicoanalista Massimo Recalcati, su Repubblica, si è chiesto: “da dove viene la violenza fuori legge che esplode ogni volta che si tengono legittimi raduni di piazza?”. La sua risposta: “io credo che vi sia una profonda responsabilità delle vecchie generazioni e dei loro maestri”.
Recalcati – pur sapendo di “scrivere qualcosa che per il mondo della sinistra non risulta politicamente corretto” – ha voluto dire la verità che vede: “per fare un solo esempio, io credo che continuare a confondere il governo di centro-destra – legittimamente eletto dal popolo italiano – con un governo fascista o neofascista facendo di conseguenza appello alla mobilitazione antifascista contro il ritorno dello spettro fascista sia un modo per alimentare la violenza e per spostare il conflitto politico sui binari tremendamente pericolosi di uno scontro frontale senza mediazioni possibili… È quello che Pasolini definiva come il fascismo degli antifascisti”.
Di sicuro Recalcati verrà duramente criticato. Ma il problema esiste. Era stato sollevato anche per gli inviti alla “rivolta sociale” di Maurizio Landini, leader della Cgil.
Landini poi ha precisato che questa sua espressione non è un invito alla violenza, ma alla mobilitazione democratica di massa contro le politiche del governo. Però dal centrodestra obiettano che quelle non sono espressioni accettabili da parte di un’organizzazione come la Cgil.
In questo clima cosa accadrà nell’ormai prossima campagna elettorale?
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Antonio Socci
Da “Libero”, 20 ottobre 2026






