Il circo mediatico-politico, che è eccitato da settimane perché s’illude di trasformare papa Leone XIV nel simbolo planetario dell’anti trumpismo (questa sì è una irrispettosa strumentalizzazione), sarà deluso.

Perché ieri il dialogo del Segretario di Stato Usa Marco Rubio con il Papa, poicon il card. Pietro Parolin, non solo è stato “amichevole e costruttivo”, ma ha sottolineato – come scrive lo stesso Rubio – “il nostro impegno condiviso nel promuovere la pace e la dignità umana”.

Di sicuro uno degli argomenti è stato il futuro di Cuba che sta a cuore, anche per motivi personali, a Rubio come alla Chiesa cattolica che nell’isola è importante ed è stata a lungo perseguitata dal regime comunista.

La fine della dittatura e l’arrivo della libertà per i cubani – che sarebbe un evento storico – è nei disegni dell’amministrazione americana e di sicuro sarebbe ben vista dalla Chiesa che però tende a rifiutare l’uso della forza militare. Proprio la Chiesa (con Leone XIV) ha già svolto un ruolo di mediazione fra il regime, che è disastroso per Cuba, e la Casa Bianca, per cui potrebbe avere un ruolo importante pure in futuro.

Anche questo c’è dietro le parole della Santa Sede che ha comunicato che gli incontri con Rubio sono stati “cordiali” e hanno permesso di rinnovare “il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America”. Condividendo la necessità di “lavorare instancabilmente in favore della pace”.

Non è una generica formula diplomatica. Esprime la consapevolezza degli uni e degli altri che la Chiesa Cattolica e gli Stati Uniti devono dialogare e collaborare al massimo per il bene dell’umanità.

Non è solo per ovvio realismo, dettato a Roma dal peso degli Usa nel mondo e a Washington dall’importanza dei cattolici in America (dove sono ormai la prima confessione cristiana). C’è molto di più e il primo Pontefice statunitense della storia lo sa bene.

Gli Stati Uniti, che quest’anno celebrano il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, che è il loro atto di nascita, hanno avuto fin dall’inizio un legame fortissimo con la fede cristiana.

John Adams, che fu il secondo Presidente degli Stati Uniti, subito dopo George Washington, scriveva nel 1813 a Thomas Jefferson: “I principi generali su cui i Padri conseguirono l’indipendenza erano i principi generali del cristianesimo e allora credevo, e ancora oggi credo, che quei principi generali del cristianesimo siano eterni e immutabili”.

Non si tratta di idee ottocentesche, tanto è vero che gli Stati Uniti sono la più clamorosa confutazione storica dell’idea positivista secondo cui modernità e religione sono incompatibili: la più grande e moderna delle potenze mondiali è anche uno dei Paesi più fortemente religiosi ed è stato, per tutto il Novecento, il faro della libertà nel mondo.

Decisiva è la sintesi fra cristianesimo e libertà. Uno dei presidenti più amati della storia americana, John F. Kennedy (che fu il primo presidente cattolico), nel suo discorso d’insediamento, il 20 gennaio 1961, disse: “i diritti dell’uomo non derivano dalla generosità dello Stato, ma dalla mano di Dio”.

Non è un concetto confessionale, è il principio che sta alla base del liberalismosecondo cui l’uomo è titolare di diritti che esistono prima dello Stato e che, quindi, lo Stato non può violare, ma solo riconoscere e proteggere. Anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 implicitamente si basa su questo principio.

Si tratta di quella “legge naturale” che sempre la Chiesa cattolica, con pontefici come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (poi anche con Leone XIV) ha indicato agli Stati come riferimento fondamentale.

Joseph Ratzinger, in un libro firmato anche da Marcello Pera, Senza radici(Mondadori), cita l’opera di Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, in particolare questa frase: “Il dispotismo può fare a meno della fede, la libertà no”.

E commenta: “Benché anche in America la secolarizzazione proceda a ritmo accelerato e la confluenza di molte differenti culture sconvolga il consenso cristiano di fondo, lì si percepisce, assai più chiaramente che in Europa, l’implicito riconoscimento delle basi religiose e morali scaturite dal cristianesimo e che oltrepassano le singole confessioni”.

Rispetto al 2004, quando sono state scritte tali parole, negli Stati Uniti, con le presidenze Dem, si è verificato un forte strappo rispetto a questa identità culturale (che era chiara anche in John Kennedy, mentre non è più così nell’attuale partito democratico ormai woke).

La presidenza Trump rappresenta proprio un ritorno ai principi dell’identità americana e non a caso ha esponenti cattolici in primo piano (come Rubio e Vance) ed è la più vicina ai tradizionali insegnamenti della Chiesa in tema di principi non negoziabili (avversati dalle presidenze Dem).

Esistono temi su cui c’è dissenso, come le politiche immigratorie, ma Leone XIV ha riconosciuto il diritto degli Stati di regolare gli ingressi. Il dissenso è più sulle modalità. È una questione risolvibile.

Anche sull’uso della forza militare, perché in realtà Trump non è affatto un bellicista, come dimostra il suo sforzo di pacificazione in Ucraina, a Gaza e in altre situazioni.

Nell’intervento sull’Iran sta tentando, soprattutto con il negoziato, di impedire che un regime crudele e sponsor del terrorismo possa dotarsi dell’arma atomica che, anche senza essere usata, gli permetterebbe di condizionare il mercato mondiale del petrolio e quindi il mondo.

Più che una guerra dunque è un tentativo di scongiurare future guerre e disastri. D’altronde sulla guerra (e sulle politiche migratorie), come scrisse nel 2004 Ratzinger proprio ai vescovi americani, “ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici” (non così sui principi non negoziabili). Il mondo, direbbe Dante, ha bisogno della Chiesa e dell’Impero (cristiano).

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Antonio Socci

Da “Libero”, 8 maggio 2026