Tornano Destra e Sinistra? Lo proclama la copertina dell’Espresso : “Chi si rivede: Destra e Sinistra. Da una parte i nazionalisti, i sovranisti, i nostalgici. Dall’altra le donne, i ragazzi, gli ambientalisti”.

Tutto chiaro dunque. Da una parte brutti, sporchi, cattivi e ottusi. Dall’altra belli, puliti, buoni e intelligenti. Da una parte il Male, dall’altra il Bene, da una parte il torto, dall’altra la ragione.  

Questa è l’autorappresentazione della Sinistra. Tutto chiaro, semplice e rassicurante. Permette di sentirsi i migliori, superiori ai “nemici”. Solo che poi la realtà non sta nei suoi schemi: per esempio, l’Espresso dove metterebbe Berlusconi, oggi?

Cosa è di Sinistra e cosa è di Destra èl’assillo di sempre dei compagni che devono incasellare tutto nei loro schemi manichei in bianco e nero. 

Ricordano il vecchio film “Maledetti vi amerò” , dove il protagonista, il sessantottino Svitol , tornato in Italia alla fine degli anni Settanta, cercava di ritrovare le coordinate: “Il tè è di sinistra, come il riso integrale e la cucina macrobiotica. Il caffè invece è di destra, anche il bagno con la vasca è di destra. La doccia, invece, è di sinistra. L’erotismo è di sinistra, la pornografia è di destra. L’eterosessualità è di destra, l’omosessualità, invece, ha un profondo valore trasgressivo, quindi è di sinistra. In quanto a Nietzsche è stato rivalutato, cioè adesso è di sinistra… compagni, non facciamo casino, ah! Bisaglia è di destra, Basaglia è di sinistra. Cosa vuol dire una vocale….

E oggi? Su Twitter un certo Matteo Brandi ha ironicamente rappresentato così la Sinistra del 2019: “Viva i Rom, ma non nel mio quartiere. Viva il libero mercato, ma non per la mia radio. Viva le culture del mondo, ma non la mia. Viva l’austerity, ma non con i miei soldi. Viva il precariato, ma non per mio figlio. Viva la democrazia, ma non contro le mie idee”.

Si potrebbe continuare. Viva le tasse, ma non per me. Viva la libertà di parola, ma non per chi esprime idee che io avverso. Viva il suffragio universale, ma solo se decreta la vittoria della mia parte.

Viva gli altri popoli europei, ma non quando votano per la Brexit o manifestano coi gilet gialli contro Macron o scelgono i sovranisti. Viva gli Stati Uniti, ma solo se non votano Trump.

Viva i migranti, ma in periferia, non nel mio luogo di vacanza o nel mio condominio. Viva l’Umanità dall’altra parte del mare. Se invece è dall’altra parte del muro – sotto forma di vicino rumoroso – è insopportabile.

E poi: viva la lotta al riscaldamento globale, ma non chiedete a me di rinunciare alla macchina o ai miei consumi e al mio benessere. 

Viva il Tricolore, ma solo finché c’era la polemizzare con la Lega bossiana. Oggi va assolutamente sostituito con la bandiera della UE.

Viva la bandiera della pace (da appendere ai balconi), ma solo per la guerra all’Iraq, non per quella alla Serbia o alla Libia.

Viva la sovranità nazionale, ma solo finché – in anni lontani – si manifestava contro la Nato e contro gli Stati Uniti. Oggi è un’espressione detestabile. Viva il Mercato, ma solo oggi, perché fino a ieri era il demonio.

In effetti l’uomo di Sinistra deve fare attenzione con le cose da avversare. Dimenticati gli slogan rivoluzionari di ieri, oggi si proclama contro le parole di odio, ma solo quelle degli altri. E’ contro l’intolleranza, ma non la sua.

Contro i “privilegi”, ma quelli altrui (per i propri ha una certa benevolenza). Contro l’omofobia e la discriminazione delle donne, ma facendo spallucce e fischiettando se parliamo di certi paesi islamici.

Contro la Chiesa, ma non i preti progressisti che stanno con la Sinistra. Contro Berlusconi, ma non ora che avversa il governo.

Contro il M5S, ma solo finché è alleato della Lega. Se volesse graziosamente coalizzarsi con il PD diventerebbe un’apprezzabile “costola della Sinistra”.

