ECCO PERCHE’ UN PAPA PUO’ ESSERE ELETTO SU ISPIRAZIONE DELLO SPIRITO SANTO E UN ALTRO SU PRESSIONE DEI POTERI MONDANI (A PROPOSITO DI UNA FRASE DI SAN VINCENZO)

Ci sono zelanti scribi e turiferari di vario peso che da sei anni si trovano ad applaudire papa Bergoglio anche se, ogni giorno, ne dice di tutti i colori VEDI QUI LE ULTIME:  https://www.lifesitenews.com/news/papal-theologian-never-saw-final-draft-of-human-fraternity-doc-contrary-to-#When:23:49:00Z

E’ una vitaccia la loro, perché devono magnificare continuamente le splendide “vesti”, cioè le gesta, di un sovrano che è palesemente inadeguato (per questo personalmente sento di dover pregare tanto per lui).

E’ un papa sprovvisto di una seria preparazione teologica, troppo desideroso di compiacere i potenti padroni del mondo, clamorosamente privo delle basi culturali minimeoltreché di prudenza, di misericordia evangelicae di “sensus Ecclesiae”.

Costoro lo sanno bene perché da tempo ci sono liberi intelletti che – con dolore – segnalano le cose più stravaganti e inaudite. Ma gli zelanti scribi non cercano di correre ai ripari, diradando i loro elogi al sovrano o invitandolo alla prudenza. No. 

Si avventano su coloro che hanno il torto di amare la verità e di dirla. Così qualche zelante scriba non ha trovato di meglio che mettere sotto il microscopio me, che pure non sono nessuno, per una mia citazione di san Vincenzoche costoro credono (erroneamente) falsa. 

Vedremo dopo di cosa si tratta. Prima devo esprimere la mia divertita sorpresa. Abbiamo infatti un papa che, proprio in fatto di citazioni, manifesta una disinvoltura sconcertante e una fantasia straordinaria, un caso unico nella storia del papato, eppure a questi scribi non interessano le strane citazioni papali. A loro interessa una mia citazione.

Non è curioso? Eppure papa Bergoglio è immensamente più importante di mee le sue citazioni (come vedremo) hanno conseguenze pesanti sulla vita della Chiesa.

Faccio un esempio. Nel mio libro “Non è Francesco”riportavo proprio – fra tante altre cose – il singolare caso di una sua citazioneche (questa sì) sembrerebbe davvero inventata. Ecco cosa scrivevo:

C’è una citazione prediletta da papa Bergoglio. La ripropone di continuo. La prima volta da Papa citò questa frase subito dopo l’elezione, durante il discorso ai cardinali nella sala clementina: 
“Egli, il Paraclito, è il supremo protagonista di ogni iniziativa e manifestazione di fede. … Io ricordo quel Padre della Chiesa che lo definiva così: «Ipse harmonia est». Il Paraclito che dà a ciascuno di noi carismi diversi, ci unisce in questa comunità di Chiesa”. 
Dopo di allora ha citato quel «Padre della Chiesa» e la frase «Ipse harmonia est», riferita allo Spirito Santo, una miriade di volte. Per esempio il 19 maggio 2013 (omelia di Pentecoste, nella messa con i movimenti ecclesiali) o il 4 ottobre 2013, ad Assisi, nella cattedrale di San Rufino, parlando ai religiosi. Ma già la citava da cardinale, come si vede nell’intervista rilasciata a «30 Giorni» nel 2007.
C’è solo un problema: che non esiste un Padre della Chiesa che abbia detto quella frase.Pure in Vaticano, dove sistemano tutti i discorsi papali per la pubblicazione sugli «Acta Apostolicae Sedis», non l’hanno trovato e quindi la frase compare senza attribuzione
Tuttavia, nessuno glielo dice, quindi Bergoglio continua a citare quel – non meglio identificato – «Padre della Chiesa». 
Avrei taciuto volentieri anch’io se alla fine quella citazione improbabile, durante l’incontro di Caserta del 28 luglio 2014 con il pastore pentecostale Giovanni Traettino, non fosse diventata la base «teologica» della nuova visione ecumenicache Bergoglio vuole dare alla Chiesa. 
Infatti ha detto: «La Chiesa è una nella diversità. E, per usare una parola bella di un evangelico che io amo tanto, una “diversità riconciliata” dallo Spirito Santo. [Perché] Lui fa entrambe le cose: fa la diversità dei carismi e poi fa l’armonia dei carismi. Per questo i primi teologi della Chiesa, i primi padri – parlo del secolo III o IV – dicevano: “Lo Spirito Santo, Lui è l’armonia”, perché Lui fa questa unità armonica nella diversità».
Considerato che nessun Padre della Chiesa ha mai pronunciato quella frase, sembra un po’ debole una teologia ecumenica fondata su di essa che – addirittura – spazza via la Dominus Iesus, la quale ha dietro di sé tutta la solidità della teologia cattolica. 

Ho scritto queste cose nel libro del 2014. Evidentemente la citazione fantasma – ripetuta di continuo – creava un certo imbarazzo in Vaticano. Così, nel 2017 (ci sono voluti tre anni), hanno cercato (maldestramente) di metterci una toppa e un articolo dell’Osservatore romano attribuisce quella “citazione” a Basilio di Cesarea.

Solo che il passo che citano di san Basilio non contiene affatto questa espressione. Eccolo qua: 

«Se dunque lodano Dio tutti i suoi angeli, se lo lodano tutte le sue potenze, questo avviene per il concorso dello Spirito. Se accanto a lui stanno migliaia di migliaia di angeli e infinite miriadi di ministri è nella potenza dello Spirito che essi compiono irreprensibilmente il loro ufficio. Tutta quell’armonia sovraceleste e indicibile (pàsan oun ten hyperourànion ekèinen kài àrreton harmonìan) nel servizio di Dio e nel mutuo accordo delle potenze sovracosmiche non potrebbe conservarsi senza che le presiedesse lo Spirito».

L’Osservatore romano, con evidente imbarazzo, commenta: “L’aforisma latino ‘ipse harmonia est’ non può e non vuole essere, proprio in quanto tale, una traduzione letterale del passo in questione”.

In effetti quella frase “citata” da Bergoglio non c’è proprionon c’è per nulla, né come traduzione letterale, né, in senso lato, come sintesi concettuale. 

Perché Basilio (che peraltro scrive in greco e non in latino) parlava del canto di lode a Dio degli angeli nei Cieli, mentre Bergoglio parla, confusamente, di carismi nella Chiesa oltretutto alludendo alle confessioni protestanti (come se i cori angelici e i seguaci di Lutero fossero la stessa cosa e come se fosse stato lo Spirito Santo a suscitare lo scisma protestante…).

Ognuno può trarre le sue conclusioni. Ma gli scribi bergogliani dovrebbero rispondere al quesito: è una citazione vera o inventata?

Non solo. Anche facendo il taglia e cuci a una citazione si può far dire a un autore l’opposto di quello che lui effettivamente afferma.

Prendiamo proprio san Vincenzo di Lérins(di cui parleremo dopo): Papa Bergoglio più volte cita il celebre passo sullo sviluppo del dogma del “Commonitorium”, ma non lo cita per intero, fa un taglia e cucida cui – guarda caso – restano escluse proprio le frasi che contraddicono la sua idea.

Per esempio, nel discorso al Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione cita questo passo affermando:

“D’altronde, come già ricordava san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà mai nessun progresso della religione? Ci sarà certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?» (Commonitorium, 23.1: PL 50)”. (…)
Questa legge del progresso secondo la felice formula di san Vincenzo da Lérins: «annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate» (Commonitorium, 23.9: PL 50), appartiene alla peculiare condizione della verità rivelata nel suo essere trasmessa dalla Chiesa, e non significa affatto un cambiamento di dottrina”.

Anche nell’intervista a padre Antonio Spadaro per “Civiltà Cattolica”, Bergoglio cita una frase tratta da quel passo di san Vincenzo di Lérins:

“Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età”.

Poi Bergoglio prosegue:

“San Vincenzo di Lérins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del ‘depositum fidei’, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce”.

Adesso leggiamo quel brano integrale del “Commonitorium” segnalando in neretto le parti omesse da Bergoglio:

Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo?Vi sarà certamente e anche molto grande.
Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire?
Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento.Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno.Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.
È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa.
Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto.
La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi.
Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima.

E’ evidente che il taglia e cuci bergoglianoal “Commonitorium” fa dire a san Vincenzo di Lérins una cosa molto diversa da quanto lui davvero afferma. Anzi, più che diversa, gli fa dire una cosa antitetica.

Egualmente sconcertantisono altre citazioni bergogliane contenute addirittura nei suoi documenti ufficiali. Penso ad esempio a un testo come l’Amoris laetitia che ha un impatto devastante nella pastorale della Chiesa.

In quel testo le citazioni vengono disinvoltamente “trattate” e usate proprio per giustificare la nuova dottrina bergogliana in materia di unioni.

E’ il caso della citazione di un paragrafo della Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II, dove si omette il seguito (nello stesso paragrafo), perché contradice la tesi che si vuol sostenere, e che poi rifluisce nella più sconcertantenota 329in cui Bergoglio cita poche parole della “Gaudium et spes” (n. 51)per applicare in modo fuorviante,a coppie divorziate o risposate civilmente, quello che il documento del Concilio applica alle sole coppie validamente sposate. Facendo dire così alla “Gaudium et spes” un’enormità che è totalmente opposta al suo vero contenuto.

