Cosa cercava quel milione e mezzo di persone che ha percorso la passerella allestita sul lago d’Iseo dal bulgaro Christo Vladimirov Javacheff?

L’emozione di uno spaesamento, di un’illusionistica abolizione delle consuete leggi fisiche. Qualcosa che provoca sensazioni analoghe al volo in aereo o alle montagne russe. Ma che c’entra “l’arte”?

Era un luna park – presentato come “opera d’arte” – che consentiva di giocare, cioè di (virtualmente) camminare sulle acque come Gesù fece realmente, essendo il sogno inconscio di tutti un tale dominio divino della materia, del tempo e dello spazio.

Una sorta di videogioco 2.0, di quelli a tre dimensioni. La trovata poteva essere adeguata agli Stati Uniti, dove quasi non c’è storia: una perfetta appendice di Disneyland in California.

E’ singolare che sia stata invece realizzata in Italia, a un tiro di schioppo da una vera e incomparabile opera d’arte che da più di mille anni sorge sulle acque e permette di “camminare sulle acque”: Venezia.

VERSO DOVE

La “passerella” (in realtà un lunghissimo ponte quasi al livello delle acque) che unisce Venezia alla terraferma esiste dal 1846 per la ferrovia e dal 1933 come strada percorribile.

Però – a differenza di quella del lago d’Iseo che, come dice Sgarbi, è una “passerella verso il nulla” e in questo rappresenta perfettamente il nostro tempo – quella della laguna veneta porta alla mirabile e Serenissima regina dei mari, uno splendore divino, unico al mondo.

Un altro mondo. Perfetto simbolo di tutto ciò che abbiamo dimenticato, rinnegato o perduto.

Sta lì, Venezia, sublime e incompresa nel suo mistero. Se non dai poeti. Come Ezra Pound che gli dedicò questi versi:

O Dio, quale grande bontà

abbiamo compiuto in passato

e scordata,

da donare a noi questa meraviglia, o Dio delle acque?

O Dio della notte,

quale grande dolore ci attende,

da compensarci così

innanzi tempo?

La bellezza vera provoca una ferita, un dolore enigmatico e struggente, suscita nostalgia, parola che anche etimologicamente significa “dolore del ritorno”. Ma “ritorno” dove? A cosa? A chi? Ecco il dilemma.

Poi c’è la bellezza di plastica che è il luna park della passerella del lago d’Iseo, ma anche la Venezia del turismo di massa, inconsapevole e distratto.

Anche Venezia può essere vissuta come una Disneyland e quella finta bellezza meraviglia con effetti speciali, diverte con ninnoli e merce varia, sollazza lo sguardo e pure il palato.

Si può andare a Venezia esattamente come si è andati alla passerella sul lago.

Il “turista” è una delle maschere che la massa deve avere nel mondo globalizzato e americanizzato dalla finanza e da internet, massa che l’ideologia dominante vuole anonima come le merci: antropologicamente senza identità (soprattutto religiosa), spiritualmente apolide e individualista.

E’ il mito ideologico del nomadismo moderno coltivato da certe élite.

PORTA DEL CIELO

E poi, invece, c’è la Venezia reale, quella che ti lascia una ferita inguaribile, come per un grande amore perduto che però ti abbraccia con la sua bellezza vaga e indicibile.

Nei giorni scorsi mi ha colpito vedere decine di migliaia di persone affollare – a Venezia – le “zone cartolina”, cioè Piazza San Marco, il Ponte del Rialto, la vista del Ponte dei sospiri, le calli e le gondole per cui vanno pazzi americani, giapponesi e cinesi. Tutti con l’attrezzo per farsi selfie a distanza. E’ un’ossessione, il selfie (sembra quasi ci sia bisogno di accertarsi che si esiste).

Capisco l’emozione di chi si accorge di “abitare” un’opera d’arte, perché è la città stessa un capolavoro. Tuttavia resta per i più un capolavoro indecifrato, come un libro non letto, rimirato da un lettore che si ferma alla copertina.