Contro la piazza, ma solo se ha idee “populiste”, in caso contrario va esaltata la magnifica manifestazione democratica.

Contro il muro col Messico di Trump (che non è ancora stato innalzato), ma senza dire parola contro il muro col Messico già costruito da Bill Clinton (anche Giorgio Mario Bergoglio è contro tutti i muri eccetto le alte e invalicabili mura vaticane).

E ancora: contro le frontiere chiuse di Salvini, ma non contro quelle di Minniti. Contro l’attacco alle pensioni (usare l’espressione “massacro sociale”), ma non quando a “riformarle” è un governo “progressista”.

La conclusione potremmo affidarla a Nicolas Gomez Davila: “L’uomo di sinistra si crede generoso perché le sue mete sono confuse”.

Oppure – fate voi – a Oriana Fallaci: “Per tenersi a galla oggi bisogna stare a sinistra”. Non solo perché conviene, ma anche perché “ti garantisce il potere” ed “è di moda. Sissignori… È un conformismo, una convenzione. Soprattutto per i banchieri e i magnati e i presunti intellettuali… Per i giornalisti e le giornaliste… Per gli stilisti… Per la Confindustria che fa lingua in bocca con la Cgil, insomma per quella che in America si chiama ‘the Caviar Left’. La Sinistra al Caviale”.  

Il caviale del tramonto.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 8 aprile 2019

A chi si è addormentato con le chiacchiere monotone e “politicamente corrette” delle élite clericali che lisciano il pelo ai salotti delle ideologie dominanti, il nuovo libro del card. Robert Sarah provocherà uno choc.

E’ sulla linea del magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II non solo sui temi dottrinali, ma anche sulle questioni sociali del presente.

Il cardinale africano giganteggia nella Chiesa attuale per la sua autorevolezza, la sua spiritualità, per il suo distacco dalle lotte curiali e per la sua coraggiosa voce di verità.

Del resto già da giovane vescovo in Guinea  entrò in urto col regime socialista, cioè “con Sekou Touré sempre più inferocito contro questo nuovo pastore indomito difensore della fede. Dopo la morte improvvisa del tiranno, nel 1984, scopriranno che Sarah era il primo sulla lista dei nemici”  (Sandro Magister).

Specialmente sul tema dell’emigrazione  lui, africano proveniente da un villaggio poverissimo, è totalmente controcorrente rispetto al clericalismo di sinistra

Mette in guardia dalla “barbarie islamista” (come dalla barbarie materialista), appoggia i paesi di Visegrad che difendono le loro identità nazionali e boccia il Global Compact sulle migrazioni.

Ormai – dice –“ci sono molti paesi che vanno in questa direzione e ciò dovrebbe indurci a riflettere. Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massaSe l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Così, in un’intervista a “Valeurs Actuelles” , ha presentato il suo nuovo libro, appena uscito in Francia (in italiano arriverà a fine estate), che s’intitola Le soir approche et déjà le jour baisse” , titolo che richiama il passo del Vangelo sui pellegrini di Emmaus.

E’ un grido d’allarme sulla Chiesa, sull’Europa e sulla sua Africa che ritiene danneggiata dall’ondata migratoria: “C’è una grande illusione che consiste nel far credere alla gente che i confini saranno aboliti. Gli uomini si assumono rischi incredibili. Il prezzo da pagare è pesante. L’Occidente è presentato agli africani come il paradiso terrestre(…). Ma come si può accettare che i paesi siano privati ​​di così tanti loro figli? Come si svilupperanno queste nazioni se così tanti loro lavoratori sceglieranno l’esilio?” 

Il prelato si chiede quali sono le strane organizzazioni “che attraversano l’Africa per spingere i giovani a fuggire promettendo loro una vita migliore in Europa? Perché la morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero risultato dei viaggi dei miei fratelli africani verso un eldorado sognato? Sono disgustato da queste storie. Le filiere mafiose dei trafficanti devono essere sradicatecon la massima fermezza. Ma curiosamente restano del tutto impunite”. 

Non si può far nulla? Il prelato cita “il generale Gomart, ex capo dell’intelligence militare francese”, il quale di recente ha spiegato: “Questa invasione dell’Europa da parte dei migranti è programmata, controllata e accettata […] Niente del traffico migratorio nel Mediterraneo è ignorato dalle autorità francesi, militari e civili”.  

