Sono tornati i lupi, animali belli e suggestivi, ma anche perniciosi per gli allevatori. Soprattutto animali carichi di evocazioni simboliche ed emotive radicate nel profondo del nostro immaginario.

Nei giorni scorsi sia “Repubblica” che il “Corriere della sera” hanno messo il lupo in prima pagina. Perché ormai sono tornati.

Ne è stato segnalato uno pure tra Boffolara e Magenta – dove ha mangiato un agnello – e il direttore del Parco del Ticino, Claudio Peja, esulta: “Dal medioevo non c’è più stato un lupo in pianura. Siamo una riserva Unesco. Per noi è una grande notizia”.

Immagino lo sia un po’ meno per il pastore proprietario dell’agnello. “In questi anni” dice Peja “erano arrivati il Picchio nero da Nord e l’istrice da Sud”. Ma colpisce quell’evocazione del medioevo a proposito del lupo.

In effetti c’è stato un tempo in cui i lupi erano i padroni incontrastati dell’Europa, delle pianure, delle colline e dei monti, ed è da allora che il lupo ha conquistato e occupato un posto nel folklore e nell’immaginario dei popoli italici ed europei. Qual è stato il tempo dei lupi?

SPAVENTOSA REGRESSIONE        

Lo ha raccontato mirabilmente Vito Fumagalli in un libro di alcuni anni fa, “L’alba del Medioevo” (Il Mulino) che ha capitoli così titolati: “Uomini e lupi”, “Dove i lupi diventano ciechi”, “il dominio della notte”.

Quell’epoca è il VI secolo dopo Cristo, quando – con le invasioni barbariche e il crollo dell’Impero Romano – sembrò di assistere non solo a una regressione all’età primitiva, alla decadenza e all’inselvatichirsi di città e campagne, ma addirittura alla stessa fine del mondo.

Scrive Fumagalli:

“Verso la fine del sesto secolo dopo la nascita di Cristo, molti uomini di cultura videro eclissarsi in Occidente la civiltà antica sotto i colpi della guerra, della peste, della carestia; assisterono ai sussulti estremi di un’epoca senza intravedere possibilità di sopravvivenza, senza sperare in un’altra civiltà; sembrava la fine di tutte le cose, che essi erano portati a identificare con la fine dell’Impero Romano, delle sue città, delle sue tradizioni, dei suoi ideali”.

Quando uscì il libro di Fumagalli (allora lavoravo per “Il Sabato”) andai a intervistarlo (insegnava storia medievale all’università di Bologna).

Mi rappresentò quell’epoca molto bene:

“La parola che più spesso si trova nelle cronache del VI secolo è ‘solitudini’. Città antiche e villaggi decaduti, scomparsi, abbandonati, invasi dalla foresta e dagli animali selvatici. Le campagne disseminate di rovine di ponti, chiese, strade. Un mare di vegetazione senza anima viva. C’è un pauroso crollo demografico, sono ormai pochissimi gli uomini sulla terra e sempre più isolati, paurosi e aggressivi. Lunghe epidemie, guerre, violenze, variazioni del clima, rendono la speranza di vita brevissima. Le terre sono state abbandonate, l’economia si riduce alla sussistenza. Selve, paludi e laghi invadono tutto. Perfino le poche città sopravvissute. Le tenebre dominano gran parte delle giornate, soprattutto in certe stagioni. I lupi ed i serpenti si moltiplicano, diventano una presenza minacciosa. Si tocca davvero il fondo. Tutti hanno la sensazione della fine del mondo incombente”.

Questa cancellazione dell’antica civiltà romana ebbe un simbolo particolare proprio nel proliferare dei lupi. Per secoli.

“Carlo Magno” scrive Fumagalli nel suo libro “dovette creare dei funzionari appositi per la caccia ai lupi, che vennero chiamati lupari. Nelle grandi foreste del nord della Francia, nelle vaste brughiere, sui monti, dovunque i lupi erano aumentati fuor di misura”.

Il “lupo” suo malgrado divenne un simbolo concreto e minaccioso del male.

Infatti “il nome ‘Lupo’ era dato con frequenza alle persone… grande era il valore totemico e sacrale che il lupo rivestiva”.

COME OGGI

Nei tempi moderni l’epiteto di “lupo” è stato usato solo per certi protagonisti delle speculazioni finanziarie di Wall Street, ma oggi – col prevalere della tecnologia umana e dell’urbanizzazione – sembra di essere all’opposto di quel mondo devastato e inselvatichito.