Sandro Magister così ha sintetizzato la disinvolta operazione bergogliana:

In effetti nella nota 329 della “Amoris lætitia” papa Francesco rivolge ai divorziati risposati che hanno scelto di convivere non più da adulteri ma “come fratello e sorella”, e quindi con la possibilità di fare la comunione, un esplicito rimprovero: quello di recare un possibile danno alla nuova famiglia, poiché – parole letterali – “se mancano alcune espressioni di intimità, ‘non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli'”. Questo con tanto di citazione – in realtà ritagliata da tutt’altro contesto – della costituzione conciliare “Gaudium et spes”. E, peggio, col sottinteso che fanno meglio gli altri a condurre una piena vita da coniugi anche in seconde nozze civili, magari facendo anche la comunione”.

Un altro caso clamoroso è la citazione a sproposito di san Tommaso d’Aquino (cap. 304) per fargli dire l’opposto di quello che il grande teologo insegnava. Come è stato scritto, è un modo di “valorizzare l’adulterio citando (male) san Tommaso” VEDI QUI:

http://www.lanuovabq.it/it/valorizzare-ladulterio-citando-male-san-tommaso

Tutto questo sembra davvero sconcertante, ma non interessa i nostri studiosi clericali che si applicano con accanimento a me.  

Eppure una mia citazione non cambia nulla, mentre le tante citazione disinvolte di Bergoglio cambiano la dottrina e l’insegnamento della Chiesa.

Comunque è a me che costoro rivolgono le loro attenzioni critiche. E – dopo tanto studio – è arrivato finalmente il “formidabile” colpo: insinuano che io abbia inventato una citazione.

Ora, mi corre l’obbligo di ringraziare sinceramentequesti zelanti scribi clericali, sia per l’importanza che mi attribuiscono (decisamente esagerata); sia per l’ingrato lavoro che si sono accollati.

Infatti in questi sei anni (oltre a qualche centinaio di articoli) ho scritto tre libridedicati al “caso Bergoglio/Benedetto XVI”, cioè: “Non è Francesco”(Mondadori), “La profezia finale” (Rizzoli) e “Il segreto di Benedetto XVI” (Rizzoli).

Se consideriamo pure il capitolo che ho dedicato a Bergoglio in “Traditi, sottomessi, invasi”, siamo quasi a 800 pagine complessive(senza contare qualche centinaio di miei articoli).

In circa 800 pagine che ho pubblicato, dense di tantissime citazioni, con riferimenti bibliografici e note, pensavo sinceramente di poter incorrere in diversi errori e imprecisioni, cosa più che normale e scontata.

Invece i miei zelanti scribi non sono riusciti a trovare nient’altro che un banale errore di nome, cioè una citazione di san Vincenzo Pallotti che io ho erroneamente attribuito a un altro san Vincenzo (cioè san Vincenzo di Lérins).

Mi dispiace che abbiano faticato così tanto, per trovare così poco. Sicuramente se si applicano di più potranno trovare altri miei errori e li ringrazierò se me li segnaleranno, come già li ringrazio per questa segnalazione.

In ogni caso aver attribuito a san Vincenzo di Lérins una frase di san Vincenzo Pallotti non mi sembra una cosa da perderci il sonno. 

E’ vero, loro l’hanno sbandieratacome se avessero scoperto chissà quale misfatto e addirittura hanno titolato “Una citazione inventata da Antonio Socci?”. Avevano l’aria di chi finalmente ha preso in castagna  questo giornalista che critica papa Bergoglio.

Ma era il loro stesso articolo a smentire l’insinuazione malevola contenuta nel titolo, infatti il loro articolo riportava una fonte autorevole della citazione del Pallotti che è l’introduzione al volume, curato da Giovanni Cittadini, “Pio IX, Lettere” (vol. I, Laurenziana, Roma), pubblicato nel 1990

Se cercano meglio potranno trovare pure altre fonti. A me basta prendere atto che questi affannati scribi si contraddicono da soli, smentendo nel loro stesso articolo ciò che insinuano nel titolo

La citazione originale di san Vincenzo Pallottiè questa: “Alcuni papi Iddio li vuole, alcuni li permette, altri li tollera”. Quella che mi era stata riportata e trasmessa diceva: “Alcuni papi Iddio li dona, altri li tollera, altri li infligge”.

Come si vede c’è una difformità lessicale sul verbo “infliggere”, ma non c’è una sostanziale differenza concettuale, anzi: mi sembra molto migliore e più corretta la versione di Cittadini, perché fa capire che Dio non ha nessuna parte (nemmeno come intento punitivo) nell’elezione dei cattivi papi (non ce li “infligge” Lui, ma gli uomini che li eleggono)

Dunque adotto volentieri la prima versione che mi è più utileper far capire il cuore del problema. Ringrazio i miei critici per la segnalazione, perché così rafforzano il concetto che volevo esprimere.

Oltretutto aver riportato la seconda versione in miei scritti del 2011 esclude del tutto che sia stata modificata deliberatamente quella parola di san Vincenzo Pallotti contro l’attuale pontificato, perché nel 2011 Bergoglio stava a Buenos Aires e regnava Benedetto XVI. 

Del resto – ripeto – se nel 2014, riprendendo quella stessa citazione del 2011, avessi avuto quell’intenzione “antibergogliana” sarebbe stato per me più efficace e utilecitare la prima versione.

In ogni caso si tratta di in una citazione che veniva fatta discorsivamente(infatti non aveva un rimando bibliografico  in nota), per esprimere un concetto che dovrebbe essere noto a tutti i cattolici.

L’importante, al di là delle diverse sfumature linguistiche, è proprio il concetto espresso da quel santo, che è lo stesso in entrambe le versioni. Ma i miei zelanti inquisitori si guardano bene dall’andare alla sostanza ed evitano di riflettere su quella frase di san Vincenzo.

Si fermano a criticare il dito, perché serve ad attaccare polemicamente il proprietario del dito, ma – per un animo che ha a cuore la Chiesa – è molto più importante guardare la luna che quel dito indica.

Quella espressa nella frase di san Vincenzo è una concezione perfettamente cattolica che dovrebbe mettere in guardia dal rischio, oggi devastante, della papolatria.  

Infatti lo stesso identico concettoè stato espresso dall’allora cardinale Ratzinger, in una dichiarazione riportata da “Avvenire”, nel 1997.

Il mio critico – tal Marcotullio – definisce “famigerata dichiarazione” quella del futuro Benedetto XVI. Io invece seguo questo grande teologo e papa che tuttora è fra noi il grande maestro della fede. 

Dunque Ratzinger, con la sua nota chiarezza, alla domanda se è lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione di ogni papa, dette testualmente questa risposta:

Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto.

In effetti la storia della Chiesa offre molti esempi di papi indegni (anche senza ricordare i papi che Dante mette all’Inferno). Così Ratzinger conferma proprio quanto affermato da san Vincenzo.

Si possono usare parole diverse, si può argomentare con uno stile diverso, ma resta la stessa concezione cattolica dei papi.

Per questo la Chiesa, durante i Conclavi, chiede ai fedeli di pregare affinché i cardinali eleggano il candidato che è nel cuore di Dio: proprio perché è possibile che eleggano qualcuno che non è adeguato al pontificato o che sarebbe pernicioso e magari è spinto da lobby e poteri di questo mondo.

In questo ultimo caso, lo Spirito Santo – diceva il card. Ratzinger – garantisce solo che costui non possa distruggere del tutto la Chiesa, anche se può fare danni immensi.

C’è di che riflettere… Facciamolo dunque con serenità e senza paraocchi, cari amici scribi. Riflettiamo con la pace di Cristo nel cuore.

Antonio Socci

ANCHE I RADICAL CHIC SBAGLIANO I CONGIUNTIVI COME I GRILLINI

Ma davvero i (cosiddetti) populisti grillini e le (cosiddette) élite ora si contrappongono sulla “sgrammatica”? 

In effetti gli esponenti del M5S fanno spesso a pugni con la lingua italiana, come dimostra un recente intervento alla Camera della deputata grillina Teresa Manzo.

C’è poi la guerra del congiuntivo. Nei mesi scorsi è stato Luigi Di Maioa scivolare, ripetutamente, sui verbi. Poi Di Battista: “Lei non mi interrompi”, “che le banche scrivino le manovre finanziarie”, “mi facci finire” (che ricordail “batti lei” di Fantozzi).

Così ieri Aldo Grasso, in un corsivo sulla prima pagina del “Corriere della sera”, ha tratto le sue ironiche conclusioni: “Il congiuntivo è solo un modo verbale che appartiene alla cultura radical-chic, un inutile orpello anti-populista? Parrebbe di sì. La sgrammatica (si dice?) produce nuove parole d’ordine contro la perfida élite, insegna a non vergognarsi dell’errore e a prefigurare una vita in brutta copia”.

Ma siamo proprio sicuri che ci sia una contrapposizione così netta sul congiuntivo tra populisti grillini e radical-chic?

In questi giorni, per esempio, è stato il nuovo segretario della Cgil, Maurizio Landini, a “Piazzapulita”, a far notizia sul congiuntivo: “vadi in qualsiasi posto di lavoro, vadi in un centro commerciale, vadi in un ospedale, vadi in un’azienda vadi…” 

Era inevitabile che quel “vadi” ricordasse a tutti “Il secondo tragico Fantozzi”, la scenain cui la contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare deve varare la nave: “Vadi, contessa, vadi…”.

Ma Landini è un populista o un radical-chic? E i grillini non sono poi culturalmente di sinistra come i radical-chic?  

La contrapposizione schematica di Grasso non torna più. Del resto la cronaca non è avara di congiuntivi sbagliati pure da esponenti eccelsi dell’élite. La rete non perdona e conserva le tracce. 

