Forse c’era in origine una festa popolare celtica precristiana legata al raccolto, all’inizio dell’inverno e a credenze sul rapporto fra vivi e morti. Ma Halloween è un nome cristiano, viene da “All Hallows’ Eve”, cioè “vigilia di tutti i santi”. Si riferisce alla solennità dei santi e dei martiri che la Chiesa celebra dal VII-VIII secolo. All’inizio il 13 maggio, per la Dedicazione del Pantheon a Roma, poi il 1° novembre (il 2 novembre, commemora tutti i defunti).
Con la scristianizzazione Halloween è diventata una festa commerciale con una macabra iconografia neopagana. Ha aspetti goliardici e inquietanti.
Così la morte che un tempo era un argomento tabù, oggi è diventato un tema su cui scherzare. Si ride per non piangere. È un modo superficiale per esorcizzare quella morte che ad ogni ora del giorno dispiega in Tv il suo orrore.
L’uomo è l’unica creatura che ha coscienza della propria mortalità e questa consapevolezza non riguarda solo la fine della vita, ma grava su tutta l’esistenza, su tutti i suoi giorni.
Perché siamo, in ogni istante, creature fragili e dipendenti, che non si danno la vita da sole, che non fanno battere il proprio cuore per un atto di volontà. E anche se, per le sacrosante cure, guadagniamo qualche anno di vita, restiamo mortali. Viaggiatori effimeri.
Dice la Bibbia: “Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce.”.
Ci ritroviamo tutti nei malinconici versi di Rainer M. Rilke: “Ma chi ci ha rigirati così/ che qualsia quel che facciamo/ è sempre come se fossimo nell’atto di partire?/ Come colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una volta ancora/ tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia -,/ così viviamo per dir sempre addio”.
Un bel canto popolare spagnolo, “Sevillanas del adios”, descrive questa condizione. Inizia così: “Qualcosa muore nell’anima quando se ne va l’amico/… la barca si va facendo piccola/ quando si allontana sul mare”.
Don Luigi Giussani dice che, nella condizione naturale dell’uomo, “quel filo d’orizzonte” verso cui si allontana la barca con l’amico “è il punto dove tutto annega, scompare”. Ma c’è una novità. Dopo la resurrezione di Gesù Cristo – aggiunge – “quella linea d’orizzonte” è come il mistero di “una terra ignota da cui deve arrivare uno che porta una ricchezza inimmaginabile”.
Se in natura l’esistenza è una barca che si porta via tutte le persone e le cose amate, dopo Cristo il sentimento della vita è opposto: “la barca si avvicina alla riva, attracca, e l’uomo che stava aspettando abbraccia l’uomo che arriva… Fra l’uomo normale e l’uomo cristiano sta questa alternativa tremenda: o il nulla o l’abbraccio con una presenza tanto desiderata”.
Quell’uomo che arriva, Cristo, riporta con sé, a riva, tutte le persone e le cose da noi amate. E ce le riporta per sempre. Dante descrive “la festa di Paradiso”e, parlando della resurrezione dei corpi, nota Franco Fortini, “introduce quell’elemento di concretezza che gli è tanto caro, cioè l’idea che la felicità dei beati sarà compiuta non tanto per la resurrezione dei propri corpi quanto per quella delle persone care, delle madri e dei padri”.
Ecco Dante: “…ben mostrar disio d’i corpi morti:/ forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari/ anzi che fosser sempiterne fiamme” (Par. XIV, 63-66).
Ritroveremo quei volti, quegli occhi e il loro abbraccio. E i nostri corpi divinizzati saranno eternamente giovani.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 31 ottobre 2026






