“E se non puoi la vita che desideri/ cerca almeno questo/ per quanto sta in te: non sciuparla/ nel troppo commercio con la gente/ con troppe parole in un viavai frenetico.”

I versi di Constantinos Kavafis ci dicono che le vacanze possono essere un periodo di mera dissipazione (che ci lascia più tristi di prima) o un’esperienza di bellezza, di ritrovamento esistenziale.

Ma per ritrovare se stessi non c’è bisogno di andare sulla cima di una montagna o nel silenzio di un’isola disabitata. Può accadere anche viaggiando, vedendo cose belle. O perfino nella propria terra. O a casa. Non è indispensabile la solitudine fisica, né è obbligatorio esplorare posti esotici.

Come e dove si può ritrovare la propria anima? Ha ragione Marcel Proust: “L’unico vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non consisterebbe nell’andare verso nuovi paesaggi, ma nell’avere altri occhi”.

Capita, in rete, di imbattersi in questa citazione isolata, ma bisognerebbe ricordare pure il seguito: “…nell’avere altri occhi, nel vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, nel vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è; e questo è possibile con un Elstir, con un Vinteuil, con i quali – e con i loro pari – noi voliamo veramente di stella in stella”.

È una citazione del libro La Prigioniera (Alla ricerca del tempo perduto Vol. 5) all’interno di una conversazione sull’arte, con il pittore Elstir, ascoltando la musica di Vinteuil.

Il dialogo cominciava così: “Ogni artista è come il cittadino d’una patria sconosciuta, da lui stesso obliata (…). Quella patria perduta, i musicisti non se la ricordano, ma ciascuno di loro rimane sempre inconsapevolmente accordato in un certo unisono con lei; delira di gioia quando canta secondo la sua patria, la tradisce a volte per amore della gloria”.

Proust ci dice che attraverso i grandi artisti possiamo scoprire il mondo (anche quello solito) con occhi diversi e fare viaggi in cui si può perfino intravedere la “patria perduta”.

È ancor più vero per i grandi maestri spirituali, specialmente quelli che, come Luigi Giussani, avevano pure una spiccata sensibilità artistica, sia musicale che poetica.

Alberto Savorana, in Vita di don Giussani, cita una lettera che, da giovane sacerdote in convalescenza sulla riviera ligure, Giussani scrive all’amico e compagno di seminario Angelo Majo: “Sei proprio come questo mare: immenso ed arcano che sempre lo senti dire un suo misterioso pensiero profondo, che capisci, ma non sai ridirtelo a te stesso con parole comprensibili e determinate; questo mare che ora è calmo ed a stento l’odi appena ansare sulla riva e sembra che sogni, e dopo poche ore è tutto tribulato ed ansimante ed appassionato, e non sai il perché – … ma calmo o agitato, silenzioso od irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza: il senso travolgente di una immane aspirazione all’infinito, al mistero infinito”.

Poi aggiunge: “Così la tua vita, nelle vicissitudini angosciose o serene che s’incalzano apparentemente senza motivo: c’è una voce, una passione, una agonia che sta alla base di tutto: ed è la voce la passione l’ansia di Lui, Felicità, Bellezza, Bontà Suprema”.

Avere lo sguardo di Giussani sul mare e non solo: ecco il viaggio per ritrovare se stessi.

Antonio Socci

Da “Libero”, 1° agosto 2026