Sarah si dice traumatizzato da quello che è accaduto negli anni scorsi: “La barbarie non può durare più. L’unica soluzione duratura è lo sviluppo economico in Africa. L’Europa non deve diventare la tomba dell’Africa”. Perciò “si deve fare tutto affinché gli uomini possano rimanere nei paesi in cui sono nati”

Così il cardinale si schiera purecontro il Global Compact che invece è sostenuto da Bergoglio: “Questo testo ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari. Ho paura che produrrà esattamente il contrario. Perché i popoli degli Stati che hanno firmato il testo non sono stati consultati? Le élite globaliste hanno paura della risposta della democrazia ai flussi migratori?”.

Sarah ricorda che hanno rifiutato di firmare questo patto paesi come Stati Uniti, Italia, Australia, Polonia e molti altri. 

Poi il cardinale critica il Vaticano che lo appoggia: “sono stupito che la Santa Sede non sia intervenuta per cambiare e completare questo testo, che mi sembra gravemente inadeguato”. 

E boccia le élite europee: “Sembra che le tecnostrutture europee si rallegrino dei flussi migratori o li incoraggino. Esse non ragionano che in termini economici: hanno bisogno di lavoratori che possano essere pagati poco. Esse ignorano l’identità e la cultura di ogni popolo. Basta vedere il disprezzo  che ostentano per il governo polacco”. 

Alla fine di questa strada – avverte Sarah – c’è solo l’autodistruzione. Secondo il cardinale si è approfittato della pur giusta lotta “contro tutte le forme di discriminazione” per imporre l’utopia della “scomparsa delle patrie”. Ma questo “non è un progresso”

Il multiculturalismo non va confuso con la carità universale: “La carità non è un rinnegamento di sé. Essa consiste nell’offrire all’altro ciò che di meglio si ha e quello che si è. Ora, ciò che di meglio l’Europa ha da offrire al mondo è la sua identità, la sua civiltà profondamente irrigata di cristianesimo”. 

Invece, secondo il cardinale, l’attuale globalizzazione “porta a un’omologazione dell’umanità, mira a tagliare all’uomo le sue radici, la sua religione, la sua cultura, la storia, i costumi e gli antenati. Così diventa apolide, senza patria, senza terra. È a casa dappertutto e da nessuna parte”.

Perciò il prelato spezza una lancia a favore dei paesi cosiddetti sovranisti: “I paesi, come quelli del gruppo di Visegrád, che si rifiutano di perdersi in questa pazza corsa sono stigmatizzati, a volte persino insultati. La globalizzazione diventa una prescrizione medica obbligatoria. Il mondo-patria è un continuum liquido, uno spazio senza identità, una terra senza storia”.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 7 aprile 2019

“Debuttai come giornalista (in nero e senza un contratto di lavoro, proprio come si usa oggi) nel 1977 alla ‘Città futura’. Era il giornale della Federazione giovanile comunista italiana”.

Così impietosamente Federico Rampini – oggi firma di punta di “Repubblica” – ricorda il suo esordio professionale nel suo ultimo libro, “La notte della sinistra”, dove affonda il coltello nelle contraddizioni, nelle ipocrisie e negli errori della sua parte politica, che elenca:“dall’immigrazione alla vecchia retorica europeista ed esterofila, dal globalismo ingenuo alla collusione con le élite del denaro e della tecnologia”.

Il libro di Rampini in pratica demolisce la Sinistra. L’autore invita anzitutto a smetterla di “raccontarci che siamo moralmente superiori e che là fuori ci assedia un’orda fascista”.

Invita anche a smetterla “di infliggere ai più giovani delle lezioni di superficialità, malafede, ignoranza della storia. Si parla ormai a vanvera di fascismo, lo si descrive in agguato dietro ogni angolo di strada, studiando pochissimo quel che fu davvero… Si spande la retorica di una nuova Resistenza, insultando la memoria di quella vera (o ignorandone le contraddizioni, gli errori, le tragedie)”. 

