Al coraggioso titolo di “Libero” di ieri (“Il partito del Papa. La svolta politica del Vaticano”), va aggiunto solo un concetto: una cosa è il partito di Bergoglio (che fa i suoi danni, ma tramonterà con lui), un’altra cosa è la Chiesa Cattolica.

L’ha giustamente notato in queste ore Matteo Salvini nella polemica con monsignor Galantino. E in controluce l’ha fatto capire anche la durissima intervista di Giovanni Sartori, il re dei politologi: “Per me, è una sciagura questo Vaticano che straparla. Se ne infischiano dei fatti veri e pensano a queste cosucce”.

Sartori ha sempre detto peste e corna della politica italiana, ma al partito bergogliano dice: “il politologo fallo fare a me… tu occupati delle cose di cui si occupano i preti”.

Quali sarebbero i “fatti veri” di cui i preti dovrebbero occuparsi? Sartori è impietoso: “per due anni” – dice – quelli della “Chiesa di Bergoglio non hanno fiatato sugli stermini dei cristiani, sulle stragi dei cattolici in Africa e nel resto del mondo, sulla continua persecuzione dei curdi. Pensino a quelle cose lì e lascino perdere i temi che non competono a loro”.

E’ vero che ci sono casi clamorosi di cristiani condannati a morte per la fede – come Asia Bibi o Meriem – su cui Bergoglio si è sempre rifiutato di parlare.

Ma sul tema generale degli stermini dei cristiani ha parlato diverse volte. Tuttavia lo ha fatto sempre con molto ritardo, in modo generico, senza nominare le cause o condannare i carnefici e addirittura – quel che è peggio – delegittimando l’ipotesi di interventi di “polizia internazionale” a protezione delle popolazioni minacciate di strage (interventi che erano richiesti disperatamente dai vescovi di quei luoghi).

Quando Bergoglio tiene a un tema ne parla in modo accorato, vigoroso, continuo e tagliente, come per l’immigrazione che noi – secondo lui – dovremmo accogliere in blocco e senza fiatare, pagandone i costi.

Niente del genere si è visto in difesa dei cristiani massacrati. Del resto non ha mai lesinato parole di stima verso il mondo musulmano arrivando pure a pronunciare concetti ecumenici di dubbia ortodossia.

Le tardive e generiche parole spese per le comunità cristiane perseguitate non sono nemmeno paragonabili all’impegno che ha profuso – ad esempio – sull’ecologia.

Per difendere la sopravvivenza di “alghe, vermi, piccoli insetti e rettili” ha scritto un’enciclica, ma per i cristiani perseguitati no. Ha indetto per il 1° settembre una giornata mondiale di preghiera per l’ecosistema, ma per i cristiani massacrati no (e sono il gruppo umano più perseguitato del pianeta).

Ovviamente nell’enciclica ecologica non si è occupato solo di vermi e rettili, ma ha anche tuonato contro l’uso dei bicchieri di plastica e dei condizionatori d’aria (che lui però adopera a Santa Marta). Invece tuoni e fulmini contro i massacratori dei cristiani non li lancia mai.

Perché il partito di Bergoglio interviene a gamba tesa contro i politici italiani, ma non contro i regimi islamisti o comunisti dove i cristiani sono in croce?

“La verità è che è più facile (cioè più comodo, nda) sparare sui politici che difendere i cristiani”, tuona Sartori che dice di Bergoglio: “è un argentino furbacchione e avrebbe immense questioni su cui concentrarsi”.

In effetti Sartori pone al Vaticano questioni drammatiche: “è più importante parlare dell’harem dei partiti, del governo e del Parlamento o delle guerre di religione che divampano sul pianeta terra?”

Per la Chiesa cattolica è più importante occuparsi dei suoi perseguitati. Ma per il partito di Bergoglio pare di no. E questo – per dirla col politologo – espone “la Chiesa alle brutte figure che sta facendo”.

Il partito di Bergoglio (che non si cura di fede e dottrina) è concentrato sulla politica, ma non solo italiana. Vogliono costruire per Bergoglio una sorta di leadership politica mondiale delle sinistre noglobal ed ecologiste, come peraltro i reduci della Sinistra italica ripetono (uno per tutti Bertinotti, fan di Bergoglio).