Qualcuno, implacabile, segnala per esempio il congiuntivo sbagliato da Massimo Cacciarie poi – a ruota – da Massimo Francoin una puntata di “Otto e mezzo”.

C’è cascato anche il premier Conte, che pure è docente universitario e appartiene all’élite (“si arricchischino”, “non so perché i giornali scrivino”).

E ci sono cascati i più veementi polemisti anti populisti, come Giuliano Ferrarache pure accusa i grillini di attentato al congiuntivo (“a Roma è in stato patologico un intero progetto antipolitico fondato sul pressapochismo, la demagogia, l’inettitudine, l’obliquità, l’uso sbagliato del congiuntivo“).

Come segnalò tempo fa Filippo Facci, una volta, sul “Foglio”, proprio Ferrara è riuscito a scrivere in poche righe: “Penso che quella è stata ed è una guerra giusta”, “Penso che è una benedizione” e un “Penso che la guerra americana non ha decretato il terrorismo”. 

Anche usare il congiuntivo per contrapporre l’Italia colta che ha studiato (radical-chic) all’Italia plebea che non ha studiato (populista) è del tutto sbagliato.

Come ricordava Oriana Fallaci, che era molto affezionata al congiuntivo, non c’è un solo contadino toscano che sbagli un congiuntivo, pur avendo appena la quinta elementare(confermo per conoscenza diretta).

D’altra parte un libro di qualche tempo fa, “Viva il congiuntivo”, sosteneva che spesso certe espressioni verbali che consideriamo sbagliate potrebbero essere accettabili scelte stilistiche che intendono riprodurre la lingua parlata.

Citavano frasi di tre scrittori moderni (che direi radical-chic) dai loro libri. Antonio Tabucchi: “entrambi facendo finta che non erano affatto rivali”. Sandro Veronesi: “Io dovrei credere che l’unica persona importante nella vita di mio figlio è l’intercettatore delle sue telefonate”. E Alessandro Baricco: “tutto è relativo, questo già lo si sapeva, meglio che guardo per terra, meglio che guardo il tubo”.

Prendete nota: i congiuntivi sbagliati dai radical-chic non sono errori, ma licenze poetiche.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 4 febbraio 2019

ECCO PERCHE’ NESSUNO VUOLE RICORDARE IL CENTENARIO DEL GULAG COMUNISTA

Proprio in questi mesi l’inferno compie cento anni. Ma è un centenario che non troverete ricordato quasi da nessuna parte, infatti parlare del Gulag sovietico è tuttora scomodo e imbarazzantein un Paese come il nostro, in cui il comunismo è stato così pervasivo, un paese le cui élite affondano le loro radici generazionali perlopiù in un passato comunista mai criticamente elaborato e mai sostanzialmente condannato

Eppure è quello il grande abisso che ha inghiottito il Novecento e che – specialmente in Asia – perdura anche nel XXI secolo. Il Gulag comunista resta la grande rimozione collettiva

Anche il recente documentario “Women of the gulag”, che pure è stato candidato all’Oscar nella categoria Best Documentary, non ha ricevuto quasi nessuna attenzione (è una struggente testimonianza di sei donne russe che vissero quell’orrore).

Perché questo silenzio imbarazzato sul centenario del Gulag?Un motivo può essere questo: perché cento anni ci riportano al 1918-1919, cioè un’epoca in cui non era Stalin a dominare, ma erano Lenin e Trockij.

Il fatto che proprio a loro vada ascritta l’invenzione del Gulag e del Terrore, come i sistemi di dominio del regime comunista, spazza via completamente l’idea – affermatasi in questi anni sui media – che il Gulag sia una perversa creazione di Stalin e che tutte le colpe ricadano su di lui.

Questa mistificazione passa anzitutto dal linguaggio. Basta fare attenzione e ci si accorgerà facilmente che sui media, nelle rare occasioni in cui si parla dei crimini del comunismo, si tenderà sempre ad evitare la parola “comunismo” e si userà invece la parola “stalinismo”.

Dando così ad intendere che se vi furono orrori (e oggi non è più possibile contestarli) essi furono dovuti alla perversa degenerazione di un uomo, di un tiranno, Stalin, non al comunismo in quanto tale che – a sentire il coro dei salotti illuminati – sarebbe comunque un nobile ideale, un’utopia buona, purtroppo tradita o non realizzata.

No. Ripercorrere l’instaurazione del comunismo in Russia significa, fin dall’inizio, imbattersi nel sistema del Terrore generalizzato

E’ connaturato al comunismo stesso. Infatti si è poi replicato nello stesso modo totalitario e stragistaa tutte le latitudini, dovunque sia stato impiantato(dalla Cina a Cuba, dalla Cambogia alla Polonia, dal Vietnam all’Ungheria, dalla Corea del Nord alla Germania Est, dall’Albania al Tibet).

Il Terrore ha forse la sua radice nella natura gnosticadel comunismo che disprezza la vita (altrui)e pensa di poter rovesciare la natura umanain qualsiasi modo: “Dell’uomo si può fare quel che si vuole”, diceva Lenin. 

E’ stato il più gigantesco tentativo planetario di costruire il Paradiso in terra senza Dio e in odio a Dio (Lenin soleva “sputare sul crocefisso e calpestarlo”). Per instaurarlo occorreva il Gulag.

Certo, omicidi e stragi iniziarono subito, con la rivoluzione d’ottobre, ma, ancor prima di consolidare il potere bolscevico, uno “spietato terrore di massa”viene “istituzionalizzato”, diventa un “terrore rivoluzionario eretto a istituzione di Stato”.

Attraverso il lager, il campo di concentramento. “Spetta a Trockij l’onore di aver utilizzato per primo questo termine. In un suo ordine del 4 giugno 1918” (Nekric-Geller).

In agosto anche Lenin usò quella stessa espressione in un telegramma ai commissari di Pensa, per reprimere una rivolta anti bolscevica, ordinando di “applicare spietatamente il terrore su vasta scala contro i kulaki (i contadini), i preti e i bianchi”rinchiudendo “tutti i sospetti… in un campo di concentramento fuori dalla città”.

Quindi lo stesso Lenin, nel Memorandum del 3 settembre 1918, proclama essere “necessario preparare in segretezza e con urgenza il terrore”

Due giorni dopo i “campi di concentramento” sono citati – scrive Anne Applebaum – “nel primo decreto in assoluto sul terrore rosso, in cui si ordinava non solo di arrestare e incarcerare‘eminenti rappresentanti della borghesia, latifondisti, industriali, commercianti, preti controrivoluzionari, ufficiali antisovietici’, ma anche di isolarli in ‘campi di concentramento’. Anche se non esistono dati certi alla fine del 1919 in Russia c’erano 21 campi registrati, mentre un anno dopo erano 107, cinque volte di più”.

Nella primavera del 1919 “furono pubblicati i primi decreti ufficiali sui campi speciali”.Iniziava così il vero terrore di massa, nasceva quel Gulag che inghiottirà la vita di decine di milioni di persone

Non era necessario neanche un motivo per essere arrestati. Negli anni di Stalin il tiranno decideva un certo numero di vittimee lo si doveva raggiungere. Per questo si poteva incappare nell’arresto senza ragione o per futilissimi motivi, sparendo nel nulla siberiano senza alcun regolare processo.

Questo sistema di “sacrifici umani”serviva sia per paralizzare nel terroretutto un popolo perché qualunque rapporto (anche tra familiari), poteva essere pericoloso. Sia per avere una grande massa di lavoro schiavisticoa disposizione con l’obiettivo dell’industrializzazione dell’Unione Sovietica.

Qua in Italia il più grande partito comunista d’occidente, per anni, ha indicato nell’Urss la patria del Socialismo e il paradiso dei lavoratori, alimentando per decenni il suo incrollabile mito.

Poi, una volta venuto alla luce il fallimento del sistema e l’orrore che aveva prodotto, con milioni e milioni di vittime, grazie alle opere di giganti come Aleksandr SolzenicynVarlam Salamov, si è evitato di fare i conti con la dolorosa verità.  

Anzitutto (come ho detto) si è cercato di scaricare tutto sulla personalità di Stalin. Poi si è preteso di imputare il Terrore al cosiddetto dispotismo asiatico, come se il comunismo fosse paragonabile all’autoritarismo zarista.

Questo è smentitonon solo dall’inferno provocato dal comunismo a tutte le latitudini, ma anche dalla realtà della Russia prerivoluzionaria.

Scrive Paolo Sensininell’introduzione al “Terrore rosso” di Sergej Mel’gunov: “un’altra favola tenacemente radicata in Occidente è quella che descrive l’epoca zarista come un ‘mondo avvolto nelle tenebre’, in cui regnavano padroni incontrastati l’‘oscurantismo’ e l’‘assolutismo’ più totali. Nulla di più falso. La realtà è invece che nella Russia prerivoluzionaria la società civile esisteva e stava strutturandosi anche grazie a una libertà di stampache si estendeva ogni giorno di più”.

Nel 1912 Lenin fa uscire “La Pravda”, “vi erano i sindacati, i partiti politici e il parlamento, la Duma”. L’incremento della produzione industriale era straordinario. E il 4 aprile 1917, il giorno dopo il suo rientro in patria (prima di prendere il potere), Lenindichiarava: “La Russia è oggi il paese più libero del mondo”.

Scrive Solzenicyn

“Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti-quarant’anni, avessero risposto che entro quarant’anni ci sarebbe stata in Russia un’istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell’ano una bacchetta metallica arroventata, schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale e, come forma più blanda, suppliziato per settimane con l’insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio”.

