Al G7, con il Papa, si parla di Intelligenza artificiale. Fra i pionieri delle nuove tecnologie c’è un italiano: Federico Faggin.

Nato a Vicenza nel 1941, laureato in fisica, nel 1968 va a lavorare in California, nella Silicon Valley, dove sviluppa la tecnologia che rese possibile l’inizio della rivoluzione informatica. Così accumula invenzioni e grandi riconoscimenti.

“Fino all’età di quarant’anni” racconta nel libro Irriducibile “avevo vissuto facendo quello che fa la maggior parte di noi: avevo cercato la felicità fuori di me (…). Mi ero buttato a capofitto nel lavoro e avevo soppresso nel profondo qualsiasi interferenza che potesse distrarmi dai miei obiettivi”.

Scrive: “avevo perso la connessione con la mia realtà interiore. Ero caduto nella trappola in cui cade la maggior parte di noi”. Al culmine del successo la domanda cruciale: Com’è possibile che io non sia felice quando ho ottenuto tutto ciò che dovrebbe rendermi tale?”

Era la scoperta più grande: il mistero dell’uomo, fatto per una felicità infinita che nessuna cosa finita può dargli. Avendo studiato per anni la possibilità di costruire un computer dotato di coscienza, Faggin arriva alla conclusione che la causa della mia disperazione era collegata con il mistero della coscienza”.

Poi racconta di una strana esperienza vissuta nel 1990. La definisce un “risveglio”. Parla dell’“essenza della realtà” che gli si è rivelata “e il suo autoconoscersi è vissuto come un amore irreprimibile, dinamico e pieno di gioia e di pace”, “a livello mentale sapevo con certezza che tutto è ‘fatto’ d’amore. Per la prima volta nella mia vita avevo sperimentato l’esistenza di un’altra dimensione della realtà”.

Si rende conto così che l’uomo non è solo un corpo mortale, né un computer biologico: noi “siamo esseri spirituali” che temporaneamente hanno un corpo fisico.

Ma le riflessioni di Faggin alla fine prendono una china un po’ panteista e orientaleggiante. Eppure la scoperta della nostra dimensione spirituale porta alla trascendenza e dovrebbe far riscoprire l’avventura del pensiero filosofico greco e della metafisica.

Essa inizia con i presocratici che si interrogano sull’arché  (il Principio) e sul Logos (l’ordine razionale della realtà) che – diceva Eraclito – è eterno e governa tutte le cose.

Bisognerebbe tornare alle sorgenti della nostra civiltà che ha illuminato il mondo. Aristotele scrive: “Se oltre le cose sensibili non esistesse nient’altro, non ci sarebbe neppure un principio, né ordine, né generazione, né movimento dei cieli […]. Se non esistesse nulla al di fuori delle cose singole, non ci sarebbe nulla di intelligibile […] e di nulla vi sarebbe scienza”.

Ecco la sua conclusione razionale: “Da un tale principio dipendono il cielo e tutta la natura. E il suo modo di vivere è il più eccellente […]. L’atto del suo vivere è piacere […]. Ed Egli è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è vita, ed Egli è appunto quell’attività. E la sua attività che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna. Diciamo, infatti, che Dio è vivente, eterno e ottimo: cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio”.

Un giorno di 2000 anni fa, san Paolo arriva sull’Areopago di Atene e annuncia che quel Dio misterioso, che ha creato l’universo e il suo ordine, si è fatto uomo. Ed è Amore.

Non ce ne rendiamo conto, ma noi oggi brancoliamo nel buio ponendoci proprio le domande a cui l’avvenimento cristiano ha la pretesa di rispondere.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 15 giugno 2024

 

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