Ecco il motivo della riabilitazione e glorificazione a Roma di quella vecchia e disastrosa Teologia della liberazione che Giovanni Paolo II e Ratzinger avevano giustamente condannato.

Ma l’evento che ha meglio chiarito questo progetto – anticipato nel 2014 dall’incontro in Vaticano con i movimenti noglobal (c’era pure il Centro sociale Leoncavallo) – è stato il recente viaggio di Bergoglio in Ecuador, Bolivia e Paraguay.

Sandro Magister ha notato che in questo viaggio “Francesco non ha nascosto la sua simpatia per i presidenti populisti dei primi due paesi, mentre col terzo, conservatore, ha mostrato freddezza, fino a rimproverarlo pubblicamente di un crimine mai commesso, clamorosamente equivocato dal papa”.

Del resto l’immagine emblematica di tale viaggio è stata la “Falce e Martello” (con crocifisso annesso) che Bergoglio non solo ha accettato in dono da Morales (portando tutto in Vaticano), ma che – nella riproduzione su medaglione – ha addirittura tenuto al collo davanti ai media di tutto il mondo. E al collo – sempre dono di Morales – ha tenuto pure il tradizionale contenitore boliviano di foglie di coca. Cose mai viste.

Inoltre in quel viaggio è stato esplicitato il “manifesto politico di papa Bergoglio”. Come ha riferito Magister, è accaduto col discorso di Santa Cruz “ai ‘movimenti popolari’ no global dell’America latina e del resto del mondo, da lui convocati attorno a sé per la seconda volta in meno di un anno…in entrambi i casi con in prima fila il presidente ‘cocalero’ della Bolivia Evo Morales”.

Il centro di questo “manifesto” di Bergoglio è stato ben spiegato da un suo confratello gesuita, padre James V. Schall, già docente di filosofia politica alla Georgetown University di Washington: “Per quanto io possa giudicare, in questo peculiare discorso non troviamo quasi più traccia dell’attenzione cristiana per la virtù personale, la salvezza, il peccato, il sacrificio, la sofferenza, il pentimento, la vita eterna, né per una perenne valle di lacrime. Peccati e mali sono trasformati in questioni sociali o ecologiche che richiedono rimedi politici e strutturali”.

Il messaggio è arrivato forte e chiaro. Il 13 marzo scorso a Buenos Aires, al Foro Internacional della contestazione anticapitalista, hanno parlato – scrive Magister – “Leonardo Boff, teologo della liberazione convertitosi alla religione della madre terra, l’italiano Gianni Vattimo, filosofo del ‘pensiero debole’, e l’argentino Marcelo Sánchez Sorondo, arcivescovo cancelliere delle accademie pontificie delle scienze e delle scienze sociali e gran consigliere di papa Bergoglio. Applauditissimo e con al fianco un compiaciuto Sánchez Sorondo, Vattimo ha perorato la causa di una nuova Internazionale comunista e insieme ‘papista’, con Francesco come suo indiscusso leader”.

Però più che comunista Bergoglio è peronista, con il mito teologico del popolo e la “furbizia” che lo porta a lanciare strali generici contro il capitalismo e la finanza, ma – per esempio – senza mai attaccare precisamente nessuno, né il Fondo monetario internazionale, né la Banca centrale europea, né gli Stati Uniti.
Anzi, Obama è il primo grande fan e sponsor di Bergoglio, il quale evita di accuratamente (“chi sono io per giudicare?”) di attaccare la fanatica politica laicista dello stesso Obama che sulla vita, la famiglia o sul gender, è frontalmente contro la Chiesa Cattolica.

Ma – come dicevo – il partito di Bergoglio è una cosa, la Chiesa Cattolica è un’altra. Sono realtà contrapposte?

Di fatto Bergoglio picchia duro sui punti di rinascita della fede (per esempio contro Medjugorje o i Francescani dell’Immacolata o i vescovi e i cardinali ratzingeriani). Inoltre, con il Sinodo, ha messo una sorta di bomba a orologeria sotto la cattedrale dottrinale del cattolicesimo.

Ha perfino dichiarato a Scalfari che “non esiste un Dio cattolico”. Esiste Bergoglio. E il suo partito.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 23 agosto 2015

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