Ci sono piazze e piazze. Molto diverse. Anche con cultura e obiettivi opposti. Si vide già nel ’68. A ovest, dove si viveva nella libertà e nel benessere, ci fu il ’68 dei figli di papà che accusavano l’occidente capitalista e abbracciarono fanaticamente la mortifera ideologia marxista, spesso osannando pure sanguinari tiranni comunisti che opprimevano e affamavano i loro popoli, facendoli vivere nel terrore.
Invece nell’est europeo ci fu il ’68 dei giovani cecoslovacchi – loro sì “la meglio gioventù” – che volevano la libertà come in Occidente, perché subivano il soffocante regime comunista sottomesso all’Urss.
I primi, in gran parte, fecero carriera: una vita borghese nell’odiato Occidente capitalista. I secondi furono invasi dai sovietici e vennero repressi per anni. Cercarono di sopravvivere sotto la dittatura fino al crollo del comunismo nel 1989.
Nella primavera di quell’anno, poco prima del crollo di quei sistemi, il regime cinese soffocò nel sangue le grandi manifestazioni di giovani di Piazza Tienanmen facendo centinaia di morti.
I “progressisti” occidentali non scesero in piazza né per festeggiare il crollo del comunismo europeo, né per protestare contro l’ennesima strage del comunismo cinese.
Anzi, il regime di Pechino venne premiato dalla classe dirigente clintoniana occidentale: la Cina divenne la fabbrica del mondo e, per questo, da allora è diventata una grande (e minacciosa) potenza economica, politica e militare.
La Cina nel 1997 poté anche di annettersi Hong Kong. Garantì alla Gran Bretagna di rispettarne la libertà, ma ovviamente non lo fece. Così nel 2014 a Hong Kong vi furono 79 giorni di immense manifestazioni pacifiche (la rivoluzione degli ombrelli) per ottenere libertà e democrazia. Ma furono represse.
Uno dei giovani leader, Joushua Wong, è stato ripetutamente arrestato e condannato dal regime. Detenuto dal 2020 doveva uscire a gennaio prossimo, ma giovedì scorso è stato condannato ad altri dieci anni di carcere. E nessuno in Occidente protesta per lui. I nostri manifestanti non sanno nemmeno chi è.
Ha raccontato la sua vita nel libro Noi siamo la rivoluzione (Feltrinelli). Lui, oggi trentenne, è cristiano e anticomunista: i genitori “sono entrambi devoti cristiani. Mio padre è stato un tecnico informatico, poi è andato in pensione anticipata per dedicarsi alle attività della chiesa e al volontariato. Mia madre lavora in un centro che offre servizi di counseling alle famiglie in difficoltà. Si sposarono nel 1989, poche settimane dopo che il governo cinese aveva inviato i carri armati contro gli studenti riuniti in protesta a piazza Tienanmen. Decisero di annullare i festeggiamenti per le nozze e mandarono un biglietto scritto a mano ad amici e parenti; il messaggio era semplice: ‘La nostra nazione è in crisi e gli sposi non ritengono sia il caso di festeggiare’”.
Il suo nome cinese “viene dalla Bibbia”, dal Salmo 45,6 che recita: “Le tue frecce sono acute – sotto di te cadono i popoli –, colpiscono al cuore i nemici del re”. Spiega: “I miei genitori non desideravano che io ferissi il cuore di nessuno, ma volevano che dessi voce alla verità e la usassi come una spada per falciare bugie e ingiustizie”.
Nel 2018 dei parlamentari americani, guidati da Marco Rubio, proposero Joshua Wong e gli altri leader studenteschi di Hong Kong per il premio Nobel di quell’anno. Ma non lo ebbero. Invece hanno avuto altro carcere dal regime.
In Occidente nessuno si mobilita per loro e nessuno contesta la soffocante tirannia comunista cinese. Pure il Vaticano preferisce fare accordi con i comunisti invece di difendere i cristiani perseguitati.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 7 novembre







