Estrapolando una frase si possono ottenere risultati clamorosi. Per esempio si può sostenere che nella Bibbia c’è scritto che “Dio non esiste”. In effetti il Salmo 14 contiene proprio questa espressione, ma la frase completa suona così: “‘Dio non esiste’, pensa lo stolto”.

Quindi attenzione alle estrapolazioni. Ieri alcuni giornali (Corriere della sera, Repubblica, La Stampa, Avvenire e Domani) hanno riportato in prima pagina(nel titolo o nell’occhiello) una frase estrapolata con enfasi dal discorso di Leone XIV al Meeting di Rimini: “Le persone prima dei confini”.

Cosa voleva dire questa frase? C’è chi l’ha voluta riferire ai migranti, ma in realtà Leone qui prendeva spunto dal nome della manifestazione internazionale che stava visitando: il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. E parlava di pace, non di migranti. Ecco il testo completo:

“Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi (…). Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

Di per sé questo è un concetto del tutto ovvio, per chiunque. Soprattutto se si è al “Meeting per l’amicizia tra i popoli”. Ma se da questo pensiero si estrapola quella breve frase (“Le persone prima dei confini”), come hanno fatto certi giornali, è facile farne un’allusione alle politiche migratorie degli Stati (Repubblica infatti l’ha definita esplicitamente come “la lezione del Papa” a proposito dei “migranti”).

Dunque si voleva attribuire al Papa una critica ai governi che vogliono avere il controllo delle frontiere (com’è loro dovere primario) e che vogliono azzerare l’immigrazione illegale. Com’è giusto.

In realtà Leone lì non parlava di immigrazione. Quindi l’interpretazione di quella frase estrapolata come se fosse un attacco ai governi sulle politiche migratorie è infondata.

Inoltre è del tutto sbagliato il concetto in sé che sembra piacere in certi salotti progressisti. Perché i confini, che non impediscono affatto l’incontro fra uomini e culture diverse, sono le indispensabili delimitazioni politiche degli Stati senza le quali non si potrebbe svolgere una vita sociale ordinata e non vivrebbe nessuna democrazia, perché sarebbe il caos e dilagherebbe la legge della giungla e, alla fine, arriverebbe un regime dittatoriale.

Va detto che sull’immigrazione Prevost ha idee più moderate di Bergoglio, ma simili. Tuttavia non si può dire che Leone voglia o predichi l’abbattimento delle frontiere e lo smantellamento degli Stati.

Tanto è vero che lo Stato che ha i confini più impenetrabili in Europa è quello vaticano di cui proprio il Papa è capo supremo. Impenetrabilità garantita da alte mura (anche nella residenza di Castelgandolfo), da gendarmi inflessibili e da norme severe che impediscono e puniscono ogni accesso illegale nei suoi confini.

E allora perché quei titoli? I media tentano di ripetere con Leone XIV il gioco che facevano con il predecessore le cui frasi però, sebbene estrapolate, contenevano spesso sue ambiguità volute.

Papa Bergoglio con le sue parole fumose lasciava effettivamente pensare che la Chiesa volesse un superamento di fatto delle frontiere. Pur smentendoloufficialmente poi con altre dichiarazioni che però, anche su altri temi, rientravano nella sua strategia comunicativa fatta di frequenti contraddizioni, di “qui lo dico e qui lo nego”. Metodo assai diverso dall’insegnamento evangelico: “il vostro parlare sia sì (se è) sì, no (se è) no. Ogni parola in più viene dal Maligno” (Mt 5,37).

Del resto la predicazione e l’azione di Bergoglio – che D’Alema considerava il vero leader della sinistra – portava alla delegittimazione morale dell’Occidente e al suo superamento. E l’immigrazione di massa contribuiva.

L’ambiguità di Bergoglio sulle frontiere è condivisa pure dalla sinistra mediatica e politica. Infatti costoro non hanno mai risposto alla domanda: quanti ne volete far entrare prima di chiudere i confini?

Il sociologo Frank Furedi, nel libro I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere, scrive: “Il rifiuto dei confini in quanto discriminatori, artificiali o arbitrari trascura la loro funzione nell’offrire alle comunità significato e senso di appartenenza. E ignora anche il peso dei confini nel creare uno spazio sicuro entro il quale si alimentano tutte le caratteristiche rilevanti della vita pubblica e della cultura: obblighi di legge e morali, norme di solidarietà e cittadinanza, pratiche sociali e rituali della vita quotidiana. Delimitare gli spazi e distinguere i luoghi sono azioni essenziali per condurre le attività umane e costruire istituzioni politiche e sociali… Kant si opponeva ai sostenitori di un mondo senza confini e argomentava che uno stato mondiale avrebbe condotto a una tirannia globale”.

Furedi nota sui media c’è una “narrazione dominante anti-confini” la quale “guarda dall’alto in basso chi invece li prende sul serio e li ritiene essenziali per la sua sicurezza”.

L’ideologia anti-confini è estranea al pensiero cattolico. Ma da tredici anni a questa parte, dopo il coltissimo Benedetto XVI, la gerarchia ecclesiastica ha subìto uno spaventoso impoverimento culturale che ha spazzato via una sapienza millenaria.

Il mondo ecclesiastico rischia di sostituire la Summa di san Tommaso d’Aquino con la canzonetta hippy di John Lennon Imagine che, tratteggiando la sua utopia da “figli dei fiori”, recita “Imagine there’s no countries” (immaginate che non ci siano patrie) e subito dopo, coerentemente, aggiunge “And no religion too” (E nemmeno una religione).

L’ideologia che predica l’abolizione delle patrie e delle identità è la stessa che punta al superamento del cristianesimo. Ci rifletta il mondo ecclesiastico.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 24 agosto 2026