È surreale vedere la sinistra (italiana e americana) atteggiarsi a devota paladina di Leone XIV come il papa della Pace contro Trump. Non si era colta tutta questa passione progressista per il Pontefice quando, il 31 gennaio scorso, lui ha dichiarato: “Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava che ‘il più grande distruttore della pace è l’aborto’. La sua voce rimane profetica”.
Di certo la sinistra non sottoscrive questa concezione della pace. Leone XIV è un uomo di profonda spiritualità, che ha rimesso Cristo al centro della vita della Chiesa così da ricreare unità fra i cattolici dopo un pontificato tempestoso.
Ma è vero che in certi casi, negli interventi sociali e politici particolari, molti vedono, almeno in parte, una prosecuzione di Francesco, anche per la continua egemonia del “partito bergogliano” in Curia.
Infatti, in queste ore, sulla guerra all’Iran, sono tornate le fratture negli Usa e fra i cattolici statunitensi. Molti soffiano sul fuoco e c’è un irrigidimento da entrambe le parti.
Ieri, dopo un attacco, irrispettoso nei modi, del presidente americano sull’Iran, il Papa ha dichiarato: “Io non ho paura dell’amministrazione Trump”. Parole sacrosante, ma anche forti. Il 3 marzo, quando gli hanno chiesto cosa pensava della crudeltà del regime comunista cinese contro l’oppositore cattolico Jimmy Lai, aveva risposto con prudenza: “Non posso commentare”.
Peraltro non ha commentato nemmeno il massacro, da parte del regime di Teheran, di migliaia di giovani iraniani che manifestavano l’8 e 9 gennaio scorso (e neanche le devastazioni putiniane dell’Ucraina) con la durezza usata verso Trump.
C’è un doppio standard che il Papa, di colpo, ha deciso di adottare nelle relazioni internazionali? Di certo s’impongono alcune domande.
La prima. Gli Stati Uniti da 80 anni garantiscono a tutti noi, anche al Vaticano, il loro ombrello protettivo. Se Leone tuona contro di loro, ma usa il guanto di velluto o sceglie il silenzio verso gli orrori di regimi tirannici e sanguinari, che fra l’altro perseguitano i cristiani, cosa dobbiamo dedurre? Che bisogna essere arrendevoli con quei regimi? Che il Vaticano si schiera, senza rendersene conto, con loro?
“La realtà contemporanea” ha scritto lo storico Roberto De Mattei “non è quella di un armonioso mondo multipolare regolato da istituzioni neutrali e da un comune spirito di dialogo, ma è quella di una ferrea competizione tra grandi blocchi che si contendono l’egemonia mondiale, sul piano economico, politico e militare”.
Non è tranquillizzante essere applauditi da regimi in cui convertirsi al cristianesimo è un reato che può costare la pena di morte o la persecuzione e il lager.
La seconda domanda. Leone aveva esortato a usare la diplomazia invece delle armi e la Casa Bianca ha imposto di tornare alla trattativa, con il plauso del Pontefice.
Il problema era la corsa iraniana verso l’arma nucleare: se il regime degli ayatollah, che uccide anche gli iraniani, che sostiene nel mondo gruppi terroristici e minaccia di distruzione altri Paesi, raggiunge il nucleare è un pericolo per tutti. Ebbene l’Iran non ha ceduto sul nucleare, così la trattativa è fallita. Allora cosa si fa? Trump chiede se al Papa “vada bene che l’Iran abbia un’arma nucleare”: è un problema vero. Perché scontrarsi?
Peraltro Leone XIV ha cambiato atteggiamento. Fino a due settimane fa ha sempre tenuto il registro tradizionale dei Papi, richiamando tutti ai principi morali generali.
Dal 28 febbraio ai 56 conflitti in corso si è aggiunto quello fra Usa e Iran. E si è cominciato a strattonare il Papa da sinistra pretendendo un’invettiva anti-Trump.
Leone XIV, per settimane, ha continuato a richiamare i principi morali, come aveva fatto in precedenza, anche quando l’Iran ha cercato di coinvolgerlo.
In un articolo sul Foglio del 12 marzo di Matteo Matzuzzi, intitolato “Agli ayatollah non piace il Leone prudente”, si leggeva: “Il primo a parlare era stato l’ambasciatore presso la Santa Sede, Mohammad Hossein Mokhtari, che aveva chiesto in modo esplicito una condanna da parte del Papa. Leone XIV, all’Angelus del giorno dopo, si era ben guardato dall’accettare il suggerimento del diplomatico iraniano: ha parlato sì della guerra, deplorandola, ma ha evitato di andare allo scontro frontale con Trump e Netanyahu”.
Poi è arrivato l’ayatollah Damad a pretendere un’invettiva contro gli alleati “del regime sionista”. Ma il Papa ha continuato a non farsi usare dal regime.
Martedì scorso la svolta. Il duro ultimatum di Trump a Teheran ha suscitato la reazione diretta del Papa. Da quel momento si sono messi all’opera i divisori, i seminatori di zizzania e di odio anti-Trump.
Già da tempo tentavano di strumentalizzare politicamente Leone XIV, per riuscire a opporre il Pontefice al presidente americano e così spostare il voto cattolico (che in maggioranza ha votato il leader repubblicano) verso i Dem nelle elezioni di midterm, a novembre.
Il fatto che proprio in quelle ore il Papa abbia ricevuto in udienza, in Vaticano, David Axelrod, il principale stratega di Barack Obama, ha fatto esultare i Dem. Qualcuno di loro ha scritto che l’evento prelude a “un imminente incontro tra Barack Obama e Papa Leone” e che “questo farebbe cadere in ginocchio il mondo Maga”. Soprattutto prima delle elezioni di novembre.
Verrebbe da escluderlo (ieri il Papa ha detto: “io non sono un politico”), ma quell’inspiegabile faccia a faccia con Axelrod nel momento di massima tensione fra Trump e il Papa ha allarmato il presidente Usa che teme di vedere il Pontefice strumentalizzato dai Dem.
Assurdo, fino a prova contraria. E Trump sbaglia a credere di poter evitare questa eventualità con i toni duri o i provocatori meme “messianici” su cui anzi speculano felici gli anti-trumpiani.
Per evitare che trionfino i divisori, Trump rispetti il Papa e la Chiesa (lo deve ai suoi stessi elettori). E nessuno deve cercare di trascinare Leone XIV nella mischia politica del suo Paese. Questa è forse la peggiore mancanza di rispetto.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 14 aprile 2026









