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Rubrica 35

COGITO INTERRUPTUS

Il “tutto è politica” ha prodotto effetti incredibili. Ma a 40 anni dal ‘68 vengono ancora alla luce nuove modalità di invasione politica del “privato”.
Per esempio sulla pagina “Salute” del Corriere della sera (8/6) la lettrice Raffaella scrive: “quando faccio l’amore non riesco a pensare ad altro”, invece “il mio uomo ogni volta, nel bel mezzo dell’amplesso, ha la pretesa di intavolare discussioni” e “perfino accanite discussioni in tempo di elezioni o di accadimenti politici. Se gli chiedo di rimandare la discussione a più tardi lui protesta. Sbaglia lui o sbaglio io?”

La sessuologa Gianna Schelotto risponde: “Lei ha ragione: è piuttosto bizzarro che il suo uomo apra discussioni e addirittura impegnati dibattiti politici durante il rapporto sessuale. Ma questo strano comportamento potrebbe risultarle più comprensibile se lo si considerasse una delle tante possibili modalità per eccitarsi”.

Rubrica 34

VITE SPERICOLATE

Fu la mamma che iscrisse Vasco, fin da piccolo, alla scuola di canto del maestro Bononcini. E a 13 anni lui vinse l’ “Usignolo d’oro” che era – ci spiega Wikipedia – “una manifestazione canora modenese, nata per contrastare lo Zecchino d’oro”. Già allora stava contro il Potere impersonato da Mago Zurlì?
Fatto sta che giovedì Vasco Rossi ha iniziato il suo concerto (Rai 2, ore 21) citando Spinoza contro il Potere.
Va detto che lì per lì, causa la sua pronuncia bolognese, sembrava avesse detto “Spinosa” e veniva da pensare che si riferisse al giornalista Antonio Spinosa. Invece intendeva proprio citare Baruch, quasi che lui e Spinoza siano da sempre pappa e ciccia.
C’è perfino chi l’ha preso sul serio deducendone che il cantante evoca il filosofo secentesco perché “deve sentirselo vicino” (La Stampa, 30/5).
Ecco cosa fa Vasco nelle sue notti insonni: legge Spinoza, s’immerge nell’ “Ethica more geometrico demonstrata”, fa le ore piccole sul “Compendium grammatices linguae hebreae”, approfondisce il “Deus sive natura”, si concentra sulla “doppia causalità” e la sostanza come “causa sui”.

Rubrica 33

NEUROPA

L’Occidentale del 20 maggio lancia questa notizia: “In Olanda la polizia ha fatto irruzione nella casa del disegnatore Gregorius Nekchot e lo ha trascinato in galera per alcune vignette ritenute offensive dell’Islam…
La denuncia era partita da un olandese convertito alla religione musulmana. Né in Olanda né nel resto d’Europa si è sollevata una sola critica a questo provvedimento”.
Strano che l’Italia, sempre zelante nel difendere il diritto di satira, se ne infischi altamente. E’ strano che l’Europa, sempre pronta a sollevare scandali contro l’Italia per presunte lesioni ai diritti umani, non abbia ritenuto di convocare il suo Parlamento per discutere dell’accaduto.
Ma forse è meglio. Se l’avesse fatto probabilmente sarebbe stato il disegnatore a essere condannato.

L’Occidentale pubblica anche la foto di una sfilata di moda in Austria dove “un noto produttore di lingerie inglese” ha fatto sfilare “due modelle in guèpiere che trascinano in catene un finto cardinale”.
Il giornale osserva che “nessuno si sarebbe azzardato a mettere in passerella, non dico un finto profeta ma neppure un imam o un ayatollah”.

Rubrica 32

QUANT’E’ BELLA GIOVINEZZA…

Il ’68, fra l’altro, svuotò le chiese. Eppure chi ne ha nostalgia?
Il Segretario di Stato vaticano Bertone: “Il ’68 ? In quell’anno c’era, sì, tanta voglia di ribellione: ma c’erano anche ideali. Oggi c’è solo vuoto”. Dunque una stagione da rimpiangere.