Poi l’autore ricorda le orribili assemblee studentesche degli anni Settanta, dove “gli estremisti, decidevano chi aveva diritto di parola e chi no. ‘Fascisti’, urlavano a chiunque non la pensasse come loro. L’élite di quel momento (giovani borghesi, figli di papà, più i loro ispiratori e cattivi maestri tra gli intellettuali di moda) era una Santa Inquisizione che sottoponeva gli altri a severi esami di purezza morale, di intransigenza sui valori”. 

Attualmente sembra si sia disinvoltamente cambiato tutto, ma “nel politically correct di oggi sono cambiate solo le apparenze, il linguaggio, le mode. Tra i guru progressisti ora vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer dei social, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiano conti in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity.
Mentre si trattano con disgusto quei bifolchi delle periferie che osano dubitare dei benefici promessi dal globalismo”.

Le parole d’ordine e gli slogan dell’attuale Sinistra vengono demoliti con chirurgica precisione. I sovran-populisti sono accusati di alimentare la paura

“Da quando in qua” si chiede Rampini “la paura è una cosa di destra, anticamera del fascismo? Deve vergognarsi chi teme di diventare più povero? Chi patisce l’insicurezza di un quartiere abbandonato dallo Stato?

E le parole identità, patria, interesse nazionale? Rampini sconsolato scrive: “dobbiamo smetterla di regalare il valore-Nazione ai sovranisti …”. A loro – dice – “abbiamo lasciato” la parola Italia: “certi progressisti” si commuovono per le grandi cause come “Europa, Mediterraneo, Umanità” mentre ritengono la nazione “un eufemismo per non dire fascismo”.

Solo che la liberal-democrazia è nata proprio “dentro lo Stato-nazione” e Mazzini e Garibaldi “erano padri nobili della sinistra”, la quale peraltro ha “venerato tanti leader del Terzo Mondo – da Gandhi a Ho Chi Minh a Fidel Castro – che erano prima di tutto dei patrioti”.

La Sinistra nostrana si entusiasma solo per il sovranismo altrui. Rampini osserva: “non si conquistano voti presentandosi come ‘il partito dello straniero’. Negli ultimi tempi in Italia il mondo progressista ha sistematicamente simpatizzato con Macron quando attaccava Salvini e con Juncker quando criticava il governo Conte”. 

Così si conferma “il sospetto che la sinistra sia establishment, e pronta a svendere gli interessi nazionali. Ed è un’illusione anche scambiare Macronper un europeista: è un tradizionale nazionalista francese, che dell’Europa si serve finché gli è utile, ma per piegarla ai propri interessi”.

Su Juncker poi Rampini è durissimo ricordando che faceva parte del governo del Lussemburgo  quando adottava certe politiche fiscali, cioè offriva “privilegi fiscali alle multinazionali di tutto il mondo: uno dei principali meccanismi di impoverimento del ceto medio e delle classi lavoratrici di tutto l’Occidente”.

Secondo Rampini “uno che ha governato il Lussemburgo” non dovrebbe essere “promosso” a dirigere la Commissione europea. L’autore trova incredibile che “opinionisti di sinistra abbiano tifato per Juncker”.

E poi si chiede: “Perché solo gli italiani dovrebbero vergognarsi di avere cara la propria nazione?Definirsi europeisti in chiave antinazionale, il vezzo attuale della nostra sinistra, è un errore grave: a Bruxelles né i tedeschi né i francesi dimenticano mai per un solo attimo di difendere con determinazione gli interessi del proprio paese”. 

Il primo capitolo del libro s’intitola “Dalla parte dei deboli… solo se stranieri”. La fissazione delle élite progressiste per gli immigrati (che sono utilissimi a un certo capitalismo per abbattere retribuzioni e protezioni sociali) va di pari passo con la dimenticanza della stessa Sinistra per i nostri poverie il nostro ceto medio impoverito. Qui l’analisi di Rampini si fa spietata per moltissime pagine.

