Una delle poche cose che sappiamo di Benjamin Tammuz è questa: nacque esattamente cento anni fa, l’11 luglio, in Unione Sovietica, arrivò nella terra d’Israele con la famiglia all’età di cinque anni ed è morto proprio trent’anni fa, il 19 luglio 1989, a Gerusalemme. Quindi il suo è un doppio anniversario.

L’altra cosa certa è che ha pubblicato alcuni romanzi, uno dei quali, “Il Minotauro”, è un autentico capolavoro e – quando uscì, nel 1980, in Israele (l’anno dopo tradotto in inglese) – fu definito da Graham Greene “il miglior romanzo dell’anno”.

Per il resto Tammuz rimane alquanto misterioso. Sulla rivista letteraria online, “Pangea”, qualcuno – suo appassionato lettore – ha cercato altre notizie. Ecco le poche cose che ha reperito (in aggiunta all’apprezzamento di Greene). Anzitutto il necrologio del New York Times: “autore israeliano di origine russa, scultore e sostenitore della convivenza tra arabi ed ebrei, è morto di cancro, aveva 70 anni”.

Inoltre sappiamo che ha studiato alla Sorbona negli anni Cinquanta, ha lavorato per il giornale israeliano Haaretz”  e pure all’ufficio culturale dell’ambasciata israeliana a Londra. Non c’è traccia di interviste.

È assai poco per l’autore di un libro straordinario come “Il Minotauro”. Cosa che fa dire all’articolista di “Pangea” che Tammuz è “inafferrabile” come il protagonista del suo capolavoro.

Del resto anche il senso di questo romanzo – pubblicato in Italia dalle Edizioni E/O – è difficile da cogliere. Lo stesso titolo rimanda al tema problematico del labirinto.

E’ la storia di un agente segreto israelianoe di una ragazza che però non s’incontreranno mai realmente. Una spy story che si sviluppa come storia d’amore fatta di attesa e non di possesso. Un’attesa infinita ed enigmatica che somiglia misteriosamente all’Attesa millenaria del popolo d’Israele.

E – a ben vedere – proprio Israele sembra essere il protagonista silenzioso che rimane sempre all’orizzonte, o meglio l’amore del protagonista per “il paese che servo”, per “i monti, le valli, la polvere, la disperazione, le strade, i sentieri”.

L’incipit (folgorante) immortala il casuale incontro, su un autobus londinese, dell’agente segreto con l’ignara ragazza, molto più giovane, la quale però non si accorge di quest’uomo che subito s’innamora follemente e per sempre di lei.

Tutta la prima parte (molto coinvolgente) riporta le lettere, senza firma, che lui invia a lei. Nella prima scrive fra l’altro: “Non avrai mai l’occasione di farmi delle domande, ma la mia voce ti giungerà nelle lettere, e io so che le leggerai … da quando ho memoria di me, io ti ho cercata. Mi era chiaro che tu esistevi, ma non sapevo dove”.

La ragazza resta sorpresa e commossa da questo “amico Sconosciuto” che le manifesta il suo amore appassionato, geloso e misterioso. Lui sa tutto di lei, ma lei naviga nel buio, non capisce chi sia.

La ragazza gli scrive lettere di risposta che solo più tardi potrà inviare. Gli dice: “nessuno vede le cose belle che tu vedi in me. Mi abitui a qualcosa che nessuno mi darà mai. Io voglio vederti”. E ancora: “fino a quando sarai Sconosciuto?”

Il nome della ragazza è Thea ed è inevitabile cogliervi un’allusione a Dio, ma anche un doppio della moglie di lui che si chiama Lea. L’agente si chiama Aleksandr Abramov, nome altrettanto significativo.

S’insinua pian piano la sensazione che tutta questa strana storia d’amore rimandi a un’altra grande storia d’amore, quella narrata nella Sacra Scrittura fra Jahvè e il suo popolo: lui, onnipresente e invisibile che sa tutto, che vive un amore geloso e possessivo per la donna la quale brama di vederne il volto. Il tutto attraverso la scrittura.

