Un amico, un bravo frate francescano, in questi giorni mi ha mandato una mail così titolata: “Non bisogna ridurre la Pasqua al tema della pace”.
Quella mail conteneva il link a un video di mons. Enrico Manfredini (1922-1983) che fu anche arcivescovo di Bologna (era stato, fin dagli anni del seminario, un grande amico di Luigi Giussani e di Giacomo Biffi).
Nel video Manfredini diceva:
“Non è dunque, l’augurio pasquale, un augurio generico sentimentale alla riconciliazione. La colomba, il ramoscello d’ulivo, simboli di pace e di riconciliazione dall’epoca del diluvio, vengono presentati all’opinione pubblica come un invito, molto generico e superficiale, a voler comporre odi e dissidi e a voler vivere in una maniera più serena: questa non è la Pasqua. C’è, in questo modo di pensare, qualche elemento pasquale, ma, ahimé, svuotato del suo significato più profondo. Fare Pasqua è sradicare il male. Fare Pasqua è innestare nella coscienza purificata la vita di Gesù Cristo”.
In sostanza, diceva, la “buona Pasqua” è convertirsi. Perché la Chiesa non è una Ong. Manfredini coglieva ciò che spesso, oggi, i cattolici e i pastori dimenticano: lo scopo per cui il Figlio di Dio si è incarnato, è morto per noi ed è risorto è riconciliare l’umanità perduta con Dio, sconfiggere il male e la morte che è il grande incubo dell’uomo. Salvare le creature umane aprendo loro l’orizzonte della resurrezione, dell’eternità.
Lo ha spiegato per tutta la vita, magistralmente, Vittorio Messori che ha lasciato questa terra proprio il venerdì santo. Vittorio è stato uno straordinario giornalista, letto e apprezzato in tutto il mondo.
Lui ha colto come pochissimi altri il problema della Chiesa del nostro tempo che è quello di ridurre Gesù Cristo a pretesto per parlare d’altro, normalmente di questioni sociali o politiche ovviamente in consonanza con il pensiero dominante.
Invece Vittorio, dopo la sua conversione, ha ricordato per decenni, con i suoi libri, che ciò che conta è Cristo stesso e che lo scopo della sua incarnazione è la salvezza delle anime e la risurrezione.
Parlando delle apparizioni di Fatima, dove ai tre bambini fu mostrata la sconvolgente visione dell’inferno, Messori diceva: “dell’inferno, com’è noto, neanche i preti, neanche i vescovi osano più parlare”, invece “Maria, che grazie a Dio è politicamente scorretta, ricorda anche al clero che spesso lo dimentica, che esistono i Novissimi” (cioè morte, giudizio, inferno e paradiso).
Ciò significa che non è importante la pace? E’ importantissima, come tutto ciò che riguarda la breve vita degli uomini sulla terra. Ma quale pace?
Lo ha fatto capire Leone XIV nel primo intervento dopo la sua elezione, quando, affacciato dalla terrazza di San Pietro, ha detto: “La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!”
La pace di cui parla Gesù, la pace che Lui porta, è la riconciliazione con Dio(quindi con sé stessi e con gli altri). È la fine dell’incubo della morte.
È stato Gesù stesso a sottolineare che la sua non è la pace dell’Onu: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).
Il mondo chiama pace anche l’orrore, purché ci sia assenza di guerra. Ma è pace? Per fare un esempio attuale, si può chiamare pace ciò che accadeva in Iran prima dell’inizio della guerra visibile, prima del 28 febbraio?
Sarebbe ipocrita ritenere in pace un Paese in cui il regime schiaccia in modo disumano la libertà, torturando e ammazzando, com’è accaduto il 9 gennaio, migliaia di giovani manifestanti per imporre la propria ideologia.
Si può considerare pace quella di sistemi totalitari che annientano la dignità, la libertà e la vita più fragile o perseguitano parte dei propri cittadini?
Bisogna riconoscere che non c’è mai pace sulla terra. Ciò che si può e si deve fare è migliorare le condizioni dei popoli, dare loro libertà e prosperità, ma spesso fare questo non è indolore.
Inoltre non bisogna illudersi di poter cancellare totalmente il male, la violenza, l’ingiustizia, il dolore e la morte. È giusto e doveroso lavorare per la prosperità, la libertà e la pace, ma ricordando che saranno sempre traguardi imperfetti, fragili e provvisori.
I messianismi politici del Novecento, che avevano la pretesa di costruire il paradiso in terra, hanno costruito orridi inferni.
La storia umana è fatta di sangue. Benedetto XVI, nella sua enciclica Spe salvi, cita i pensatori della scuola di Francoforte e ricorda che Adorno, che era non credente, “ha sempre sottolineato che una vera giustizia, richiederebbe un mondo ‘in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche revocato ciò che è irrevocabilmente passato’. Questo, però, significherebbe che giustizia non può esservi senza risurrezione dei morti. Una tale prospettiva comporterebbe ‘la risurrezione della carne’”.
Adorno intuiva che una vera giustizia dovrebbe riguardare tutte le generazioni ed essere definitiva, ma questo esigerebbe la resurrezione dei corpi e l’eternità. È possibile crederlo?
Benedetto XVI rispondeva: “Dio stesso rivela il suo Volto nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo… Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la ‘revoca’ della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza – quella speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli”.
A Pasqua la Chiesa non fa l’Onu, ma annuncia la resurrezione e il Regno di Dio: “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra” ed “Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno” (Ap 21). Questa è la vera Pace.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 5 aprile 2026