E fa capire perché il popolo e i lavoratori hanno divorziato dalla Sinistra e questa è diventata il partito delle élite e dei quartieri-bene: “L’Uomo di Davos ha plagiato la sinistra, i cui governanti si sono alleati proprio con quelle élite”

La conclusione di Rampini è questa: “non vedo un futuro per la sinistra italiana se si ostinerà a essere il partito dei mercati finanziari e dei governi stranieri, in nome di un europeismo beffato proprio da tedeschi e francesi”.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 31 marzo 2019

Quella che, alle porte di Milano, la settimana scorsa, poteva essere una strage di bambini e (grazie a Dio) è stata scongiurata dal pronto intervento dei Carabinieri, sui media è stata trasformata nell’occasione per far propaganda allo “Ius soli”. Paradossale – visto che l’autista era un senegalese diventato cittadino italiano – ma è così

Per questo i media hanno trasformato in un eroe il giovane Ramy, in quanto egiziano, mentre sono spariti dalle cronache tutti quei ragazzi i quali – essendo appunto italiani – non servivano alla causa. Un titolo per tutti, quello del “Corriere della sera” : “Ramy, il ragazzino eroe: ‘Sogno la cittadinanza’”. 

Tutti i riflettori sono stati per lui. Non si è più visto il bambino (credo si chiami Riccardo ) che ha preso per primo il telefonino per cercare aiuto. Dall’unica, iniziale, intervista che gli è stata fatta appare come un ragazzino italiano, biondo, con un piccolo crocifisso al collo, quindi non serviva per la narrazione migrazionista. 

Così come non si è saputo nulla del ragazzo, veramente eroico, che – quando l’autista ha preteso uno che andasse lì vicino a lui, da tenere a portata di mano – si è offerto come volontario(“altrimenti minacciava di far saltare in aria il bus…”). Un vero eroe. Ma solo i ragazzi stranieri hanno avuto la celebrazione mediatica.

L’unico italiano a cui i media hanno dedicato qualche attenzione è colui che – mentre correva via dal pullman con i suoi amici – ha gridato due volte “ti amo” . L’episodio corrispondeva alla sensibilità oggi dominante che cucina “l’amore” in tutte le salse e in tutti i modi possibili. Così ha suscitato palpiti di commozione e interesse.

A lui infatti sono state dedicate le considerazioni di Massimo Gramellini sulla prima pagina del “Corriere” , che ha scritto: “Sono affascinato dal ragazzino che urla ‘ti amo… io ti amo’, mentre scappa con i compagni dallo scuolabus in fiamme, ma anche seriamente preoccupato per lui”.

E la preoccupazione – spiega sarcasticamente Gramellini – sta nella “possibilità che, in mezzo a tutto quel frastuono, la destinataria del suo ‘Ti amo’ non si sia accorta di nulla. O, peggio, che se ne sia accorta e gli abbia risposto: ‘Ti voglio bene anch’io, ma più come amico’ ”. 

Noi adulti siamo scafati e sappiamo come vanno queste faccende di cuore. Guardiamo con tenerezza, ma anche con una certa disincantata ironia  i ragazzi che a 12 anni non hanno ancora capito che l’amore espone ad amare delusioni.  

Anche “Le iene” hanno acceso un faro su questo ragazzo e sono andate a cercarlo. Ma – una volta trovatolo – ecco la sorpresa che ha spiazzato l’intervistatrice. 

Guglielmo – questo è il nome di quel dodicenne – ha una faccetta simpatica e una felpa gialla. Appare un po’ intimidito dalle telecamere. 

Dopo aver detto che ora sta bene (“mi sono ripreso dallo spavento”), alla giornalista che gli chiedeva a chi erano rivolte le parole ‘ti amo’, ha spiegato: “Erano rivolte al Signore, perché sul pullman eravamo tutti disperati e anche io ho voluto fare una mia preghiera. E quando siamo riusciti a salvarci mi è sembrato che si fosse avverata e quindi ho voluto ringraziare”

La giornalista, stupita (e spiazzata) chiede: “E hai urlato…?”: E lui : “(Ho urlato) Dio ti amo!” .Ecco svelato il mistero. Non “io ti amo!”, ma “Dio, ti amo!”. Così, in questi strani giorni, in un momento storico che affonda nel cinismo, ci è arrivata una lezione da un bambino che spalanca un orizzonte dimenticato. E’ sembrato avverarsi quanto proclama il Salmo 8: “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli”.

Quei ragazzi, nel momento del terrore, si sono raccomandati a Dio e, una volta liberati dal pericolo, scappando verso la libertà, Guglielmo – per tutti gli amici – con quel grido (“Dio ti amo!”) ha ringraziato il Padre che tutti abbiamo nei Cieli.