Siamo però sicuri che sia proprio così? Ci sono devastazioni materiali e devastazioni spirituali e umane.

Mi colpì molto – ed erano molti anni fa – il parallelo che il professor Fumagalli a questo punto fece col nostro tempo: “Come nei nostri giorni, isolamento degli uomini, dispersione, perdita del senso della vita e venir meno della solidarietà. Assistiamo da anni al declino della civiltà, prima una lenta crisi, poi un precipitare convulso. C’è un mondo che se ne va: i nostri giorni somigliano a quel lontano secolo”.

A rileggere oggi queste parole resto sconcertato, perché da allora, negli ultimi 25 anni, i segni di decadenza e di crollo di una civiltà si sono moltiplicati e non sono più scricchiolii, perché si ha davvero la sensazione che stia venendo giù tutto, che le “tenebre” fisiche del VI secolo siano oggi tenebre intellettuali e spirituali ancora più dense e inquietanti delle antiche.

C’è però un finale a sorpresa di questa storia, perché il libro di Fumagalli era intitolato appunto “L’alba del Medioevo”, non “le tenebre”.

LA SPERANZA

Dov’era mai possibile intravedere l’alba in quello scenario di devastazione? E’ importante capirlo per scoprire dove guardare.

Accadde dunque in quel remoto VI secolo che alcuni uomini isolati iniziarono una vita diversa. Uno è Benedetto da Norcia: abbandona la città e si ritira a vita eremitica su una montagna boscosa per vivere solo di Dio.

Lui vorrebbe essere dimenticato dal mondo, ma di fatto molti dal mondo cominciano a seguirlo e a chiedergli di essere loro padre.

Dall’Irlanda centinaia di monaci che popolavano gli “skellings”, isolotti battuti dalle onde dell’Atlantico, sciamano per l’Europa per ricristianizzare un continente che aveva perduto anche la luce della fede: costruiscono ricoveri e monasteri, dissodano terre, bonificano paludi, disboscano, nel gelo e nell’afa, pregando e lavorando.

E’ un fenomeno molecolare, ma imponente.

“In una ricerca recente” mi diceva il professor Fumagalli “si è dimostrato che tra il secolo V e l’XI, fra la Senna e il Reno, circa trecento eremiti hanno dato vita a un centinaio fra città e monasteri, in un’area che non è poi tanto grande”.

Coloro che seguivano questa grandi personalità cristiane – Benedetto, Colombano, Eucherio, Cassiano – inizialmente non avevano una profonda coscienza cattolica, spesso erano presi semplicemente dal fascino umano di quei santi e dal desiderio di abbandonare una società così decaduta.

Ma sono i monaci che tornano a lavorare le campagne, a insegnare la dignità del lavoro manuale (valore tipicamente cristiano, perché nella società romana pagana non era così), a salvare e tramandare tutta la cultura antica copiando gli antichi manoscritti.

Fumagalli – da storico – commentava: “è ciò che occorrerebbe anche oggi per uscire dalla crisi”. In effetti da quegli uomini prese forma il luminoso Medio Evo che fu il primo Rinascimento. Rinacquero le campagne, umanizzate dal lavoro, che divennero fertili giardini, rinacquero le città, la vita economica, culturale e civile, fiorì ogni forma di arte, sbocciarono università e ospedali, comuni e banche.

FRATE FRANCESCO

A valle di quel periodo tumultuoso troviamo un lupo emblematico che tutti ricordano: il lupo di Gubbio.

Siamo ormai arrivati al XIII secolo. Gli uomini non sono più schiacciati da una natura selvaggia, perché già è fiorita la civiltà comunale. Tuttavia il lupo fa ancora paura.

Questo episodio in cui Francesco d’Assisi cambia il lupo feroce in un mansueto “frate lupo” (dopo secoli di terrore degli uomini) mostra che a far prevalere l’umano sulla ferinità selvaggia della natura non fu la semplice attività umana, ma un “uomo nuovo”.

Quello che Francesco incarnava perfettamente nei tempi moderni, come erano già stati “uomini nuovi” i santi Benedetto e i Colombano.

Cosa li caratterizzava? San Colombano definiva i suoi compagni: “gli uomini che non dimenticano Cristo”. Da qui è rinata una civiltà.

 

Antonio Socci

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