Dopo il crollo del Muro di Berlino i comunisti italiani nei loro spericolati trasformismi sono arrivati fino a dirsi atlantisti e liberisti. Ma, fra acrobazie dialettiche e politiche, sono mai davvero cambiati? Hanno mutato continuamente i vestiti (cioè i nomi dei partiti), ma la mentalità, gli schemi ideologici?  

Sembra di no, vedendo due autorevoli sortite di ieri. Il Foglio ha pubblicato un’intervista a Goffredo Bettini, definito “ideologo dem”, secondo cui “se la Meloni dovesse vincere il referendum avrebbe le condizioni per instaurare una permanente svolta autoritaria”. Ed evoca l’immancabile Trump (titolo del Foglio: “Bettini: ‘Se vincerà, Meloni diventerà come Mussolini a Salò’”).

Poi c’è Walter Veltroni. Oggi fa l’editorialista del Corriere della sera diretto da Luciano Fontana che viene dall’Unità, dove peraltro divenne capo dell’ufficio centrale proprio con il direttore Veltroni.

Il quale ieri, nell’editoriale del Corriere, ha sentenziato che Trump devasta tutto, sta trasformando gli Usa in una autocrazia e bisogna contrapporgli gli Stati Uniti d’Europa. Ha indicato come ispiratore il premier canadese Carney che, come dice Paolo Mieli, è “molto citato per il suo discorso a Davos, ma è reduce da un viaggio in Cina e c’è il rischio che si cada dalla padella alla brace…”.

Quindi si torna all’antiamericanismo (che magari strizza l’occhio alla Cina) e al vizio di giudicare fascista – o comunque autocrate o autoritario – chi non è di sinistra.

Bettini e Veltroni vengono entrambi dal Pci romano e dall’epoca di Berlinguer che venerano come il loro santo laico (l’anno scorso era effigiato nella tessera del Pd e Veltroni gli ha dedicato un film celebrativo). Quando i due hanno aderito al Pci, i partiti fratelli del Pci, all’Est, schiacciavano la primavera di Praga con i carri armati (1968) e in Polonia (1970) sparavano sugli operai in sciopero.

Al XIV Congresso del loro Pci, nel marzo 1975, Berlinguer affermò che i Paesi capitalisti erano in crisi e quelli socialisti prosperavano (“nel mondo capitalistico c’è la crisi, nel mondo socialista no”) e aggiunse la superiorità etica di quei regimi marci: “è quasi universalmente riconosciuto che in questi paesi esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione”.

Denunciò poi il mondo capitalista che tende “a muoversi in direzione di tentativi antidemocratici o minaccia avventure bellicistiche(intanto l’Urss si preparava a installare contro di noi gli SS20 e a invadere l’Afghanistan).

Berlinguer giudicò “assai allarmante” che le truppe Usa fossero in Cambogia e Sud Vietnam, ma “non si lasciano certo intimorire il popolo della Cambogia e i combattenti del Vietnam del Sud”, cioè Khmer rossi e Vietcong, anche perché “nel mondo di oggi vi è la grande realtà rappresentata dall’Unione Sovietica”.

Padre Piero Gheddo fu tra i primi a far arrivare da noi i resoconti dei missionari dell’Indocina sugli orrori dei Khmer rossi in Cambogia. Ha raccontato nel libro Inviato speciale ai confini della fede (Emi) che l’Unità lo definì “un missionario finanziato dalla Cia” e l’11 maggio 1975 titolava: “Cade la campagna di menzogne sulla Cambogia liberata”.

Questo era il Pci di Veltroni e Bettini. Non risulta che abbiano rinnegato Berlinguer. È la storia a cui appartengono. Eppure nel 2026 ancora salgono in cattedra e pretendono di dare patenti di democrazia agli altri? Non sarebbe meglio evitare?

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Antonio Socci

Da “Libero”, 24 gennaio 2026