Pensa l’opposto un poeta come Francesco de Gregori che sta per lanciare “Celebrazione”, canzone definita dalla Repubblica un “atto d’accusa” contro il ‘68.
Il cantautore la spiega così: “Racconta di un posto in cui sono stato e che non mi è piaciuto. Un posto nel quale non voglio tornare. Sono contrario alla sua celebrazione e a chi, come Capanna, si sente un suo orfano (…) Noi, purtroppo, abbiamo avuto la scalinata di Valle Giulia. E’ quello il nostro ’68? E allora io sto con Pasolini che simpatizzava per i poliziotti perché erano figli dei poveri”.

Rubrica 31

VATTIMO O PERA E FERRARA ?
“Più volte mi sono chiesto: se tornasse Kierkegaard risparmierebbe a Vattimo l’epiteto di ‘canaglia’?”.
Questo simpatico e affabile interrogativo è stato posto dal filosofo cattolico Dario Antiseri con un saggio anticipato dal quotidiano della Cei “Avvenire” (11/5), appena uscito nel volume “Ragione filosofica e fede religiosa nell’era postmoderna”.
Ci sono molte probabilità che l’interessato, cioè il filosofo Vattimo, consideri queste parole uno squisito complimento, trattandosi di far parte di un’autorevolissima famiglia di “canaglie” filosofiche.
Spiega Antiseri: “Una delle ragioni per cui Kierkegaard si scaglia contro Hegel è che Hegel piegava il cristianesimo alla cultura del suo tempo, alla sua cultura, alla sua filosofia – un po’ come fanno oggi, stabilite le debite proporzioni, i cosiddetti ‘atei devoti’, i quali piegano la fede degli altri ai loro interessi di potere politico.
‘Rifiuto la fede per quello che è, la uso per quello che mi serve’: questa in sintesi la posizione dell’ateo devoto.
Ma torniamo ad Hegel.

Rubrica 30

DA CHE GUEVARA A CHE LENTANO

Lo smarrimento è totale anche nella Sinistra canzonettara. Paolo Martini (La Stampa 4/5) riferisce quel che è successo al concertone del Primo Maggio, liturgia di massa del sinistrismo.
Il “pezzo forte” dall’estero è stato l’anteprima del nuovo brano di Bruce Springsteen “Long Walk Home” che esalta – udite udite – la bandiera yankee, sì, proprio quella che nei cortei rossi capita da anni di veder bruciare.
Bruce cantava “la bandiera che ci dice che cosa dobbiamo fare” e al concertone prendeva applausi a scena aperta.
Del resto il festeggiato del concertone sindacale (per i 70 anni del cantante) è stato quell’Adriano Celentano che – nota Martini – all’edizione 1970 di Sanremo, subito dopo l’autunno caldo, portò nientemeno “Chi non lavora non fa l’amore”.
Clamoroso sberleffo alla Triplice. Aggiungerei che poi – in tempi di referendum sul divorzio – lanciò “La coppia più bella del mondo” e con ciò il ritratto democristiano del Molleggiato è completo.
Ora la Sinistra ne fa una sua icona. Da “Che Guevava” a “Che Lentano”.
Resta ancora veltroniano Jovanotti che però esordì in un modo che oggi diremmo “berlusconiano”, tale che gli valse i fulmini di Michele Serra.
Il quale Serra, riabilitandolo dopo vari anni, scrisse: “Jovanotti nacque al successo proprio in mezzo a quella deriva etica e politica che chiamammo ‘riflusso’, nei primi anni Ottanta, e ne fu uno degli espliciti cantori.