Per tutta la Bibbia Dio parla al suo popolo come un uomo innamorato alla donna che ama. Continuamente le manda messaggi, segni, veglia su di lei e quando – per qualche tempo – lui tace, questo silenzio provoca smarrimento.

E’ così anche per Thea, che scrive allo Sconosciuto: “non dubito del tuo amore, ma questo amore è al di sopra delle mie forze. Sono un po’ come la tua vedova! Tu non hai il diritto di morire e non hai il diritto di tacere. Dimmi cosa devo fare”.

Lo scrittore commenta: “ma gli agenti segreti, come Dio, mandano segni solo ai loro confidenti. Sono molto crudeli e anche infelici, a volte. Comunque, tacciono”.

La presenza di lui è – al tempo stesso – incombente e inafferrabile, tanto che Thea è spesso tentata di ritenerla solo un sogno. Ma la sua “assenza” riempie tanto la sua vita che il desiderio di incontrarlo si fa struggente.

Tutto lo svolgersi del racconto, con eventi sconcertanti e anche drammatici, è una lenta marcia di avvicinamento a quel fatale incontro.

Proprio come la storia del popolo eletto – tante volte tentato di diventare un popolo come gli altri, dimenticando lo “Sconosciuto” che parlò ad Abramo – è una lunga attesa del Messia, dell’incontro in cui “riconoscere” il volto bramato e desiderato.

Thea pensa a volte di cancellarlo dalla memoria e dalla propria vita. Ma è impossibile – dice lo scrittore – perché “una figura fatta di parole e tempo è indistruttibile” e “nessuna realtà sarebbe stata in grado di sconfiggere un sogno”. Del resto è impossibile anche perché lo Sconosciuto è fedele, geloso e talora le invia segni chiari.

Cosicché l’attesa struggente di Thea è assetata di queste tracce: “dammi un segno… Dammi un segno, mio morto, dammi un segno. Non puoi continuare a trattarmi così”.

Un giorno lui scriverà a Thea: “al di là delle cose che si possono comprendere, verificare, analizzare e adoperare, c’è dentro di noi – forse anche fuori di noi – un’Entità cosciente, infinitamente più saggia  del nostro intelletto. Io collaboro con questa Entità ogni giorno, specialmente nel mio lavoro… non ho guida migliore; è lei che mi ha fatto vedere la tua immagine, dal giorno in cui ho memoria di me stesso… Ti amo, Thea. Se c’è un Dio ci farà incontrare”.

Alla fine infatti qualcosa del genere accadrà, ma si trasformerà in tragedia. Proprio negli istanti in cui finalmente i due stanno per incontrarsi un attentato ucciderà l’agente segreto: i due potranno appena vedersi da lontano e mentre lui esala l’ultimo respiro lei potrà solo, disperatamente, sfiorarlo con le dita.

Esattamente come nella riproduzione di quell’incisione di Picasso che lui aveva alla parete della sua stanza da bambino, dove un minotauro  veniva ucciso e una donna pietosa si chinava su di lui per toccare la sua fronte: “Tra la mano tesa e la testa gigantesca era rimasta una piccola distanza e Aleksandr sapeva che se la mano avesse toccato la testa, il moribondo si sarebbe salvato”.

Da bambino, una sera, aveva contemplato per molto tempo quell’immagine prima di addormentarsi: “Aspettò a lungo, forse il miracolo sarebbe accaduto e la mano, nonostante tutto, avrebbe toccato la testa. Ma il miracolo non accadde e Aleksadr chiuse gli occhi”.

Cosa significa il minotauro, un uomo con la testa di toro? E’ un mostro? O è ritenuto tale ingiustamente? O è semplicemente un essere con due nature? Anche questo è un enigma. Forse addirittura il principale.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 14 luglio 2019

 

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