La prossima Biennale sarà ricordata, in futuro, come la Biennale di Putin, con tutto quello che implica per l’immagine dell’Italia nel mondo? Speriamo di no.

Si oppongono alla presenza russa il nostro governo e la Ue che minaccia di cancellare i finanziamenti. E c’è la protesta di 22 Paesi che potrebbero tirarsi indietro. Dunque non sarà una “Biennale della tregua”. Non è così che si aiuta la pace.

Nell’intervista a Repubblica con cui Pietrangelo Buttafuoco ha acceso le polveri, annunciando il grande ritorno della Russia di Putin a Venezia (e la presenza dell’Iran), il presidente della Biennale ha affermato che la Russia è “proprietaria di un padiglione” come se, quindi, fosse suo diritto intoccabile partecipare (in realtà non accade dal 2022, ci sono sanzioni internazionali che l’hanno isolata per l’invasione dell’Ucraina).

Ma Buttafuoco ha pure rivendicato questa decisione sottolineando “l’autonomia della Biennale” e ha addirittura spiegato che così fa “politica estera”.

Quindi l’apertura alla Russia è stata una scelta voluta che si poteva evitata. Buttafuoco non ha intenzione di ripensarci nonostante l’opposizione del governo di centrodestra (senza il quale – lui dice – “io non sarei qui”). Anzi, oltre a confermare la sua decisione di “politica estera”, ora sembra intenzionato a raddoppiare la sfida.

Rispondendo a chi gli aveva suggerito di dare spazio ai dissidenti del regime putiniano, ha annunciato la decisione di invitare “cinque protagonisti di oggi sgraditi assai ai loro governi, rispettivamente di Usa, Israele, Cina, Russia e Ue” (assenti gli Stati islamici).

Così, fingendo di aprire al dissenso, in realtà si dà un’altra legittimazione alla Russia equiparandola (con la Cina) agli Stati democratici occidentali e delegittimando la loro politica che vuole isolare chi ha invaso l’Ucraina.

Si sbandiera la “libertà dell’arte”, ma che libertà espressiva è quella della Biennale se le scelte sono fatte dai governi e dai regimi? È un’impostazionestatalista che non c’entra niente con la libera creatività degli artisti.

Buttafuoco ha affermato che non vuole la censura. Giusto. Ma è peggio spalancare le porte ai censori secondo gli 8 mila artisti, intellettuali e politicidi tutto il mondo che hanno firmato una lettera di protesta contro il ritorno della Russia alla Biennale.

È così? Anna Zafesova sulla Stampa ha spiegato che il padiglione russo è curato da Anastasia Karneeva, “figlia del generale Nikolay Volobuev, una vita nel Kgb” e poi incarichi in gruppi “monopolisti delle armi russe”. La Karneeva “possiede l’agenzia SmartArt insieme a un’altra moscovita di buona famiglia, Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri, Sergey Lavrov”.

Pare che la performance L’albero con le radici nel cielo, proposta nel padiglione russo, scrive Zafesova, voglia “presentare la Russia come Paese aperto e multietnico”.

Secondo Danila Tkachenko, artista russo in esilio, “scommettere sui suoni, sul politicamente corretto del folclore musicale” permette anche di non avere artisti scomodi che fanno dichiarazioni fuori linea (“è una tipica operazione dei servizi russi”, secondo Tkachenko).

E poi sul registro “politicamente corretto” la Russia si sintonizza con una Biennale che, come ha scritto Panza sul Corriere della sera, prosegue sulla linea Woke, con la “critica verso la cultura occidentale”.

Peccato. Ci si aspettava il contrario. Era l’occasione storica per una svolta, per uscire da “quell’odio di sé dell’Occidente” che Joseph Ratzinger ci aveva invitato ad abbandonare.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 14 marzo 2026