A un anno dall’elezione di Leone XIV è evidente la serenità che ha portato nella Chiesa dopo il terremoto del predecessore. Non illumina solo per la bellezza delle sue meditazioni spirituali, per la sua paternità e la sua mitezza. Ma anche per le correzioni di rotta.

Per esempio, rispetto agli anni passati in cui la Chiesa sembrava ormai una Ong, ieri, parlando alle associazioni cattoliche di carità degli Stati Uniti, ha sottolineato che “amare il nostro prossimo comporta offrirgli la possibilità di un incontro autentico con Dio”.

Non è un dettaglio. È l’enorme differenza che passa fra Madre Teresa o don Bosco e l’azione delle Ong. Con il predecessore c’era confusione.

Ma Leone può guardare a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il loro magistero era coerentemente cattolico, armonico come una cattedrale. Era chiaro il centro – Gesù Cristo unico salvatore – da cui si irradiavano poi tutti gli insegnamenti secondari che rimandavano sempre all’essenziale. Anche nella dottrina sociale.

Pure il magistero di Leone è una cattedrale, ma talora in questo anno sono apparsi dettagli fuori contesto, come se – nella cattedrale – vedessimo la bandiera dell’Onu in una cappella laterale o un ritratto di Landini al posto di San Giuseppe o uno striscione contro i missili a Comiso, residuo di una manifestazione degli anni Ottanta (applaudita dall’Urss), al posto della statua della Madonna. Da dove viene tutto questo?

Un po’ da una Curia ancora piena di bergogliani che scrivono molti discorsi di Leone. Il suo doppio standard geopolitico (duro con Trump e reticente con Cina, Iran, Nicaragua e Russia) viene in parte dalla Segreteria di Stato. Ma qualcosa viene pure dal suo passato.

Il libro che esce oggi e che raccoglie gli interventi di Prevost prima del papato, è rivelatore, per esempio su temi come la pace e la giustizia sociale (ovvero i migranti, i poveri, il consumismo, i ricchi, l’ambiente…).

Occuparsi di poveri e sofferenti per la Chiesa non è una novità: lo fa, come nessun altro, da 2000 anni (con migliaia di opere di carità).

Ma il cattoprogressismo, di cui Bergoglio è stato la bandiera, parla di poveri e povertà con un accento di denuncia sociale che non è quello di san Francesco, né di Madre Teresa o di Fratel Ettore o di san Filippo Neri o di san Giovanni Bosco. E senza la cornice teologica dei testi di dottrina sociale dei precedenti pontefici.

Qualcosa stona nel libro che raccoglie i vecchi testi di Prevost (ma non era ancora Papa). Per esempio dove afferma che “non è possibile essere cristiano oggi” senza “la lotta per la giustizia”. Quale giustizia? Quella della Cgil? Quella dei regimi comunisti?

In un’altra pagina, citando un testo del 1974, denuncia “le disuguaglianze di cui patisce il nostro mondo” e poi aggiunge che “la nostra vita (degli agostiniani, ndr) dovrebbe essere un segno di protesta contro la mentalità della società dei consumi nella quale viviamo”.

Tema tipico degli anni Settanta, quando l’Italia era appena uscita dalla miseria con il miracolo economico e i figli di papà del ’68, con la pancia piena, tuonavano contro il “consumismo” del capitalismo che aveva permesso ai poveri (com’era anche la mia famiglia) di raggiungere condizioni di vita dignitose.

Prevost, in questi vecchi interventi, dice agli agostiniani che la loro “missione” è “proclamare la giustizia che è segno del Regno di Dio”, “annunciare il Vangelo del Regno agli uomini del nostro tempo”.

La parola “Regno” è rivelatrice. Da dove arriva? Benedetto XVI, nel libro Gesù di Nazaret, spiega che i teologi progressisti hanno elaborato “una reinterpretazione secolaristica del concetto di ‘Regno’”.

Secondo costoro prima del Concilio si poneva la Chiesa al centro del cristianesimo, poi si passò al cristocentrismo e infine al teocentrismo, ma sia la Chiesa, che Cristo che Dio, a loro parere, sono divisivi.

Così posero al centro il Regno che, riassumeva Ratzinger, “costituirebbe la via giusta per unire finalmente le forze positive dell’umanità nel cammino verso il futuro del mondo. ‘Regno’ significherebbe semplicemente un mondo in cui regnano la pace, la giustizia e la salvaguardia della creazione. Questo ‘regno’ dovrebbe essere realizzato come approdo della storia. E – spiegava Ratzinger – sarebbe il vero compito delle religioni: lavorare insieme per la venuta del ‘regno’. Per il resto esse potrebbero ben mantenere le loro tradizioni”, ma collaborando “per un mondo in cui siano decisivi la pace, la giustizia e il rispetto della creazione”.

Così, spiegava Ratzinger, non ci sarebbe più bisogno di evangelizzare i non cristiani. Ma è la strada giusta?

“Osservando bene” scriveva Benedetto XVI “si resta perplessi: chi ci dice infatti che cos’è la giustizia? Che cosa nella concretezza si pone al servizio della giustizia? Come si costruisce la pace? A un’osservazione più attenta l’intero ragionamento si rivela un insieme di chiacchiere utopistiche prive di contenuto reale, a meno che sotto sotto vengano presupposte, come contenuto di questi concetti che tutti devono accogliere, dottrine di partito”.

Come per le manifestazioni sui missili a Comiso del 1983, a cui parteciparono gli agostiniani e padre Prevost, per il disarmo unilaterale (con la regia del Pci e gli applausi del Cremlino).

Benedetto XVI concludeva così la sua analisi del regnocentrismo: “Un punto emerge su tutto: Dio è sparito, chi agisce è ormai solo l’uomo. Il rispetto delle ‘tradizioni’ religiose è solo apparente. La fede e le religioni vengono usate a fini politici. Conta solo organizzare il mondo. La religione conta in quanto può essere in ciò di aiuto. La vicinanza di questa visione post-cristiana della fede e della religione alla terza tentazione (di Cristo, ndr) è inquietante”.

Ma Prevost, oggi Leone XIV, Papa saggio e di grande fede, saprà evitare questa deriva. Già la prossima udienza a Marco Rubio indica la sua volontà di non farsi usare dal partito anti Trump. Perché è il Vicario di Cristo, non il leader della sinistra.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 5 maggio 2026