LA GROENLANDIA E’ L’ULTIMO CASO DI COLONIALISMO EUROPEO. E NELLA UE DIFENDONO IL COLONIALISMO DANESE, MA GLI ABITANTI VOGLIONO L’INDIPENDENZA
La Groenlandia è l’ultimo grande caso di colonialismo europeo nel continente americano. È significativo che nel 2026, nel 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, Washington dichiari di non gradire la sovranità danese sulla Groenlandia.
Ed è singolare che, pur di andare contro Trump e contro gli Usa, ora – nell’Europa progressista (dove saltuariamente s’innamorano del “diritto internazionale”) – si giustifichi e si difenda questo residuo di colonialismo.
Peraltro la Danimarca è un piccolo stato europeo con 43 mila chilometri quadrati di superficie ed è lontanissima dalla Groenlandia (2 milioni e 166 mila chilometri quadrati di superficie) che fa parte del continente americano. Questa è una storia tipicamente coloniale.
Il governo danese obietterebbe che la Groenlandia oggi non è una colonia, ma come la pensano gli abitanti e i governanti dell’isola?
Nel discorso di Capodanno del 2025, il premier della Groenlandia Múte Egededichiarò: “È giunto il momento per il nostro Paese di compiere il passo successivo. Come altri Paesi nel mondo, dobbiamo impegnarci per rimuovere gli ostacoli alla cooperazione – che possiamo definire le catene del colonialismo – e andare avanti”.
Alle elezioni del 2025 hanno vinto i Demokraatit, partito di centrodestra, anch’essi favorevoli all’indipendenza sia pure in modo più graduale. Il nuovo premier è Jens-Frederik Nielsen ed Egede è rimasto nel governo come ministro delle finanze.
Si tratta di un governo unitario che punta all’indipendenza, del resto i sondaggi dicono che la vuole l’85 per cento degli abitanti dell’isola.
La Groenlandia di fatto ha oggi una grande importanza strategica, sia per le sue risorse minerarie, sia per la sua posizione fra l’oceano Atlantico e l’Artico, dove russi e cinesi stanno facendo i loro giochi, quindi è ovvio che gli abitanti dell’isola rivendichino quell’indipendenza che permetterà loro di trattare da posizioni di forza con gli Stati Uniti.
È molto improbabile che il Paese diventi una stella della bandiera Usa, ma certamente ha tutto l’interesse a stabilire un fortissimo rapporto con Washington. L’isola avrebbe grandi prospettive di sviluppo e per i pochissimi abitanti dell’isola – circa 55 mila – sarebbe un enorme beneficio.
Già oggi sono protetti dall’“ombrello” americano attraverso la Nato. Ma negli ultimi anni il quadro geopolitico – soprattutto per l’attivismo cinese e russo – richiede, secondo l’Amministrazione Trump, un salto di qualità. La storia sta correndo.
D’altra parte il braccio di ferro fra Stati Uniti e Danimarca sulla Groenlandia è iniziato subito, duecento anni fa. La colonizzazione moderna della Groenlandia da parte della Danimarca comincia nel 1721, quando quel Regno mandò là dei missionari (protestanti) temendo che i vichinghi, che c’erano arrivati nell’XI secolo, fossero ritornati al paganesimo.
Una volta sbarcati però non vi trovarono più nessun vichingo, nessun “europeo”. C’erano minuscoli gruppi di nativi (inuit) che loro battezzarono. Fondarono una missione a Godthåb (oggi Nuuk) e poi piccoli insediamenti sulla costa per farne una colonia con il monopolio danese sul commercio.
Ma molto presto gli Stati Uniti, indipendenti dal 1776, contestarono questa colonizzazione. Con la Dottrina Monroe, del 1824, rivendicarono l’appartenenza della Groenlandia, un’immensa isola pressoché vuota, alla loro sfera di interessi, per cui sostennero che gli europei non potevano farne una loro colonia.
Il braccio di ferro fra Usa e Danimarca cominciò in quegli anni. Nel XX secolo, durante la seconda guerra mondiale, la Danimarca fu occupata dai tedeschi e gli Stati Uniti amministrarono la Groenlandia. Vi costruirono varie basi, poi il legame si rafforzò con l’ingresso della Danimarca nella Nato nel 1951.
Nel frattempo, dopo il 1945, iniziata la decolonizzazione delle varie potenze europee, la Danimarca, per evitare l’indipendenza alla Groenlandia, la trasformò in “contea”. Così giuridicamente non era più colonia, tuttavia quella stessa decisione fu giudicata “neocolonialista” da molti perché non ci fu nessun referendum fra la popolazione dell’isola.
Inoltre iniziò un processo di “danizzazione”, cioè di assimilazione culturale e omologazione della popolazione inuit della Groenlandia al modello danese, con lo spostamento di popolazione, l’imposizione della lingua danese e la cancellazione delle tradizioni.
Vi furono pure fatti devastanti. Un titolo del Corriere della sera: “Così la Danimarca separò i bambini Inuit dalle loro famiglie. L’esperimento sociale fallito degli ex colonizzatori”. Volevano farne “piccoli danesi”. Sottotitolo di Repubblica: “Negli anni ’50 22 piccoli furono separati dalle famiglie: il risultato furono anni di dolore e solitudine”.
Di recente il governo danese ha ufficialmente chiesto scusa. Ma c’è dell’altro. Titolo di Avvenire: “Sterilizzazioni in Groenlandia, la premier danese in lacrime: chiedo scusa. Il controllo forzato delle nascite coinvolse a loro insaputa 4 mila ragazze inuit. Ora la Danimarca riconosce la responsabilità del programma avviato negli anni Settanta nella sua ex colonia”.
Brutte storie. Anche con queste ferite è andata avanti la marcia verso l’indipendenza. Nel 1979 la Groenlandia ottenne un governo locale. Nel 1985 uscì dalla Cee. Nel 2008 un referendum approvò con maggioranza schiacciante (oltre il 75 per cento) l’Atto di Self-Government che rende la Groenlandia un territorio autonomo del Regno danese e riconosce il diritto all’indipendenza futura tramite referendum.
Nel 2023 è stata definita la bozza della prima Costituzione e nel 2026 saranno definiti i passi pratici e legali per l’indipendenza.
Danimarca addio. E addio colonialismo europeo.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 6 gennaio 2026






