Finalmente, con il 4 ottobre, si concluderanno (si spera) le celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco e lasceranno in pace il poverello di Assisi che è stato tirato per il saio dappertutto in questi mesi.
Era un mistico e cercava Dio servendo e lavando i lebbrosi o nel silenzio eremitico della Verna: lì lo si può ritrovare o nella clausura di San Damiano, dove tutto cominciò, o in un confessionale della Porziuncola, più che in convegni, eventi, libri e conferenze, talora fiera delle banalità e falò delle vanità.
Qualcosa di diverso era possibile? Sì. La Rai, che è la prima industria culturale del Paese, avrebbe potuto alzare il livello, ne avrebbe la capacità come nessun altro e lo dimostra la sua storia straordinaria.
La sua programmazione su San Francesco però lascia perplessi. Perché l’evento speciale pensato per oggi, 4 ottobre, giorno celebrativo finale, è il solito monologo, in prima serata su Rai 1, di Roberto Benigni. Il quale ha già cominciato a buttarla sul ridere (e in politica), anticipando, da Bruno Vespa, che San Francesco “sarebbe stato un ottimo leader del Campo largo”. Una battuta rivelatrice della serata…
Se c’era proprio bisogno di ricorrere al comico toscano, che raggiunse il successo 50 anni fa con la sua ironia trasgressiva e il suo linguaggio senza filtri (si ricorda “L’inno del corpo sciolto” e “Lo sventrapapere”), ben venga Benigni, anche se non c’è nulla di nuovo. È la solita minestra.
Ma San Francesco avrebbe meritato pure qualcosa di diverso, che magari parlasse alla grande domanda spirituale che c’è oggi, anzitutto fra i giovani, sul cristianesimo.
L’ha mostrata l’immensa folla che è accorsa in Francia ad ascoltare il Papa (80 mila giovani allo stadio, 800 mila persone a Place de la Concorde, 100 mila a Lourdes, poi 23 milioni che, solo in Francia, hanno seguito questi eventi dalle tv e più di 80 milioni di video che sono stati visualizzati sui social). Cifre egualmente alte anche nel recente viaggio del papa a Madrid.
Significativo anche il caso – in Italia – del recente film su Carlo Acutis (trasmesso da Mediaset) che ha raggiunto uno share altissimo: il 30 per cento (4 milioni e 269 mila spettatori). È la storia semplice di un adolescente di oggi, morto di leucemia a 15 anni (peraltro sepolto ad Assisi), la cui breve vita parla di cristianesimo. Di santità.
Dunque San Francesco? Non erano affascinanti la sua persona, la sua vita, la sua testimonianza? Perché sovrapporgli Benigni? L’effetto sarà la sua benignizzazione. Come sono stati benignizzati Dante, l’Inno d’Italia, I dieci comandamenti, la Costituzione italiana, l’Unione Europea e San Pietro. Tutte serate-evento del comico toscano.
Perché è lui ormai il Sommo Celebrante Ufficiale della Repubblica Italiana. È filologo, dantista, costituzionalista, teologo, storico, agiografo. Bene. Applausi sinceri.
Ma siamo sicuri che la cultura italiana abbia da mostrare al mondo solo un comico e sempre lo stesso comico? Non c’è altro a livello spirituale, artistico o intellettuale, almeno su san Francesco?
Forse si ritiene che gli italiani non seguano gli argomenti seri se non in forma comica? I fatti dimostrano il contrario. Quasi 7 milioni sono andati in piena estate al cinema a vedere l’Odissea di Nolan e ne hanno discusso sui social.
Ma è soprattutto la storia della Rai che lo dimostra. Sessant’anni fa, quando l’Italia era molto meno scolarizzata di oggi, la Rai produceva e trasmetteva sceneggiati, fra gli altri, su Delitto e castigo e i Fratelli Karamazov di Dostoevskij, I Promessi sposi di Manzoni, Mastro don Gesualdo di Verga, Il Conte di Montecristo di Dumas, I Miserabili di Hugo, Anna Karenina di Tolstoj, Madame Bovary di Flaubert, La Certosa di Parma di Stendhal, L’Eneide di Virgilio e l’Odissea di Omero, in questo caso addirittura con l’introduzione di Giuseppe Ungaretti (non di Totò o di Gino Bramieri).
La Rai ha anche coprodotto e trasmesso il Gesù di Nazaret di Zeffirelli. Un grande successo. Milioni di italiani hanno seguito con passione questi bellissimi racconti televisivi.
Nell’imbarazzante degrado culturale di oggi c’è bisogno che la Rai ritrovi la sua centralità (l’attuale dirigenza è la più adeguata per capire questo compito storico).
Si dirà che Benigni, oltre a far ridere, coinvolge e insegna. In realtà adotta un registro unico per tutti i temi: quello dell’enfasi esagerata. È come mettere chili di peperoncino su tutti i piatti: avranno tutti lo stesso sapore. Che si tratti della Divina Commedia e di San Pietro o della Commissione europea della Von der Leyen, domina l’apologetica monumentale.
Infatti nella serata-evento in cui fu chiamato a celebrare lo sgangherato baraccone dell’UE, Benigni arrivò a proclamare che “l’Unione Europea è la più grande costruzione istituzionale, politica, sociale, economica degli ultimi 5000 anni realizzata dall’essere umano sul pianeta terra”. Se fosse stata una battuta ironica sarebbe stata divertente, ma era seria, non era satira.
Quello confezionato da Benigni (come ha anticipato da Vespa) sarà il solito Francesco ecologista, femminista, pacifista, egualitario e pauperista. Insomma il Banal Grande politicamente corretto che circola da anni.
Così il vero Francesco sparisce nel mare del luogocomunismo e dell’ovvio dei popoli. Il vero Francesco è quello urticante che ricorda ai reggitori dei popoli che “il giorno della morte si avvicina” e “di non dimenticare il Signore… poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da lui” e “patiranno i tormenti dell’inferno”.
Perciò li esorta a “mettere da parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria”.
E poi li invita ad annunciare “ogni sera, mediante un banditore, che siano rese lodi e grazie all’onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione a Dio davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio”.
È il Francesco che invita i fedeli a stringersi alla “dolcezza” e “soavità” del Signore Gesù, “l’Amore che non è amato”, osservando i comandamenti e facendo penitenza. Perché quanti non si convertono “sono prigionieri del diavolo… e consapevolmente perdono la loro anima”. E “chiunque muore in peccato mortale… il diavolo rapisce l’anima di lui… e tutti i talenti e il potere e la scienza e la sapienza che credevano di possedere sarà loro tolta… e andranno all’inferno dove saranno tormentati eternamente”.
Il vero Francesco è questo: l’integralista cattolico che viene silenziato perché troppo fondamentalista e divisivo. È meglio inventarsene uno che sembra un elettore del Campo largo?
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Antonio Socci
Da “Libero”, 4 ottobre 2026