Rubrica 29

VIRGOLETTE

Pietro Citati aveva lanciato un appello sulla Repubblica (7/4): “Non uccidete l’eleganza del punto e virgola”. Una dotta polemica. Peccato che poi abbia fatto più scalpore quella sulle virgolette, lanciata da altri.
Il povero Umberto Galimberti – anche lui grande firma di Repubblica – ha passato una settimana d’inferno perché vari giornali hanno rilevato “le accidentali somiglianze tra alcuni passi dei suoi libri e quelli di Giulia Sissa, Salvatore Natoli e Alida Cresti” (Il Sole 24 ore, 27/4).

Ma sono davvero così importanti le virgolette? Sergio Givone, che insegna Filosofia a Firenze e anche lui scrive per Repubblica, ha spiegato al Giornale (25/4): “La filosofia è confronto di idee e quelle idee che riconosco come giuste diventano mie…
Questo non toglie che le fonti siano fonti e vanno citate…Però ho l’impressione che in questo caso si rischi di fare una demonizzazione inutile…

Rubrica 28

IL MAGO DI ARCELLA

Dunque il 30 marzo Eugenio Scalfari scrisse sulla Repubblica che “il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Io sono pronto a scommetterci”.
La plebe ha sghignazzato su questa “previsione”. Ma Scalfari, la domenica successiva al voto (20/4), ha svelato che conosceva bene il futuro (disastro elettorale): “Molti amici mi hanno chiesto nei giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile. Ma non è vero.
Sapevamo e abbiamo detto e scritto che sarebbe stato miracoloso riagguantare nelle urne elettorali un avversario che, nel novembre del 2007, quando si è aperta la gara, aveva nei sondaggi un vantaggio di oltre 20 punti e c’erano soltanto quattro mesi di tempo prima del voto”.
Ma perché due settimane prima del voto scrisse il contrario?
Non perché gli capiti mai di scrivere qualche sciocchezza (non sia mai!). Forse la sua fu un’astuta mossa per non dare a vedere che – fra tante straordinarie doti – possiede facoltà divinatorie. Altrimenti la gente lo avrebbe assediato per chiedergli i numeri da giocare al lotto. E lui non ama sentir suonare il campanello mentre legge Montaigne.

Rubrica 27

ROSSO DI SERRA…

“Domenica scorsa l’Onorevole Bonomi ha parlato a Firenze (il che, sia detto tra parentesi, dev’essere stato un bel sollievo per tutte le altre città italiane)”.
E’ il memorabile incipit del primo corsivo di Fortebraccio sull’Unità dove ha scritto fino al 1982 diventando “uno dei padri nobili della satira politica italiana”.
Altra battuta storica: “Arriva Umberto Agnelli scortato da Luca Cordero di Montezemolo, che non è un incrociatore…”.
Fortebraccio lo ricordano tutti. Tutti eccetto Michele Serra, il quale peraltro all’Unità – come dice Wikipedia – raccolse proprio “l’eredità del celebre corsivista”, succedendogli nella rubrica satirica.

Rubrica 26

FUORI I NOMI

Interessante editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della sera (6/4). Le vergognose gazzarre inscenate per impedire a Giuliano Ferrara di parlare della sua lista contro l’aborto – dice Galli – non si possono liquidare “tirando in ballo le solite frange folli”. Perché c’è nelle loro azioni “l’eco del disprezzo e della manipolazione che in Italia viene regolarmente riservato a chi non la pensa come noi”.
Tale disprezzo e tale manipolazione – denuncia Galli – vengono “spessissimo dai più illustri commentatori, dai rappresentanti più accreditati della cultura”.
E cioè? Chi? Direbbe Pigi Battista: fuori i nomi.
Galli i nomi non li fa, ma rincara la dose. Spiega che alla demonizzazione dell’avversario, alla “costruzione della figura del nemico pubblico numero uno” in Italia si dedica “per lo più la crema intellettuale del Paese, uomini e donne assolutamente dabbene”.
Ma i nomi? Non ci sono. Peccato. Il coraggioso “j’accuse” si ammoscia un po’ quando è indirizzato verso anonimi.

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