Dopo le elezioni di Midterm degli Stati Uniti occorre che l’Occidente si svegli, comprenda la minaccia che grava su di noi e (rovesciando un celebre titolo giornalistico) proclami: non moriremo islamo-comunisti.

Infatti, al di là dei dubbi che il fumoso sistema di voto americano suscita sempre, è emerso con forza un fenomeno che riguarda tutto l’Occidente e incombe su di esso come una spada di Damocle.

Negli Stati Uniti si è definitivamente compiuta la metamorfosi del Partito democratico che non ha più nulla a che fare con il partito di John Kennedy che era un borghese anticomunista, un cattolico-liberale. Oggi è diventato un confuso agglomerato – come il nostro Campo largo – dove sopravvive qualche moderato, ma ormai l’egemonia è delle componenti estremiste, woke e islamo-socialiste (o comuniste).

Lo stesso fenomeno riguarda anche l’Italia e altri Paesi europei, come la Francia, la Germania e la Spagna. Abbiamo a che fare con una sinistra sempre più estremista e populista che dopo aver spalancato le porte all’immigrazione islamica incontrollata, considerandola un potenziale serbatoio di voti, sta ora spalancando le porte della vita pubblica all’Islam politico (che perfino in Israele, con le ultime elezioni, ha acquisito un peso sorprendente e rappresenta un forte rischio).

La libertà e il sistema democratico sono elementi di forza, ma anche il lato debole dei Paesi occidentali: sono fattori di vulnerabilità perché possono essere usati da chi è nemico di quei valori e un certo Islam lo ha capito bene.

Pochi giorni prima di essere ucciso, un anno fa, Charlie Kirk metteva in guardia dal rischio che la sinistra intendesse usare l’Islam per distruggere l’America. Vale anche per l’Europa dove, peraltro, la presenza musulmana è molto più numerosa.

Kirk spiegava: “La battaglia spirituale sta arrivando in Occidente e i nemici sono il wokismo o il marxismo che si combinano con l’islamismo per attaccare ciò che chiamiamo il modo di vivere americano”.

Certo, l’ideologia woke e l’islam sembrano inconciliabili e molti prevedono che sia difficile, per i Dem americani e per le sinistra europee, una sintesi duratura. Ma si sottovaluta il fatto che hanno un nemico comune: il cristianesimo e la civiltà occidentale, la sua cultura, i suoi valori e anche il suo sistema economico, l’odiato capitalismo che identificano con l’occidente.

E non si tratta solo (o tanto) delle grandi multinazionali. È sempre più evidente, nell’attuale sinistra, il ritorno all’ostilità verso la semplice “proprietà privata” dei normali cittadini, in particolare la casa e l’auto, bersagliate da anni anche dalla tecnocrazia dirigista della UE e dai suoi fallimentari “piani quinquennali”.

La quale tecnocrazia europea è per molti versi la causa delle attuali difficoltà economiche dei Paesi Ue, ma, curiosamente, non viene mai attaccata dalle sinistre e dalle piazze dei manifestanti.

Oggi siamo lontani dalla vecchia geografia politica del Novecento, in cui l’alternativa era fra destra e sinistra, fra liberali e progressisti o – per tornare agli Stati Uniti – fra repubblicani e democratici.

Le elezioni che nei prossimi mesi si terranno in diversi Paesi europei, infine le presidenziali americane, non sono normali elezioni, ma un verdetto sulla nostra civiltà. Bisogna scegliere fra chi vuole distruggere l’Occidente e chi vuole difenderlo e farlo prosperare.

Un celebre intellettuale, che era stato critico con l’Occidente, l’antropologo Claude Lévy-Strauss, nel 1985 dichiarò: “Ho iniziato a riflettere su un momento in cui la nostra cultura aggrediva altre culture di cui sono stato allora il difensore e il testimone. Ora ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva rispetto alle minacce esterne, tra cui probabilmente l’esplosione islamica. Di conseguenza, mi sento fermamente ed etnologicamente difensore della mia cultura”.

Da quel 1985 “l’esplosione islamica” si è fatta assai più dirompente. E “la nostra cultura”, la nostra civiltà, deve difendersi anche da una “minaccia interna”, quella di una sinistra che si salda con l’Islam politico.

Per questo la scelta di campo di oggi riguarda la possibile fine della civiltà occidentale e la minaccia alla sua prosperità. Le recenti manifestazioni violente in vari Paesi europei devono aprire gli occhi a tutti. Anche a chi si sente di sinistra, ma non ha perso il buon senso.

Il grande Roger Scruton ha raccontato di essere diventato conservatore guardando le manifestazioni del Maggio ’68 a Parigi. Lì si rese conto di essere “dall’altra parte” rispetto a quella “folla indisciplinata di teppisti“ che parlavano un “ridicolo gergo marxista”.

Proprio Scruton ha dato la più bella definizione del “conservatorismo” di cui abbiamo parlato: “Il conservatorismo è più un istinto che un’idea. […] È l’istinto di tenere stretto ciò che amiamo, di proteggerlo dalla degradazione e dalla violenza e di costruire la nostra vita attorno a esso”.

Anche il brillante saggio appena uscito (ne consiglio la lettura) di Camillo Langone, Il vero conservatore (Liberilibri) si apre con una folgorante definizione che arricchisce questa riflessione: “Conservatore non è il contrario di progressista, è il contrario di dissipatore: colui che dilapida un patrimonio culturale preferendo l’abbraccio con il nulla”.

Nel caso della sinistra significa anche dilapidare un patrimonio economico, magari con il ritorno al vecchio binomio: assistenzialismo (reddito di cittadinanza eccetera) e tassazione selvaggia. Un disastro.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 6 novembre