Non c’erano file infatti, non c’erano folle, alla stupenda chiesa di san Zaccaria, con la Madonna in trono di Giovanni Bellini, o alla Scuola di San Rocco e alla Galleria dell’Accademia, scrigno delle monumentali opere di Tintoretto, di Paolo Veronese, Tiepolo e Tiziano; o alla bellissima chiesa dei Frari, dominata dalla pala d’altare dell’Assunzione di Tiziano e con una sacrestia che contiene – fra l’altro – l’altro sublime polittico del Bellini, quella Madonna attorno al cui trono si legge la scritta: “Ianua certa poli duc mentem dirige vitam: quae peragam commissa tuae sint omnia curae” (“Porta sicura del cielo, guida la mente, dirigi la vita: sia tutto ciò che faccio affidato alla tua cura”).

Ma non c’erano folle e code nemmeno al Palazzo Ducale, a quella perla che sorge dalle acque davanti a San Marco che è Santa Maria della Salute (eretta come voto per la scampata peste), né alla Collezione Cini (appena qualcuno in più al Peggy Guggenheim che infatti non c’entra nulla con Venezia).

Quasi nessuno alla mostra di Palazzo Ducale dedicata ai 500 anni della presenza ebraica a Venezia, “Venezia, gli ebrei e l’Europa”.

TURISTI O PELLEGRINI

Eppure proprio la storia dell’ebraismo avrebbe potuto raccontarci di un altro tipo di nomadismo, antico e imposto dalla persecuzione. Il continuo peregrinare di un popolo che essendo legato all’eterno, preserva la sua identità nel tempo.

Ci dice dell’identità di un popolo come tensione all’infinito, all’eterno (Dio), che si ormeggia in quel porto sicuro che è dato dalla parola, dalla Legge e dal libro. Cioè dalla preghiera. Ovvero dal culto e dalla cultura.

Un grande intellettuale ebreo come George Steiner ci insegna qualcosa di prezioso: L’intuizione […] o la congettura, così stranamente resistente a ogni confutazione, che esista un’ ‘alterità’ irraggiungibile conferisce alla nostra esistenza elementare una pulsazione d’insoddisfazione. Siamo le creature di una grande sete, ossessionate dal ritorno a una casa che non abbiamo mai conosciuto. […] Più che homo sapiens, l’uomo è homo quaerens”.

Perciò, se invece che turisti – come siamo diventati nell’anonimato apolide della modernità – ci riscopriamo pellegrini (come siamo per essenza del cuore) possiamo evitare di vivere anche Venezia come passerella verso il nulla o – come da molti è vissuta – come una passerella verso un’emozione (in un tempo che vive di emozioni temporanee, effimere e indecifrate).

PARADISO

Di per sé Venezia è una struggente passerella verso l’eterno. E lo si capisce la domenica mattina andando nel cuore vivo, vero e pulsante di Venezia, quella Basilica di San Marco che alle 10.30 torna a far rivivere la gloria cristiana di Bisanzio, con una liturgia – fra gli ori dei mosaici e l’incenso dell’adorazione – esaltata dalla potente polifonia di Claudio Monteverdi cantata dalla Cappella Marciana.

Lì tocchi una scintilla del Paradiso. Sono momenti formidabili. Lì rivive tutta la storia millenaria della Serenissima repubblica che non a caso ha scelto come suo simbolo il Leone dell’evangelista san Marco.

E’ la Serenissima che, fra l’altro, raccolse i tesori di sapienza e di fede di Costantinopoli, che furono salvati dall’arrivo devastatore dei turchi, quando – nel 1453 – misero fine alla millenaria storia dell’Impero romano d’Oriente e alla sua cristianità.

Si narra che era stata proprio la gloriosa bellezza della liturgia cristiana celebrata a Santa Sofia che convertì il principe Vladimir e con lui fece diventare cristiana la Russia. I messaggeri gli riferirono: “Noi non sapevamo se fossimo in cielo o in terra”.

Poi i Turchi trasformarono Santa Sofia in Moschea. E la Serenissima fu determinante in quella vittoria dei cristiani a Lepanto che salvò l’Europa dai turchi (si veda la monumentale tela di Tintoretto).

La stessa bellezza della liturgia di Santa Sofia ogni domenica mattina si può gustare a Venezia.

Tutta l’arte, di tutti i tempi, tende, senza saperlo, alla divina liturgia perché quella è l’arte di Dio che si rende presenza visibile e crea “nuovi cieli e una nuova terra”.

L’arte scaturisce proprio da questo desiderio. Scriveva Fernando Pessoa: “La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 8 luglio 2016

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