Perché – aggiunge Solzenicyn – “nessun russo normale dell’inizio del secolo… avrebbe potuto credere” che questo orrore sarebbe stato il futuro.

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Antonio Socci

(Nella foto: Aleksandr Solzenicyn)

Da “Libero”, 3 febbraio 2019

PER ATTACCARE SALVINI USANO PURE VIRGILIO, MA E’ UN CLAMOROSO AUTOGOL

Tutto fa brodo per andare addosso a Matteo Salvini, perfino l’Eneide. Ma sembra che le tante menti erudite e illuminate che in queste ore si stanno rimbalzando su Twitter e Facebook certi versi del poema virgiliano, non si siano rese conto di aver fatto un curioso autogol.

Ecco perché. Un paio di giorni fa mi sono accorto che impazzava su twitter e su facebook questa citazione dell’Eneide: 

In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge./ Ma che razza di uomini è questa?/ Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia;/ che ci dichiara guerra e ci vieta di posare i piedi sul lido./ Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto”.

E’ tratta dal primo libro del poema virgiliano (versi 538-543). Anche Giuliano Ferrara, ormai tornato nel salotto della sinistra da cui proviene, vestiti i panni del Giornalista Collettivo, ha rilanciato un tweet della collega Monica Guerzoni, del “Corriere della sera”, con questa citazione e l’hashtag “migranti”.

Come se Virgilio parlasse della nave Diciotti o della Sea-Watch. Da una rapida ricerca mi sono reso conto che tutto il solito coro progressista del “restiamo umani” da giorni diffonde questa citazione semi colta.

Così, tramite i versi virgiliani, esibiscono la loro raffinatissima cultura (sono tutti grandi classicisti) e redarguiscono duramente il cattivone Salvini mostrando che la voce della civiltà fin dall’antichità lo condanna. 

C’è solo un piccolo problema: non basta far rimbalzare su twitter una citazione dell’Eneide, estrapolata dal contesto; bisognerebbe anche conoscere quel poema. Sarebbe utile.

Se lo si legge infatti si comincia a sospettare che il poema virgiliano (a cominciare da quella citazione) potrebbe portare più acqua al mulino di Salvini che a quello degli autoproclamati umanitari.

I versi citati sono pronunciati dal venerando Ilioneo a nome dei troiani. Intanto va detto che i suddetti troiani sono da considerare profughi– che fuggono dalla nota guerra che ha distrutto la loro città – e come tali, se vogliamo rapportarli al presente, rientrerebbero in quella piccola minoranza di immigrati a cui tutti (Salvini compreso) riconoscono diritto di asilo

In secondo luogo Ilioneo – che sta lamentando la brutta accoglienza ricevuta lì a Cartagine, “in Libia”(per una curiosa coincidenza) – sta parlando alla regina Didonee le chiede di non far bruciare le sette navi troiane perché loro non hanno intenti ostili, sono stati spinti su quella costa dalle tempeste e un’altra è la loro meta, perciò ripartiranno appena hanno riparato le loro imbarcazioni.

Quindi parliamo di pochi profughi che intendono pure restare per poco tempo e poi andarsene. Non parliamo – com’è il caso nostro, oggi – di 600 mila migrantiche sono sbarcati da noi in cinque anni, che sono nostri ospiti, vogliono restare quae hanno dietro altri milioni di personeche intendono raggiungerli. Sono due casi non paragonabili.

Nell’Eneide dunque accade che Didone accoglie a Cartagine questi profughi capeggiati da Enea. Fra i due scoppia l’amore, ma finisce male perché Enea dà una fregatura (peraltro annunciata) alla regina: se ne va, con i suoi, e Didone è tanto disperata che si suicida per essere stata illusa così da colui che aveva accolto e amato. Quindi una storia tragica.

L’approdo vero e definitivo dei troiani è l’Italia. Ma anche in questo caso il parallelocon coloro che arrivano oggi sulle nostre coste come migranti non regge.

Tanto che un professore di lettere, su internet, dopo aver invitato a rispettare almeno Virgilio, commenta:Enea è l’esempio dell’immigrato pericoloso per la cultura e la società italiana. Giunge in Italia, uccide Turno, legittimo re dei Rutuli ed eroe locale e poi si prende la sua promessa sposa, Lavinia”. Quindi fonda una nuova civiltà che spazza via le precedenti

Se usiamo i classici per banali polemiche politiche sull’attualità è facile fare autogol e infatti in questo caso qualcuno potrebbe usare proprio la vicenda di Enea e concludere: “ecco il futuro dell’Italia. Se non chiudiamo le frontiere saremo spazzati viada chi viene da lontano e vuole sostituire la nostra civiltà con un’altra cultura e altri costumi”.

In realtà bisognerebbe rispettare sempre i classici e salvaguardarli dall’uso politico improprio. E’ utile capirne la complessità che è ricca di spunti sorprendenti. 

Fra l’altro, se vogliamo approfondire il “caso Enea”, scopriamo che le cose sono ancora più complesse, infatti per Virgilio i troiani non sono proprio degli stranieri che sbarcano su coste sconosciute, ma sono praticamente degli oriundi.

Infatti il re Latinoli accoglie perché dice di essere a conoscenza che Dardano, capostipite dei Troiani, era nato nella città etrusca di Corito (Tarquinia): “Di qui, dalla sede etrusca di Còrito egli è partito” (VII, 209)

Perciò, in qualche modo, sono tornati alle origini. E Ilioneo conferma: “Sì, qui Dardano è nato:/ qui ci richiama, e insiste con gravi moniti, Apollo,/ al Tevere etrusco, ai sacri stagni del fonte Numìco” (VII, 240-242).

Così infatti era stato detto ai troiani:  “la stessa terra che vi generò per prima dalla stirpe dei padri vi accoglierà reduci nel suo fertile grembo. Ricercate l’antica madre” (III, 93-96).

Tutta l’architettura dell’“Eneide”, che celebra la gloria di Roma, si radica in questo “ritorno” fatale. Perché Roma sboccerà proprio da questa sintesi dei popoli italici. 

L’“Eneide” vuole cantare la grande epopea dei popoli italici che “civilizzano” il mondo, non può essere ridotta a un manifesto migrazionista, per uso propagandistico. 

E’ semmai il poema dell’identità italiana, infatti la parola “Italia” risuona fin dal suo secondo verso: “Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia/ venne in Italia fuggiasco per fato”. E’ il poema dei popoli italici.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 28 gennaio 2019

BERGOGLIO CONTRO I POPOLI

E’ sempre più chiaro che, per i popoli di oriente e di occidente, papa Bergoglio è ormai un grosso problema

Il “caso Venezuela”lo ha reso evidente, come pure l’“alleanza” vaticana col regime comunista cinesee, ancora prima, l’esplosione dell’emergenza emigrazioneche ha destabilizzatol’Italia e l’Europa. 

Tutti e tre questi “temi” vedonoconfliggere frontalmente Bergoglio con i popoli interessati e con la politica della Casa Bianca. Non a caso Trump fu attaccato dal papa argentino già durante la campagna presidenziale.

Il pontificato di Bergoglio è infatti un prodotto dell’epoca Obama/Clinton, di cui porta avanti l’agenda, senza più avere però quella sponda politica (e pure Macron ormai è un’anatra zoppa).

La prima destabilizzazione bergogliana ovviamente si abbatté sulla Chiesa  che aveva rappresentato, fino a Benedetto XVI, l’istituzione più autorevole, più rappresentativa e più antica del mondo. E che ora, con Bergoglio, è precipitata nella crisi più grave della sua storia.

Bergoglio ha radicalmente stravoltoi connotati del papato: non più un messaggio spirituale, ma mondano, niente più soprannaturale, ma sempre politica. All’annuncio di Cristo unico salvatore, si è sostituita un’imitazione dell’Onu politically correct, con un forte timbro di sinistra radicale

E’ la vecchia teologia della liberazione. Non a caso proprio in queste ore è stato “pensionato” il cardinale Cipriani, arcivescovo di Lima e capo della chiesa peruviana, sostituito da don Carlos Castillo, discepolo di Gustavo Gutiérrez, il fondatore della teologia della liberazione.

Il pontefice argentino è amichevole o dialogante con i regimi illiberali (islamici o socialisteggianti o comunisti), mentre è duro con i paesi liberi occidentali (in particolare con il presidente Trump e con Matteo Salvini)

In America latina infatti Bergoglio ha rapporti amichevoli con Cuba, con il Venezuela di Maduroe con il compagno presidente boliviano Evo Morales(quello che gli regalò la scultura del crocifisso con falce e martello).

Nei giorni scorsi c’è stata una clamorosa iniziativa di venti ex capi di Stato dell’America Latinache hanno contestatoa Bergoglio, con una lettera pubblica, il suo solenne messaggio di Natale in cui invitava alla concordia il popolo del Venezuela e anche quello del Nicaragua.

Gli ex capi di Stato hanno obiettato: “In questo modo non si mette affatto l’accento sul fatto che il primo Paese è vittima dell’oppressione di una narco-dittatura militarizzata, che non ha remore a violare sistematicamente i diritti alla vita, alla libertà e all’integrità personale e… lo sottopone a condizioni di carestia diffusa e mancanza di medicine. Il secondo Paese, a metà del 2018, è stato vittima di un’ondata di repressione che ha seminato quasi 300 morti e circa 2.500 feriti”

Le parole di Bergoglio, in quei termini, aggiungono i firmatari, “possono essere interpretate anche in modo negativo per la maggioranza dei venezuelani e nicaraguensi”, perché rischiano di essere sentite come “una richiesta ai popoli oppressi, che sono vittime ad accordarsi con i rispettivi aguzzini”, specialmente nel caso del Venezuela, dove “c’è un governo che ha causato 3 milioni di rifugiati”.  

