PER CHI SUONANO LE CAMPANE (SULLA VITA O LA MORTE DELLA NOSTRA CIVILTA’)
L’Italia non è solo i suoi straordinari paesaggi naturali, le sue città, i borghi, la sua storia, le sue infinite opere d’arte. È fatta anche di “paesaggi sonori”, che fanno parte della sua identità.
Ho sempre trovato folgorante, per questo, una pagina della Rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci: “Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica delle campane. Le campane di Santa Maria del Fiore”.
La Fallaci ricorda con rabbia un episodio durante il quale “la voce del muezzin soffocava” quel suono: “È in quella musica (delle campane, ndr)” prosegue“in quel paesaggio, che sono cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio che ho imparato cos’è l’architettura, cos’è la scultura, cos’è la pittura, cos’è l’arte, cos’è la conoscenza, cos’è la bellezza. È attraverso quella chiesa (presto rifiutata ma inevitabilmente rimasta dentro di me cioè dentro la mia cultura) che ho incominciato a chiedermi cos’è il Bene, cos’è il Male, se il Padreterno esiste o non esiste”.
Per il suono delle campane Oriana aveva un amore speciale: “sebbene coi preti io non vada d’accordo la musica delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore”.
Le sente quasi come l’ultimo canto dell’Occidente e se la prende con quel “muezzin che puntualmente esortava i fedeli, assordava gli infedeli, e soffocava il suono delle campane” perché lei, laicissima, lamenta l’agonia della nostra civiltà: “Crolla l’Occidente, crolliamo noi. E non solo in senso finanziario… E al posto delle campane ci ritroviamo i muezzin, al posto delle minigonne ci ritroviamo il chador anzi il burkah, al posto del cognacchino ci ritroviamo il latte di cammella”.
Johan Huizinga nel suo Autunno del Medioevo così racconta la vita delle città europee: “Un suono c’era che sempre riusciva a coprire le altre voci della vita affaccendata e che… sapeva sollevarle tutte, per un momento, in un’atmosfera d’ordine: il suono delle campane. Le campane erano nella vita giornaliera come buoni spiriti ammonitori che, con voce ben nota, annunziavano ora il lutto ora la gioia, ora il riposo ora l’agitazione, ora chiamavano a raccolta ora esortavano”.
Che la voce dolce delle campane sia la colonna sonora dei secoli cristiani lo mostra anche il Manzoni, in quei Promessi sposi che sono il nostro poema nazionale.
L’Innominato, il “terribile uomo” che aveva vissuto lontano da Dio e contro la sua gente, alla fine di quella notte di tormento e angoscia, al limite del suicidio, viene sorpreso all’alba dal suono delle campane e vede, nella valle, tutto un popolo che corre festoso verso la chiesa dov’è atteso il cardinale Federigo Borromeo: “e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù”.
Quel popolo lieto, di cui le campane sono “la voce”, rappresenta il segno visibile e udibile della grazia e lì infatti comincia la conversione dell’Innominato, che poi ritrova Dio, nella Chiesa, e il suo popolo. Quel popolo italiano, fatto di gente semplice, che – insieme alla Provvidenza – è il protagonista del capolavoro manzoniano.
In tutta la cristianità, occidentale e orientale, le campane hanno un grande significato simbolico. Nel film Andrej Rublëv, il capolavoro di Andrej Tarkosvkij, ambientato nella Russia del XV secolo, straziata dai tartari invasori e dalle lotte fra i principi, la scena finale della campana non celebra solo la genialità artistica, capace di vincere sul caos, di unire le persone e di ridare senso alla vita, non è solo il trionfo dell’arte e della spiritualità sulla disperazione, ma è anche la voce che chiama il popolo umiliato e straziato alla rinascita, spirituale e anche civile.
Del resto anche nelle città del nostro Medioevo la campana è stata simbolo dell’identità civica. A Siena, per esempio, il “Campanone”, dedicato alla Madonna Assunta, sta in cima alla Torre del Mangia, nel Palazzo pubblico, e da secoli riempie tutta la città e la campagna circostante con i suoi potenti e profondi rintocchi che segnano i giorni di festa e i pericoli.
C’è peraltro da secoli un nesso fra la campana e lo scorrere del tempo. Perché scandisce le ore? Murray Schafer nel libro Il paesaggio sonoro spiega: “Questo legame tra orologio e campana della chiesa non era certamente fortuito. Il cristianesimo aveva introdotto infatti una concezione rettilinea del tempo inteso come progresso – sia pure un progresso spirituale – che aveva un proprio punto di partenza (la Creazione), un culmine (Gesù Cristo) e una sua fatidica conclusione (l’Apocalisse)”. La campana segna le ore e così all’uomo “ricorda il suo essere mortale”.
Vibra nell’aria come ponte verso il cielo e l’eternità. Per questo, come spiegava Cristina Campo, la Chiesa accompagna ogni campana con precisi riti: “Sin dalla sua nascita nella fonderia, la campana è circondata di cerimonie. La stessa arte di fonditore di campane è tramandata per secoli nelle famiglie come una vocazione religiosa”.
Nel 2022 l’Unesco ha riconosciuto l’arte del suono manuale delle campane come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Ma non sarebbe il caso di allargare questo riconoscimento allo stesso suono delle campane?
Consideriamo Roma. Il suono delle campane della città eterna è indescrivibile ed è tutt’uno con quel panorama di chiese e campanili, di monumenti di una civiltà millenaria e di tesori d’arte. È la voce del cuore della cristianità. Che riecheggia in tutte le città, i borghi e le campagne d’Italia e (forse ancora) d’Europa. Si pensi a Notre-Dame di Parigi.
Romano Guardini ha scritto: “ ‘così vasto il mondo’ dicono le campane. ‘Così pieno di nostalgia… Dio chiama… in Lui solo è la pace’. O Signore, più vasta del mondo è la mia anima. Più profondo di tutte le valli è il suo sospiro e il suo anelito è più doloroso del rintocco che va perdendosi nelle lontananze. Tu, Signore, Tu solo lo puoi soddisfare. Tu solo…”.
Antonio Socci
Da “Libero”, 2 febbraio 2026






