Il famoso giocatore di poker Amarillo Slim spiegava che in ogni vera partita c’è un pollo da spennare e avvertiva: “Se nella prima mezzora non capisci chi è il pollo, allora il pollo sei tu”.

All’Italia dissero che questo tipo di Unione europea (a conduzione tedesca) e la moneta unica erano un club esclusivo che le avrebbe portato enormi benefici. E l’Italia ha abboccato, rinunciando a una grossa quota della propria sovranità economica e politica.

Nella prima “mezz’ora” – cioè nei primi anni – i nostri governanti hanno allegramente hanno promesso agli italiani che avremmo potuto lavorare di meno e guadagnare di più per il solo fatto di essere “europei” e di avere l’euro.

Oggi – passata quella “mezz’ora” – tutti possono vedere quanti bei benefici abbiamo avuto.

E’ una catastrofe (basti solo ricordare la povertà assoluta triplicata fra i giovani, il pil che è il fanalino di coda e il debito pubblico che ha sfondato ogni record).

Ora è chiaro che il pollo da spennare eravamo (e siamo tuttora) noi. Ma la cosa incredibile è che i nostri governanti continuano a non capirlo (o a non volerlo ammettere) e a farci spennare da lorsignori.

COSA STA ACCADENDO

Lo dimostra – tanto per citare solo l’ultimo esempiolo stravolgimento imposto da Bruxelles delle nuove regole per le Ong internazionali che portano migliaia di migranti sulle nostre coste. Continua

Finalmente si alzano altre voci a denunciare il naufragio in corso della nave chiamata “Italia”. Almeno per una volta non solo noi, famigerati “populisti”, ma perfino il “Corriere della sera” si accorge che questo Paese – che era già alla deriva – sta andando a picco. Va in malora.

Lo dimostrano anzitutto la Caporetto quotidiana delle nostre frontiere violate (ieri 5.000 nuovi arrivati) e i dati dell’economia come il debito pubblico che aumenta (a maggio nuovo record, 2.279 miliardi di euro), come i 4,7 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta (8,4 milioni in povertà relativa), la pressione fiscale che soffoca la ripresa, la disoccupazione giovanile a livelli tragici e il pil che boccheggia.

Ma il “Corriere” di ieri – grazie alla penna di Ernesto Galli della Loggia – rappresenta il disastro da un altro punto di vista: la vita quotidiana degli italiani.

Iniziando la sua lucida diagnosi, Galli si chiede quale immagine di sé stia dando l’Italia in questi mesi estivi. Ed ecco la sua desolata risposta: “quella di un Paese in cui il governo e con lui tutti i pubblici poteri appaiono sul punto di perdere il controllo del territorio”.

Poi stila un triste elenco di fatti e fenomeni di questa estate italiana: “decine di incendiari spinti da interessi criminali mettono tranquillamente a fuoco vastissime zone della Penisola”, senza che nessuno di loro venga individuato e arrestato.

Periferie (“soffocanti e orribili”) della grandi città con i servizi “al collasso”, dove al crepuscolo scatta una sorta di coprifuoco, dove i mezzi pubblici diventano luoghi pericolosi o dove interi caseggiati o quartieri sono “nelle mani di bande di malavitosi abituati a farla da padroni”. Continua

Ogni giorno, a proposito della marea migratoria, da Sinistra arrivano sermoni moraleggianti sul dovere dell’accoglienza generalizzata e incondizionata degli stranieri.

Peraltro danno spesso, tacitamente, ad intendere che tutti siano “profughi” (quando – in realtà – solo una piccola percentuale è costituita da profughi).

Eppure se, nella nostra storia nazionale, qualcuno ha da fare un “mea culpa” sull’accoglienza dei profughi, è proprio la Sinistra, almeno quella comunista.

La vicenda – perlopiù cancellata dalla storiografia ufficiale – riguarda addirittura dei profughi italiani, verso i quali avevamo dunque un doppio dovere di accoglienza e di solidarietà.

Accadde nel secondo dopoguerra. Sto parlando degli italiani del Quarnaro e della Dalmazia, di Zara, Pola e Fiume.

In quelle disgraziate terre del confine orientale, già martoriate dalla guerra, il comunismo titino arrivò brutalmente e “la volontà delle autorità comuniste jugoslave” fu subito quella di “eliminare ogni traccia di italianità” (Gianni Oliva). Continua

Sono tornati i lupi, animali belli e suggestivi, ma anche perniciosi per gli allevatori. Soprattutto animali carichi di evocazioni simboliche ed emotive radicate nel profondo del nostro immaginario.