Ma per i profughi provocati da Maduro, Bergoglio non ha affatto l’interesse ossessivo che invece manifesta sempre per i migranti che vogliono venire in Italia

Anzi, ha fatto clamore il fatto che il Vaticanoabbia voluto mandare un proprio rappresentantealla recente cerimonia di insediamento di Maduroche è stata disertata dalla maggior parte dei paesi europei e sudamericani.

Intanto il popolo venezuelano, in miseria, protesta, i vescovi denunciano i soprusi del regime di Maduro e, proprio in questi giorni, in Venezuela è esplosa la crisi istituzionale, perché il presidente dell’assemblea nazionale Guaidò(con l’appoggio del mondo libero) si è fatto avanti per liberare il paese dal successore di Chavez. Così adesso Bergoglio si trova in palese imbarazzoe, pur trovandosi a due passi (a Panama), non ha finora pronunciato parola.

Va detto che anche la clamorosa intervista papale sulla Cina, che aprì la strada all’accordo col regime comunista, stupì, scriveva Sandro Magisterper le parole con cui il papa assolveva in blocco il passato e il presente della Cina, esortandola ad ‘accettare il proprio cammino per quel che è stato’, come ‘acqua che scorre’ e tutto purifica, anche quei milioni di vittime che il papa s’è guardato dal nominare, neppure velatamente”.

Così fu siglato l’accordo con cui il Vaticano ha sostanzialmente consegnato la Chiesa cinese al regime.

La stessa indifferenza verso i cristiani perseguitatimanifestata dal Segretario di Stato di Bergoglio, card. Parolin, quando, di recente, ha dichiarato che non c’è nessuna attività diplomatica del Vaticano a favore di Asia Bibie della sua famiglia e che la tragedia di quella povera donna cristiana “è una questione interna al Pakistan”.

All’Italia invece Bergoglio ritiene di dover prescrivere perfino la politica migratoria, che sarebbe prerogativa dello Stato laico.

Bergoglio ha giocato un ruolo importantedurante la formidabile ondata migratoriadegli ultimi sei anni. Non solo per i continui, quotidiani interventiad abbattere le frontiere. 

Si è saputo di recente che fece pure un intervento direttosull’allora premier Enrico Letta, dopo la tragedia di Lampedusa. Telefonata dell’ottobre 2013dopo la quale fu varata l’operazione “Mare Nostrum”, che di fatto spalancò le porte agli arrivi. 

Dunque un pontificato pernicioso non solo per la Chiesa, ma per i popoli

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Antonio Socci

(nella foto papa Bergoglio con Nicolas Maduro)

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ANCHE GALILEO “SOVRANISTA” E “POPULISTA”?

Poniamo che uno scienziato decida di scrivere i suoi (importanti e innovativi) saggi scientifici in italianoe non più in inglese, che pur conosce bene. 

E poniamo che faccia questo perché vuole che lo possano leggere e capire anzitutto non gli addetti ai lavori, nel mondo, ma tutti, nella sua terra, anche quei figli del popolo che – dovendo andare a lavorare senza poter studiare – non conoscono l’inglese.

Un caso simile – se si verificasse oggi – probabilmente convoglierebbe sull’interessato l’accusa di provincialismo, di sovranismo e di populismo. Accuse che di questi tempi non si negano a nessuno: basta solo un vago accento che contraddica il pensiero unico globalista e la moda esterofila e cosmopolita.

In effetti è accaduto qualcosa del genere nel passato, nel Seicento. Ma il personaggio in questione è oggi universalmente (e giustamente) ritenuto un grande, un gigante del pensieroche molto ha dato all’umanità. 

Perché si tratta addirittura del fondatore della scienza moderna, colui che tutti considerano un esempio di genialità, di apertura mentale e di opposizione al conformismo pseudoscientifico e pseudofilosofico: Galileo Galilei.

Naturalmente la lingua internazionale del suo tempo (anche per la scienza) non era l’inglese, ma il latinoche tuttavia svolgeva la stessa funzione dell’inglese odierno.

Ebbene Annalisa Andreoni, nel suo splendido libro “Ama l’italiano (segreti e meraviglie della lingua più bella)”, nota che “Galileo Galilei non è solo l’inventore del moderno metodo scientifico che tutti conosciamo, ma è stato anche il primo grande scienziato ad abbandonare il latino e a scegliere l’italiano come lingua con cui comunicare al mondo le proprie scoperte”.  

Certo, scrisse in latino le opere giovanili e anche il “Sidereus Nuncius” del 1610, che però era intenzionato a tradurre in “toscano”, come già aveva scritto nella sua lingua corrente “La bilancetta” nel 1586.

Tuttavia “dopo il rientro a Firenze” sottolinea la Andreoni “Galileo scelse definitivamente la lingua materna per scrivere di scienza: saranno in italiano Il saggiatore (1623), il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) e l’ultima grande opera, i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica e i movimenti locali (1638)”.

Fu una scelta clamorosa e del tutto analoga a quella compiuta da un altro grande toscano, Dante Alighieri, quando decise di scrivere il suo poema sacro in volgare toscano anziché in latino che era la lingua della teologia (questa sua scelta infatti fece scalpore e destò scandalo).

Naturalmente Galilei provvide a far fare una traduzione in latino delle sue opere in italiano, per gli scienziati stranieri che non conoscevano la nostra lingua, ma – osserva l’Andreoni – “quella dell’italiano fu una scelta consapevole, basata sulla convinzione che la nostra lingua possedesse ormai tutte le potenzialità espressive necessarie al ragionamento scientifico”. 

Inoltre per i destinatari: “È come se dovendo scegliere tra l’essere compreso dagli scienziati suoi pari in Europa o dalle persone ‘non letterate’ che gli stavano intorno” osserva l’Andreoni “Galileo avesse scelto queste ultime”

Lo provano tre sue celebri lettere a Mark Welser, politico e intellettuale tedesco, dove Galileo discute delle macchie solari, ma lo fa in italiano. E spiega che ha scelto così “perché ho bisogno che ogni persona la possi leggere, e per questo medesimo rispetto ho scritto nel medesimo idioma questo ultimo mio trattatello [il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono]”.

Lo scienziato toscano nota infatti che ci sono molti giovani che vengono fatti studiare e fanno i medici i filosofi e altre professioni analoghe pur essendo “inettissimi”, mentre altri che – sebbene intelligenti -non possono studiare e imparare il latino perché devono guadagnarsi il pane. 

Dunque Galileo vuole farsi leggere pure da questi che hanno gli occhi per vedere le opere della natura e l’intelligenza per capire come i filosofi.

Populista e anti élite dunque. L’Italia del Seicento non era unita politicamente, ma lo era culturalmente e spiritualmente: la linguaè il volto più chiaro di un’identità, infatti è stata la nostra letteratura ad adottare il “toscano” di Dante e Petrarca come lingua nazionale, la quale in seguito ha completato l’unificazione politica (sebbene fatta malamente).

Galileo non si limitò a “lanciare” l’italiano come lingua della scienza, ma coltivò ad alti livelli la nostra lingua a la nostra letteratura.

L’Andreoni ricorda che egli “tenne due lezioni all’Accademia Fiorentina sull’architettura dell’Inferno di Dante, postillò l’Orlando furioso… Divenne inoltre accademico della Crusca e collaborò alla stesura di alcune voci del Vocabolario, sia per la prima edizione del 1612 sia per la seconda del 1623”. 

La stessa qualità del suo “italiano scientifico” gli guadagnerà, duecento anni dopo, l’ammirazione di un Giacomo Leopardi. Ritrovare la nostra identitàsignifica anche riscoprire questi ingegni che tutto il mondo ci invidia.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 21 gennaio 2019

AGENDA 2019. RIAPRIRE TUTTI I CANTIERI, ALLEANZA FORTE CON GLI USA DI TRUMP E REVISIONE DI MAASTRICHT

Nei mesi scorsi imperversava (anche fuori d’Italia) “Forza Spread”, il partito trasversale di chi faceva il tifo per lo spread, contro l’Italia, pur di abbattere questo esecutivo alla stessa maniera del 2011. 

Poi è diventato “Forza Moscovici”: facevano il tifo per la Commissione Europea, perché punisse duramente l’Italia. C’erano anche degli italiani, sempre con l’illusione che la chiamata degli stranieri– eterna tragedia italica – servisse ad abbattere i loro nemici interni, cioè (ancora) l’attuale governo.

Tutte e due queste speranze sono andate deluse. Così quelle truppe trasversali si sono ritrovate ora sotto l’insegna “Forza recessione”: si riconoscono dalle acclamazioni eccitate di fronte alla stima di Bankitaliasecondo cui il Paese va verso la recessione.

Sperano che il ciclo economico sfavorevole penalizzi Lega e M5S alle prossime elezioni europee e, magari, mandi in crisiil governo già prima o almeno lo costringa a una nuova manovra correttivadi tagli e tasse che faccia crollare il consenso per l’esecutivo.

Questo “partito”, che definirei anti italiano, è una parte (non piccola) del problema. L’altra parte del dilemma è costituito dalle forze di governo, perché – varato il Def – si tratta ora di misurarsi appunto con la minaccia della recessionee con la “questione europea”.

Ancora una volta, per le rigidità ideologiche del M5Sche rischia di paralizzare gli investimenti pubblici, vera molla della crescita, è soprattutto su Matteo Salvini che incombe il compito di trovare la via d’uscita. 

