All’inizio delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina la Cnn ha annunciato che “questa generazione di donne olimpioniche ha cancellato l’idea che la maternità metta fine al sogno di una medaglia d’oro”.

Alla fine il New York Times ha titolato: “There’s no question: the 2026 Winter Olympics were for the moms”. L’articolo si conclude così: Sono finiti i tempi in cui le donne dovevano scegliere fra la maternità e una carriera nello sport”.

Nelle tante atlete mamme che hanno festeggiato le loro medaglie con i figli in braccio, il NYT vede una svolta storica.

Per la verità nel caso di Francesca Lollobrigida alcuni non lo hanno capito. Magari per un malinteso femminismo c’è chi ha ritenuto inopportuna la presenza del figlio al momento del primo oro della mamma, come se la campionessa così non avesse potuto godersi la gloria che meritava.

Ma la Lollobrigida ha replicato: “era una settimana che non vedevo mio figlio. Subito dopo la gara, con addosso l’emozione dell’oro e dello stadio strapieno, lo volevo coccolare: l’ho cercato, abbracciato, l’ho portato con me a fare le interviste perché sapevo che il giorno dopo sarebbe ripartito. Ho voluto passare ogni minuto utile insieme. Mi hanno scritto: che bambino maleducato! Ma criticate me, non un bambino di nemmeno tre anni! Mi è sembrato di essere stata spontanea, vera. Invece le donne, anche le mamme, mi hanno attaccata. Tuo marito dov’è? hanno chiesto, senza sapere che Matteo tiene sempre Tommi! Mi sono dispiaciuta. La gente non sa nulla di quello che c’è dietro a due ori olimpici”. Poi ha spiegato che ci sono pure i nonni dietro quei due ori: c’è “tutta la famiglia”.

Qui si scopre qualcosa di più profondo. Giuseppe Frangi, sul Sussidiario, ha giustamente osservato che sono tanti i campioni e le campionesse che sul podioavevano “a fianco una famiglia, garanzia di serenità e di forza”. Ha citato pure le storie di Federica Brignone, di Flora Tabanelli e di Davide Ghiotto.

Frangi conclude: “Si può continuare a scavare nelle storie degli altri medagliati italiani, ma queste quattro sono emblematiche e sufficienti a proporre che una medaglia d’oro in queste Olimpiadi vada assegnata d’autorità alla famiglia. La famiglia che ha dimostrato di essere paziente incubatrice di campioni, ambito dove è possibile veder crescere talenti che sanno battere tutti ma che tengono i piedi per terra. Contesto dove la febbre agonistica viene temperata dal calore e dalla calma dei rapporti. Per quanto sia bistrattata, marginalizzata e in affanno, la famiglia continua ostinatamente a mostrarsi la migliore palestra di vita e anche di vittorie. Il gradino più alto del podio è per lei”.

È vero. L’ideologia dominante – nei media, nel cinema, nella letteratura contemporanea – rappresenta spesso la famiglia come il ricettacolo di ogni male. Invece è il contrario. Pur con tutti i limiti degli esseri umani, da cui è composta, è tuttora il grande pilastro buono della nostra società.

Non solo fa crescere campioni dello sport, ma anche della vita. Spesso con un eroismo quotidiano, quello di mamme e papà, di nonni e figli e fratelli e sorelle. Non a caso la famiglia è il vero cuore del nostro welfare. Senza di essa salterebbe tutto il sistema.

È il sostegno dei figli in cerca della loro strada ed è anche l’abbraccio e la cura per malati, anziani e disabili. Nel 2023 gli anziani non autosufficienti hanno superato i quattro milioni e le Rsa a loro dedicate coprono solo una piccolissima parte del bisogno (come l’assistenza domiciliare). Poi ci sono le persone disabili. Sono ben sette milioni coloro che si prendono cura ogni giorno (e ogni notte) di una persona cara. L’aiuto esterno è fornito da circa 1 milione e 34 mila badanti (fra regolari e irregolari).

Le famiglie, come caregiver familiari silenziosi e invisibili, meriterebbero davvero una medaglia d’oro. Il valore economico del loro lavoro gratuito è stimato in 50/60 miliardi di euro l’anno. Un’enormità. Una sorta di megatassa a carico delle famiglie di cui nessuno parla. A cui andrebbero sommati i soldi risparmiati dallo Stato per i ricoveri ospedalieri e le Rsa.

Poco si è fatto per loro in passato. Nel novembre 2022 l’Italia ebbe perfino una tirata d’orecchie dal Comitato Onu sui diritti delle persone con disabilità per la mancata tutela dei caregiver familiari. La legge di bilancio 2026 ha finalmente istituito un fondo dedicato a loro che riconosce il valore sociale del lavoro di cura e prepara il terreno per contributi diretti, a livello nazionale.

Certo, i soldi stanziati sono ancora pochi perché la coperta della finanza pubblica è corta, dopo gli sprechi dei governi passati. Ma la direzione è quella giusta.

Il riconoscimento politico del ruolo fondamentale della famiglia, che produrrà iniziative legislative, deve diventare anche riconoscimento culturale. La famiglia non merita indifferenza e tanto meno disprezzo o demonizzazione. Perché senza la famiglia crolla tutto. Non se n’è ancora compreso il valore.

Com’è noto certe élite intellettuali (che non amano la famiglia) professavanol’ideologia marxista. La descrizione più celebre che Marx, nella Critica al programma di Gotha, ha fatto dell’utopica società comunista del futuro è questa: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Chi ha realizzato questa meraviglia? Sono decine i Paesi dove si è instaurato un sistema comunista, ma non ce n’è uno che abbia concretizzato quella prospettiva per cui sono stati versati fiumi di sangue.

Invece la famiglia sì. Proprio nella famiglia (detestata dal comunismo) quell’utopia è realtà quotidiana. Perché nella famiglia c’è la sola forza che sa realizzarla: l’amore. Parola inesistente in tutta la filosofia marxista e nei sistemi comunisti.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 24 febbraio 2026