Nei giorni scorsi sia “Repubblica” che il “Corriere della sera” hanno messo il lupo in prima pagina. Perché ormai sono tornati.

Ne è stato segnalato uno pure tra Boffolara e Magenta – dove ha mangiato un agnello – e il direttore del Parco del Ticino, Claudio Peja, esulta: “Dal medioevo non c’è più stato un lupo in pianura. Siamo una riserva Unesco. Per noi è una grande notizia”.

Immagino lo sia un po’ meno per il pastore proprietario dell’agnello. “In questi anni” dice Peja “erano arrivati il Picchio nero da Nord e l’istrice da Sud”. Ma colpisce quell’evocazione del medioevo a proposito del lupo.

In effetti c’è stato un tempo in cui i lupi erano i padroni incontrastati dell’Europa, delle pianure, delle colline e dei monti, ed è da allora che il lupo ha conquistato e occupato un posto nel folklore e nell’immaginario dei popoli italici ed europei. Qual è stato il tempo dei lupi? Continua

Pochi sanno che “Fratelli d’Italia”, l’inno che sentiamo ad ogni partita della Nazionale di calcio e che l’allora presidente Ciampi voleva fosse cantato dagli atleti, in realtà è solo un inno nazionale “provvisorio”. Dal 1946.

In tre legislature il Parlamento ha provato a renderlo definitivo, ma invano. Pare sia un’impresa sovrumana.

La legge 222 del 23 novembre 2012 prescrive addirittura di insegnarlo nelle scuole, ma senza averlo adottato ufficialmente: solite stranezze dell’Italia di oggi, come fare una casa cominciando dal tetto.

Adesso l’incredibile vicenda potrebbe concludersi positivamente. In questa settimana infatti la Commissione affari costituzionali della Camera esaminerà una nuova proposta di legge per l’adozione ufficiale dell’inno: è la quarta volta, si spera quella buona. Tuttavia – visti i tempi strettissimi della legislatura – non c’è niente di sicuro.

E’ un tormentone che rischia di diventare il simbolo dell’inconcludenza della politica italica e del vuoto di sensibilità nazionale. L’iter della legge – di per sé – potrebbe essere veloce, non dovrebbero esserci ostacoli politici, ma non è detto. Viviamo tempi strani. Continua

La tragedia del piccolo Charlie ha inquietato gli animi di tantissima gente, sia laici che cattolici. C’è oltretutto un sovrappiù di strazio, perché i genitori avrebbero almeno voluto portare a casa il bambino…

Ieri, mano a mano che passavano le ore, un’onda di commozione e dolore ha attraversato tante coscienze, i telefoni dell’ambasciata britannica e la mail dell’ospedale sono stati intasati, tanto che ancora qualche giorno è stato concesso al bambino.

Si sono fatte spontaneamente centinaia di veglie di preghiera, dappertutto, e molti cattolici hanno preso d’assalto il centralino della Segreteria di stato vaticana e di Santa Marta per chiedere un intervento urgente di papa Bergoglio.

Lui parla su tutto, ogni giorno. Ha tuonato perfino contro coloro che si tingono i capelli (“a me fa pena quando vedo quelli che si tingono i capelli”). Ma – nonostante le richieste – Bergoglio si è rifiutato ostinatamente di dire una sola parola in difesa della vita di Charlie Gard (silenzio totale come per Asia Bibi e per tutti i casi non “politically correct”). Continua

E’ noto che – per superare i disastri dell’euro – da qualche tempo Berlusconi propone l’introduzione in Italia di una “moneta parallela”. Idea che sui giornali e nel dibattito pubblico è stata snobbata come una trovata insensata fatta solo per venire un po’ incontro ai “no euro” di centrodestra.

Ma adesso – per quanto sorprenda – a definire e a rilanciare l’idea della “doppia moneta” è la rivista “Micromega” (nell’ultimo numero appena uscito in libreria), cioè proprio l’accademia dell’antiberlusconismo.