O almeno a lui guarda quella parte maggioritaria della nostra gente che fa il tifo per l’Italia, a cominciare dai ceti produttivi del Nord.

Oltreché essere una via obbligata questa è anche una grande “chance” per il leader leghista che – essendo un pragmatico –  affronta i problemi e anche le scelte strategiche quando concretamente si presentano. 

Dunque il compito che lo aspetta, da adesso alle elezioni europee – mentre presidia le sue tradizionali trincee: immigrazione e decreto sicurezza– potrebbe essere riassunto in tre punti.

PrimoSbloccare gli investimenti pubblici: è una misura necessaria per cercare di scongiurare il rischio recessione, per rimettere in moto l’economia e l’occupazione e per evitare che l’Italia (con la sua industria) rimanga ai margini dei nuovi flussi del commercio mondialeo paghi un prezzo salatissimo. 

Fra l’altro non ci sono solo le grandi operecome TavTap: l’Associazione nazionale dei costruttori edilisostiene che tra ponti, acquedotti, dighe, strade, scuole e altre infrastrutture sono circa 270 i cantieri fermiper le più diverse motivazioni e hanno un valore complessivo di 21 miliardi di euro

Inoltre, secondo gli ultimi dati dell’Anagrafe ufficiale delle opere incompiutedel ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, risulta che sono circa 670 le opere– appunto – incompiute che hanno un valore di circa 4 miliardi.

Secondo il presidente di ConfindustriaVincenzo Boccia, la riapertura di tutti i cantieri (al di sopra dei cento milioni) pronti a partire darebbe lavoro a 400 mila persone “con una ricaduta sull’economia di 86 miliardi”. Si può facilmente capire tutto quello che ciò significa in una fase critica come questa.

Da parte di Salvini questa battaglia è anche il modo migliore per farsi carico delle istanze del mondo produttivo. Certo, non sarà facile far capire al M5S la necessità di combattere preventivamente la recessione con la riapertura dei cantieri, ma nessuno può illudersi che sia il “reddito di cittadinanza” a far crescere il Pile la prospettiva di una recessione dovrebbe far ragionare i Grillini, perché sarebbe disastrosa per il Paese ed anche per i partiti di governo.

Fra l’altro sarebbe sensato anche di rivedere l’ecotassa sulle autoche rischia di far annullare gli investimenti e il piano industriale di Fiat Chryslerin Italia secondo le dichiarazioni del Ceo di Fca, Mike Manley.

Secondo. L’Italia – nella crisi in cui si dibatte la UE, per le politiche economiche suicidefin qui praticate e poi per la Brexit, per il progressivo affondamento di Macrone per il tramonto della Merkel– dovrebbe cercare un rapporto forte con gli Stati Uniti di Donald Trump

Come Giulio Sapelliha spiegato ieri, in un articolo sul “Sussidiario”, l’Italia è tornata ad avere una sua importanza geopolitica per la presidenza Trump e questo dovrebbe facilitare un forte legamecon quel paese, nostro tradizionale alleato, dove troviamo l’unica economia occidentale forte e in crescita.

Gli Stati Uniti sono il grande interlocutore dell’Italia: è proprio questa perseveranza transatlantica” scrive Sapelli “la migliore risposta all’avvento quale che sia della Brexit. Di questo sono pochissimi in Italia ad avere contezza, a cominciare dagli imprenditori. Comprendere tutto ciò è decisivo, perché solo il legame con gli Usa ci può salvare dal prossimo tsunami mondiale. Si addensano infatti le nubi e si alzano le maree di uno tsunami molto più grande di quello del 2008. La causa di ciò è nella tendenza alla deflazione europea che minaccia tutta l’economia mondiale e segnala la potenza distruttiva del nazionalismo economico tedesco”.

Terzo. La questione europea. La recente autocriticadel presidente della Commissione europea Junckersull’eccesso di “austerità avventata” della UE, soprattutto quella che è stata imposta alla Grecia, è solo un patetico tentativo delle élite di smarcarsi dai propri errori. Lacrime di coccodrillo. La stessa cosa si può dire per la Merkel e per Macron. 

Oggi ci sono tutte le condizioni per “lanciare” – in vista delle elezioni – una “Europa dei popoli” che archivi per sempre l’Europa delle élite attraverso una seria proposta di riscrittura dei Trattati di Maastrichtche restituisca ai popoli, quindi ai parlamenti e agli Stati, quella sovranitàche è codificata nelle loro Costituzioni (a cominciare dalla nostra, per quanto riguarda l’Italia). Niente più e niente di meno che la Costituzione

E’ questo anche l’unico modo per salvare l’Europa, che è una cosa troppo importante e preziosa per essere lasciata ai fallimentari “europeisti” fino ad oggi dominanti.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 20 gennaio 2019

DOVE ARRIVERA’ ZIO PEPPUCCIO, IL RENZIANO-PRODIANO CHE GUIDA IL GOVERNO GIALLOVERDE

La porta di Palazzo Chigi si aprì e non entrò nessuno: era Giuseppe Conte. Così – parafrasando Fortebraccio – si potrebbe sintetizzare la narrazione dei media sull’arrivo alla presidenza del Consiglio dell’attuale premier. 

È letteralmente balzato fuori dall’anonimato, da un giorno all’altro, come un coniglio dal cilindro del mago, senza aver fatto nulla che potesse caratterizzarlo in qualche modo (come docente universitario era poco conosciuto perfino a Firenze dove insegnava).

Essendo stato scelto proprio per una neutra mediazione fra M5S e Lega, sembrava un uomo senza passato, senza idee e senza identità. Ma non senza qualità. Perché – bisogna riconoscerlo – nessuno aveva capito il personaggioe quello che avrebbe fatto. Era stato del tutto sottovalutato.

Per alcuni mesi infatti è stato rappresentato (e pure spernacchiato) come il vaso di cocciofra i due vasi di ferro (Salvini e Di Maio), come l’incolore riempitivodell’esecutivo gialloverde. Come lo zeroche – nella previsione del deficit del DEF, quella approvata dalla UE – si è frapposto fra il 2 e il 4. Una specie di lubrificante, destinato solo a diminuire gli attriti.

CONTE ZIO

Era il perfetto “Conte Zio”dei “Promessi sposi”, come aveva acutamente intuito Marcello Veneziani. E infatti si adattava perfettamente alla sua attività di premier, la descrizione manzoniana di quel personaggio: “Sopire, troncare, troncare, sopire” perché “quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagatella, e vanno avanti, vanno avanti…”.

A confronto delle dichiarazioni dirompenti dei due vicepremier,  il Conte Zio praticava – per riprendere il Manzoni – “un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhi che esprimeva: non posso parlare”

Nella compagine governativa gialloverde, dava l’impressione di essere – ricorro ancora ai Promessi sposi – “come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega”.

ZIO PEPPINO

Si era autodefinito “Avvocato del popolo”, ma questa bellicosa espressione di sapore rivoluzionario era immediatamente neutralizzata dalla sua antropologia forlaniana.

In effetti la sua bonomia democristiana, la mitezza, l’eleganza, la gentilezza dei modi sono parsi molto rassicuranti e lo hanno fatto crescere sempre più negli indici di popolarità. Quello che doveva essere l’Avvocato del popolo è diventato lo Zio degli italiani. Zio Peppino, l’affabile zio avvocato che fa sempre comodo in famiglia. 

Tuttavia, pian piano, si è creato uno spazio politico rilevantissimo perché il momento storico vede la contrapposizione fra il governo e le élite(l’establishment). 

Così la mediazioneda metodo è diventata Conte-nuto ed è emersa la cifra democristiana del premier. O meglio (ribadisco): forlaniana. Il coniglio uscito dal cilindro è diventato un “coniglio mannaro”.

Fu appunto Arnaldo Forlani, valente leader dc, a vedersi affibbiata per primo, da Gianfranco Piazzesi, questa definizione bacchelliana – tratta dal “Mulino del Po” – che allude all’astuzia politica e alle capacità che possono celarsi dentro un carattere mite.

LA SVOLTA

La trasformazione di Conte, da Peppiniello nostro a statista forlaniano, si è appalesata nella drammatica trattativacon la Commissione europea sul DEF che ha condotto in prima persona e che al tempo stesso gli ha permesso di conseguire un successo storico(dal momento che tutti prospettavano uno scontro dirompente fra Roma e Bruxelles) e di accreditarsi – presso la nomenklatura della Ue– come l’unico vero interlocutore del governo italiano.

L’operazione gli ha permesso anche di guadagnarsi definitivamente la fiducia del presidente Mattarella. Conte – che si è costruita una sua tela di rapporti personali a livello internazionale, in particolare con Trumpe la Merkel– si è fatto ricevere in udienza privata pure da Papa Francesco, il 15 dicembre, probabilmente esibendo non solo la sua fede cattolica (cosa che a Bergoglio interessa molto relativamente), ma soprattutto la sua provenienza giovanile da quella “Villa Nazareth”che è stata il punto d’incontro della potente corrente cattoprogressistavaticana e anche di “cattolici democratici” come Prodi, Scalfaro, Scoppola, Leopoldo Elia e lo stesso Mattarella (da lì viene anche l’attuale Segretario di Stato vaticano, Parolin).

L’ANTI SALVINI

Cosa si siano detti Conte e Bergoglio in quel colloquio non è dato sapere. Fatto sta che a pochi giorni di distanza, il presidente del Consiglio – sul caso dei 49 migranti, che tanto interessava al papa – ha preso la clamorosa posizione che sappiamo, pubblicamente contrapposta a Matteo Salvini“se non li faremo sbarcare li vado a prendere io con l’aereo”.  Poi si è addirittura intestato la “soluzione” di questo caso (la ripartizione dei migranti), ancora una volta in accordo con la UE. 

D’improvviso si è materializzato un Conte imprevisto, un vero “anti Salvini”, capace di batterlo sul terreno dove il vicepremier da sempre trionfa (quello dell’emigrazione). 

Era inevitabile che in questa veste Conte raccogliesse simpatie a Sinistra. Di sicuro ha catalizzato l’interesse degli ambienti catto-vaticaniin cerca di rappresentanza nella crociata migrazionista anti-Salvini.

A questo punto d’improvviso tutti si sono accorti che Conte da comparsa era diventato un protagonista. Con quali prospettive? Il suo passato sembrava incolore. Ma lo era davvero?

PRODIANO/RENZIANO

L’antica collaborazione col suo famoso maestro Guido Alpa non lo caratterizzava politicamente. Gli erano state attribuite, per il passato prossimo, vaghe simpatie renziane e un’amicizia con la Boschi, ma anche questo non sembrava una cosa significativa.

Poi lui stesso ha rivelato di aver “votato per l’Ulivo di Prodi e Pd fino al 2013”. E Renziha sarcasticamente fatto sapere: “Conte me lo ricordo, quando ci mandava i messaggini tutto contento e entusiasta delle riforme che facevamo, della Buona Scuola, del referendum…”.

In sostanza, quel Conte che sembrava senza identità, si rivela invece il classico moderato, catto-progressista, di area PD, che probabilmente non era proprio del tutto sconosciuto – anche al Quirinale – quando Mattarella gli ha dato l’incarico di formare il nuovo governo.

Certo, il fatto che per la guida del loro primo governo i “rivoluzionari” grilliniabbiano scelto un democristiano, di area Pd, strappa più di un sorriso. Ma la cosa non va letta con ironia. E’ un fatto emblematico che spiega molte cose.

Renzi, dopo aver ricordato quei precedenti di Conte, lo ha polemicamente pizzicato aggiungendo: “A suo tempo, nel 2015, aveva tutta un’altra posizionesullo sforzo riformatore del Governo Renzi. È legittimo cambiare idea, specie se ti offrono incarichi importanti. Io penso che le idee valgano più delle poltrone”, 

Ma siamo proprio sicuri che il Conte prodian-renziano abbia avuto un’improvvisa folgorazionegrillina sulla via (non di Damasco, ma) di Palazzo Chigi?

E se – diversamente da quanto pensa Renzi – Conte in realtà rappresentasse proprio una soluzione “istituzionale”per disinnescare e, alla fine, “normalizzazione” il M5S

Fabio Martini, sulla “Stampa”, ha scritto che Mattarella “probabilmente avrebbe gradito che il Pd entrasse a far parte di una maggioranza incardinata sui Cinque Stelle con Conte premier”.

A quel tempo fu proprio Renzi a mettersi di traverso. Ma se con i nuovi assetti del Pd, ridimensionato Renzi, per una crisi dell’attuale governo si ripresentasse questo scenario, non sarebbe proprio Conte il più adattoad assumere la guida di un nuovo esecutivo M5S-PD, benedetto da Mattarella, da Bergoglio e dalla UE

Non è detto che ciò accada. Ma le prospettive politiche che si aprono davanti a Conte sono anche altre. E lo potrebbero “consacrare” definitivamente come il vero anti-Salvini. Come il Prodi del XXI secolo. I conti in Italia non tornano mai, ma Conte sì, tornerà.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 13 gennaio 2019

L’ITALIA SI SVEGLIA, RIPRENDIAMOCI I NOSTRI TESORI. Lì C’E’ LA GRANDE BELLEZZA CHE RACCHIUDE LA NOSTRA STORIA E LA NOSTRA IDENTITA’

Parrà incredibile, ma l’Italia – violentata e saccheggiata nel suo patrimonio artistico, soprattutto da francesi e tedeschi(ma non solo) – sta rialzando la testa. Finalmente a Roma si torna a porsi il problema di riportare nel nostro Paese ciò che gli appartiene.

Lo ha capito in anticipo il saggio direttore tedesco degli UffiziEike Schmidt, che nei giorni scorsi ha fatto una sortita clamorosa chiedendo che il suo Paese, la Germania, restituisca il famoso quadro di Jan van Huysum“Vaso di fiori”, che apparteneva alle collezioni di Palazzo Pitti, a Firenze, e fu depredato dai soldati nazistidurante l’occupazione tedesca dell’Italia del 1943-1945. Schmidt lo ha fatto, secondo alcuni, per ingraziarsi il nuovo governo. Di sicuro ha il merito di aver capito che l’aria è cambiata. 

Sulle colossali razzie di tesori d’arte compiuti in Italia da tedeschi e francesi ho scritto, per “Libero”, il 25 novembre scorso, ma si tratta incredibilmente di un argomento tabù nel nostro Paese. 

Soprattutto in questi anni di fanatismo eurista, nei quali bisogna prostrarsi all’Unione Europea e anche solo ipotizzare la restituzione dei tesori saccheggiati può esporre all’accusa di truce sovranismoe bieco nazionalismo.

Avendolo fatto Schmidt che è tedesco gli euristi sono rimasti spiazzati. Egli infatti si è potuto permettere addirittura di aggiungere che“la Germania dovrebbe abolire la prescrizione per le opere rubatedurante il conflitto e fare in modo che esse possano tornare ai loro legittimi proprietari”, sottolineando che “per la Germania esiste comunque un dovere morale di restituire quest’opera al nostro museo: e mi auguro che lo Stato tedesco possa farlo quanto prima”.

Salvatore Giannella, in “Operazione salvataggio”(Chiarelettere), c’informa che in Italia mancano all’appello – dal saccheggio del 1943-1945 – almeno 1653 pezzi(di cui 800 dipinti, decine di sculture, strumenti musicali, tra cui violini Stradivari, e centinaia di manoscritti).

La mossa, meritoria, del direttore degli Uffizi,ha anticipatol’iniziativa del nuovo governo. Il ministro per i Beni e le Attività culturali, Alberto Bonisoli, infatti, ieri ha convocato il comitato istituzionale per analizzare il problema delle nostre opere d’arte che sono state depredatee sono finite all’estero (in epoche diverse e per motivi diversi).

Speriamo che sia la volta buona. Ma è sconcertante anzitutto il problema culturale che riguarda la nostra coscienza nazionale: perché in Italia è totalmente sconosciutociò che è accaduto? 

Né a scuola, né sui media trova spazio questo capitolo tragico e fondamentale della nostra storia. Eppure le razzie e le devastazionisubite hanno ferito non solo il patrimonio artistico delle nostre città, ma anche la nostra identità. L’anima del nostro popolo.

Per questo è meritorio il lavoro dei rari intellettuali che hanno disseppellito tutta questa storia, come Alessandro Marzo Magnocon il libro Missione Grande Bellezza: Gli eroi e le eroine che salvarono i capolavori italiani saccheggiati da Napoleone e da Hitler” (Garzanti)

E’ un libro straordinario, struggente e drammatico nella sua meticolosa ricostruzione dell’immenso patrimonio perduto che racchiudeva la nostra storia e la nostra identità, e che non solo è stato razziato, ma anche distrutto, devastato e disperso.

Il libro di Marzo Magno dovrebbe essere letto in tutte le scuole. Infatti questa vicenda fa anche riflettere su come, nel corso dei secoli, francesi e tedeschi (con Napoleone gli uni e con Hitler gli altri) hanno concepito l’unificazione del continente: come una loro conquista, per sottomettere gli altri popoli europei.

L’Italia è sempre stata considerata terra di conquistaed essendo uno scrigno unico al mondo di bellezza, è stato trattato come un santuario da saccheggiare. Colpisce però il silenziodi gran parte della cultura italiana e della politica su questa vicenda. 

Se vogliamo trovare qualcuno che ha sollevato il problema della restituzione delle opere rubateall’Italia, in tempi recenti, dobbiamo cercare soprattutto all’estero.

Un caso singolare è quello che riguarda la grande e meravigliosa tela di Paolo Veronese “Le nozze di Cana”che – da San Giorgio Maggiore, a Venezia–  fu “prelevata” e portata dai francesi al Louvredove si trova ancora. Il capolavoro, del 1563, è parte dell’immenso saccheggio subito da Venezia.

Qualche anno fa c’è stato chi ha pubblicamente sollevato il problema della sua restituzione, ma non si tratta di un intellettuale italiano. La vicenda è stata ricostruita da Marzo Magno.

Un avvocato parigino, Arno Klarsfeld, scrisse sul “Corriere della sera” del 1° febbraio 1994, che si doveva restituirel’opera del Veronese al luogo per cui fu dipinta, a Venezia: “Il Louvre”scrisse Klarsfeld “ospita il più grande furto pittorico commesso in nome della repubblica… niente giustifica la presenza delle Nozze di Cana nelle sale del Louvre: né le considerazioni d’ordine giuridico, né quelle di ordine artistico”

Poi su “Libération” replicò: “Bisogna restituire le Nozze di Cana a Venezia? Sì! Perché il quadro di Veronese, il più grande del mondo, non si trova più al proprio posto, nella sala del refettorio sull’isola di San Giorgio Maggiore. Refettorio concepito dal più importante architetto del rinascimento, Andrea Palladio, per ospitare la tela del Veronese. […] Un gioiello e il suo scrigno. […] La Francia non ne è proprietaria ad alcun titolo”.