A dire la verità la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais rivendica una sorta di primogenitura dell’idea, avendo pubblicato nel 2015 l’eBook “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” con la prefazione e l’avallo di Luciano Gallino che considera questa idea un primo passo dello Stato per riprendersi la sovranità monetaria. Continua

Forse non si riflette bene sulla festa del Sacro Cuore di Gesù (che è oggi). E’ facile relegarla fra le devozioni e le tradizioni, oltretutto poco comprensibili se si pensa a quell’iconografia strana, con il cuore circondato di spine che fa un po’ impressione….
Invece la Chiesa – veramente grande nell’amore del Suo Sposo – ci fa soffermare su qualcosa di immenso…
Quante volte, di fronte a una persona di grande generosità, di eroica carità, diciamo: “ha un cuore grande!”, oppure “Che cuore!”.
Beh… pensare a Gesù in questo senso è abbagliante… Che cuore bisogna avere per abbandonare la gloria divina e farsi carne, vivere da uomo, nella miseria della condizione fisica di ogni essere umano, poi accettare l’odio il disprezzo, gli insulti, gli sputi, le più disumane sevizie e la morte, PER AMORE di quegli stessi che lo stanno torturando, per salvarli e farli eternamente felici?
“Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno…”, proprio nel momento in cui gli uomini scatenano su di lui la più diabolica cattiveria
Che CUORE bisogna avere per perdonarli sempre, sempre, sempre, per mendicare instancabilmente da loro una briciola di amore, Lui che è il re dell’universo ed è l’onnipo tente Dio?
Come fa ad avere un CUORE che arde di amore appassionato per delle creature cattive, ingrate, meschine, egoiste, criminali?
George Bernanos ha scritto una cosa che mi ha sempre colpito: «Verrà un giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere».
CHE CUORE BISOGNA AVERE PER PROVARE COSI TANTA COMPASSIONE DI NOI, DELLA NOSTRA CONDIZIONE INFELICE E SOFFERENTE, DA PRENDERE SU DI SE’ TUTTO IL MALE DEL MONDO, PUR DI RENDERCI FELICI? E ANCHE PER RENDERCI COME LUI, PARTECIPI – CON IL NOSTRO SI – ALL’AVVENTURA DELLA SALVEZZA UNIVERSALE…
Stamani, presto, sono stato ad Assisi, sulla tomba di san Francesco: credo che lui sia fra i pochi ad aver capito l’immensità del Cuore di Gesù.
Quando san Francesco, sul monte della Verna gridava e piangeva “l’Amore non amato! l’Amore non è amato!”, è a Gesù che pensava e a tutta la nostra cattiveria e ingratitudine. E così quando, alla fine della vita, ai suoi frati, diceva: “DOBBIAMO ANCORA COMINCIARE AD AMARE GESU’…”.
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Pochi mesi fa ci siamo commossi per il piccolo Aylan, il bambino siriano fotografato morto su una spiaggia turca (con i familiari aveva cercato di raggiungere la Grecia).

Tutti i media del pianeta rilanciarono quell’immagine in prima pagina e tutti si dissero indignati per un mondo dove si lasciano morire i bambini così.

Ebbene, oggi, per salvare la vita del bambino Charlie Gard, che sta in Gran Bretagna, si può ancora fare qualcosa, ma nessuno sembra voler fare una battaglia in difesa della sua vita.

Fra i pochi c’è mia figlia Caterina e devo dire che imparo sempre molte cose da lei. Continua

Giuliano Amato – oggi giudice costituzionale – è una personalità importante e intelligente dell’establishment e, intervistato ieri dal “Corriere della sera”, fa capire benissimo qual è la strada da percorrere (esattamente opposta a quella da lui indicata).

Parlando delle elezioni francesi – per esempio – inneggia a Macron grazie al quale il voto di protesta – secondo Amato – avrebbe abbandonato i “populisti” e sarebbe rientrato nei binari giusti (cioè si sarebbe fatto di nuovo abbindolare dall’establishment, votando Macron, il candidato del Palazzo e della Merkel).

Sfugge ad Amato un piccolo dettaglio: in Francia il 51,29 per cento degli elettori ha deciso di non andare nemmeno a votare. Significa che solo il 48,71 per cento degli elettori francesi si è recato ai seggi. Se questa non è protesta, se questo non è un gravissimo segno di malessere della democrazia francese, davvero non si capisce più nulla.

Non solo. In quel 48 per cento dei francesi che hanno votato, Macron – il beniamino delle élite – si è preso circa il 32 per cento, che corrisponde al 15,39 per cento del totale degli elettori. I suoi voti effettivi dunque rappresentano una piccolissima parte della Francia. Continua