Marzo Magno ricorda che il celebre avvocato, in questa sua battaglia, aveva accanto la sua fidanzata italiana del tempo: Carla Bruni. La quale dichiarava: “Il mio impegno per le Nozze di Cana, dopo che Arno me ne ha parlato, mi sembra più che normale, logico”. 

Ma poi – prosegue Marzo Magno – “come sappiamo, le cose sono andate diversamente. Carla Bruni non è diventata la signora Klarsfeld, bensì la moglie del presidente Nicolas Sarkozy(…) Dopo quella sortita dell’inverno di oltre vent’anni fa, né Arno Klarsfeld, né Carla Bruni sono più tornati sulla vicendadella restituzione del quadro a Venezia”. 

Le opere ancora da recuperaresarebbero moltissime. E non si tratta solo di dipinti, statue o manoscritti. Ci sono le tante cose distrutteche ormai sono perdute per sempre, come la cattedrale di San Pietro ad Alessandria, che era in stile gotico lombardo e che fu abbattutadai francesi nel 1803 per realizzare una piazza d’armi. 

Poi ci sono le opere scomparseche non si sa dove siano. Marzo Magno ricorda, per esempio, che a Venezia “in epoca napoleonica scompare l’archivio musicale del Pio ospedale della Pietà. Comprendeva anche le copie di tutte le partiture di Antonio Vivaldi, che ne era stato maestro di violino per 17 anni. Non si sa che fine abbia fatto… o è stato distrutto o è perduto”

Tuttavia “nel primo caso qualcuno avrebbe dovuto riportare la notizia della distruzione – clamorosa – di una tale mole di documenti. Dunque, ipotizza Fourés, è più probabile che sia perduto”. 

Ciò significa che, un giorno, potremmo ritrovare “le partiture di opere vivaldiane oggi perdute, per esempio l’oratorio Mosè o i concerti dedicati a paesi europei, come la Francia o la Germania, che sappiamo essere stati composti, ma che sono scomparsi”. 

E’ un caso che ha un alto valore simbolico: mentre l’Italia ha dedicato a Francia e Germania le sublimi musiche di Vivaldi, la Francia e la Germania hanno ricambiato invadendo l’Italia per saccheggiarla e distruggerla

Quando diciamo “Europa” dovremmo ricordare questa storia perché insegna molte cose anche oggi.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 10 gennaio 2019

LA CHIESA STA SPROFONDANDO, MA IL VATICANO LANCIA LA CROCIATA CONTRO SALVINI.

Ma che sta succedendo nella Chiesa cattolica? La situazione non è solo catastrofica: è anche assurda. Infatti la realtà parla di chiese che si svuotanodrammaticamente in Occidente e di un Oriente dove i cristiani sono duramente perseguitati

La realtà parla di sparizione dei tradizionali movimenticattolici, di scontri interni alla Curia, di continui scandalie di enorme confusionefra i fedeli per le trovate rivoluzionariedi papa Bergoglio (che nei giorni scorsi ha pure “dimenticato” il dogma dell’Immacolata Concezione).

Ma di tutto questo gli ecclesiastici non si occupano e non si preoccupano. Ai pastori non interessano le pecore che si stanno smarrendo e disperdendo. 

La casta ecclesiastica è tutta presa dalla politica. E’ una vera febbre. Già questo è surreale, ma non basta. Infatti non vogliono portare nella politica la “dottrina sociale” della Chiesa o i “principi non negoziabili”, come si potrebbe credere. Seguendo il verbo bergogliano hanno un solo tema teologico-politicoda affermare con piglio fondamentalista:i migranti

Dunque i migranti ormai sono diventati la loro bandiera ideologicada sventolare, ma anche, addirittura, una sorta di soggetto messianico con cui ribaltare l’annuncio cristiano, perfino nel presepio: come se gli angeli avessero annunciato ai pastori l’arrivo del “migrante Gesù”, anziché la nascita del Figlio di Dio

Secondo il sentire comune della gente, gli ecclesiastici ormai si occupano solo di migranti, solo di loro parlano. E in effetti le gerarchie clericali si tuffano in politica con il preciso intento fare la guerra a Salvini: è lui il Satana a cui gridare “Vade retro!”, come proclamò la nota copertina di “Famiglia cristiana”

Proprio lui, che pure ha pubblicamente dichiarato di voler difendere le nostre radici cristiane, è il Male contro cui il mondo clericale si mobilita e si scatena.

Ieri Salvini, dall’Abruzzo, ha risposto: “sono un peccatore, ma non fesso. Quest’anno invece che 120 mila, ne sono arrivati solo 20 mila: 100 mila in meno, con un miliardo di risparmio, molti morti in meno e molti reati in meno”.

Significa che il vicepremier non demorde e non vuole che l’Italia torni ad essere il campo profughid’Europa e d’Africa. La maggioranza degli italiani e dei cattolici la pensa come lui

Proprio per questo ormai è continua la “chiamata” all’impegno politico contro Salvini, da parte dell’establishment bergogliano.  

Rispondono “presente” i giornali clericali, la Cei e – sia pure flebilmente – le associazioni cattoliche (o quello che ne è rimasto).

Ieri perfino l’ex presidente della Cei (oggi presidente dei vescovi europei), il cardinal Bagnasco, arcivescovo di Genova, che finora era considerato uno dei pochi rimasti in linea con il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, si è schierato e si è guadagnato il titolo con cui “La Stampa”ha aperto la prima pagina: “ ‘Obiezione di coscienza’. La mossa della Chiesa contro il decreto sicurezza”.

Il riferimento era proprio all’arcivescovo di Genova: “La carica la suona il cardinale Bagnasco” che – secondo il giornale torinese – “schiera la Chiesa sul decreto sicurezza: ‘Sì all’obiezione di coscienza’”.

Sul caso “migranti della Sea Watch” è intervenuto pure mons. Guerino Di Tora, presidente della commissione per le migrazioni della Cei, che ha tuonato: “Chi si tira indietro non ha la coscienza a posto”.

Anche l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, tuona invitando a non “rimanere in silenzio dinnanzi ai disumani decretiche aggravano la sofferenza di chi è vessato da povertà e guerra”.

Non risulta si siano viste le stesse mobilitazioni, né così aspre denunce della chiesa bergogliana, negli ultimi sei anni in cui, grazie all’euro, alle politiche della UE e ai governi italiani allineati ad essa, da noi sono esplose la povertà e la disoccupazione (con migliaia e migliaia di aziende chiuse). 

Né si ricordano mobilitazioni papali e parole di fuoco in favore delle popolazioni terremotate e dei loro inverni al freddo. Sono solo due esempi (si potrebbero aggiungere la legge sulle unioni civili e altre trovate dei precedenti governi che avrebbero dovuto far reagire la Chiesa).

Nelle (tante) invettive politiche ecclesiastiche non si trova mai la critica all’Unione Europea, anzi: proprio la UE (da non confondere con l’Europa che tutt’altra cosa) sembra sia diventata l’ancora di salvezza politica di questa gerarchia clericale. Proprio questa Unione Europea che è diventata la realtà politica più laicista e anticristiana dell’Occidente. I clericali ne parlano con gli stessi argomenti entusiasti di Emma Bonino.

Quello che però sconcerta la casta ecclesiastica è il fatto che il popolo cattolico non li segua. Anzi, sembra fare la scelta opposta, dando la sua preferenza maggioritaria alla Legae ad altri gruppi sovranisti.

I cattolici, sia quelli più praticanti, che quelli meno praticanti, preferiscono rifarsi a Giovanni Paolo IIe a Benedetto XVI, cioè al tradizionale insegnamento cattolico, piuttosto che alle “rivoluzioni” bergogliane. 

Perciò il disappuntonell’élite clericale è palpabile. Sono generali senza esercito. Lo si percepisce in queste parole di padre Antonio Spadaro, che è lo stratega di papa Bergoglio: “Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei ‘caminetti’ degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle… Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove”.

In effetti la gente è altrove, i cattolici dissentono dalla gerarchia bergogliana, applaudendo Salvini. Anche se papa Bergoglio li bastonaproclamando che è meglio essere atei che essere cattolici che rifiutano l’invasione migratoria (oltretutto islamica, dunque assai poco integrabile).

I fedeli cattolici (con tutti gli altri) percepiscono, sulla propria pelle, che questo scombussolamento di popoli che entusiasma le élite (anche dell’Onu), è devastante sia per i paesi di arrivo che per i paesi di partenza(la pensano così anche i vescovi africani).

Dunque padre Spadaro vorrebbe riportare “in linea”la gente che è altrove. Così nei giorni scorsi ha preso la parola per vergareuna sorta di Manifesto politico, pubblicandolo sulla rivista dei gesuiti.

Se il Decalogo dato da Dio a Mosè sul Sinai è chiamato “le dieci parole”, padre Spadaro ha voluto far di meglio: a lui bastano “Sette parole per il 2019”per illuminare le genti (così spera).

Purtroppo però sono parole già sentite e risentite, da anni, in qualunque intervento di esponenti del PD e nei quotidiani articoli di “Repubblica”: la paura, le migrazioni, l’Europa, il populismo, la democrazia…

La sensazione è che tutto questo tuonare poi non porti alla formazione di una lista cattolica alle elezioni europee, perché contarsi sarebbe molto  controproducente. 

I più ritengono che tutto si risolverà in un appoggio ecclesiastico al PD, ancor meglio se guidato da Zingaretti, perché – si dice oltretevere – gli ecclesiastici dell’epoca bergogliana si trovano meglio con i post comunisti che con Renzi.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 6 gennaio 2019