Dietro il bel volto luminoso di Guglielmo c’è quell’Italia umile, fatta di famiglie, parrocchie e oratori che è e resta ancora l’Italia che dà speranza. Ed è la bella Italia che sui media non sembra degna di essere raccontata.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 27 marzo 2019

Condivido le forti perplessità di Matteo Salvini sul Memorandum firmato dall’Italia con la Cina.  

So bene che con Pechino possono esserci opportunità commerciali da cogliere e so pure che i partner europei che oggi ci rimproverano lo stanno facendo più di noi e da tempo. Anche la UE predica bene e poi razzola male. 

Tutto vero. Ma qua c’è in gioco qualcosa di enorme, come gli equilibri geopolitici ed economici del mondo e bisogna andarci cauti, non si può irrompere in un tale campo minato con la naïveté, la superficialità e l’improvvisazione del nostro governo.

Basti citare il problema strategico sollevato dagli Stati Uniti, con grande allarme, quello delle telecomunicazioni: era sempre stato escluso, dall’esecutivo, che nel Memorandum si parlasse di telecomunicazioni e invece sono esplicitamente citate insieme ad altri temi strategici come energia e spazio. Fare il gioco delle tre carte su problemi così gravi dimostra una certa irresponsabilità.

Ma a parte questo enorme problema relativo al 5G e alla sicurezza, che in parte è stato contenuto grazie all’intervento del presidente Mattarella e della Lega, cosa c’è in gioco?

Il fatto è che siamo andati a metterci in mezzo allo scontro epocale fra due colossi: gli Stati Uniti e la Cina. E possiamo romperci le ossa.

Lo scontro è insieme economico e politico e riguarda il futuro del mondo. Come scriveva su “Limes” Francesco Sisci “lasse del potere economico del mondo si sta spostando”. 

Proprio in questi mesi la Cina sta tentando lo storico sorpasso sugli Stati Uniti per diventare il paese con il prodotto interno lordo più grande del pianeta. E secondo certi calcoli, se si paragonano i due paesi a parità di potere d’acquisto, già nel 2017 il Pil cinese è stato superiore a quello americano.

Da qui l’offensiva di Trump sui dazi, per riequilibrare il commercio mondiale in cui la Cina fa la parte del leone perché non garantisce né il libero mercato, né i diritti sociali e civili.

Senza un riequilibrio gli Usa e l’Occidente non saranno più il motore economico (e quindi politico) del globo. 

Non è preoccupante che lo diventi una potenza comunista che calpesta tutti i diritti umani e che ha 1 miliardo e 300 milioni di abitanti?

Del resto, come spiegava Pam Woodall, “la storia ci dice che, ahinoi, solo raramente tali spostamenti di potere economico avvengono in modo morbido”.

Si può davvero credere che gli Usa siano disposti a cedere alla Cina lo scettro del mondo? E l’Italia con chi si schiera?

Entrare nell’orbita economica cinese significa anche entrare nella sua orbita politica. Tanto è vero che già oggi la forza economica cinese condiziona i governi democratici occidentali : basti pensare al totale silenzio che essi osservano, nei rapporti con la Cina, sull’enorme problema dei diritti umani, fino al punto di rifiutarsi di ricevere il Dalai Lama per non “dispiacere” a Pechino. 

Il recente incidente verificatosi al Quirinale tra unfunzionario dell’ambasciata cinese in Italia e una giornalista del “Foglio”  fa capire come i cinesi considerano la libertà di stampa. E soprattutto fa capire che non intendono limitarsi a negarla in Cina, ma pretendono di farlo anche da noi.

Se già oggi, in nome degli affari, glissiamo allegramente sui diritti umani in Cina, domani cederemo anche sulla nostra democrazia se può danneggiare i “buoni rapporti”.

Del resto gli affari li fanno soprattutto i cinesi. Guido Crosetto ha picchiato sul governo: “Gli stessi che hanno fatto un provvedimento che punisce, giustamente e con una logica chiara, chi delocalizza in Romania, ora spingono alla creazione di un fondo pubblico per aiutare chi vuole delocalizzare in Cina. Con la logica politica non riesco a capire”.

Altro che Marco Polo, rischiamo di diventare Marco Pollo e farci spennare pure dai cinesi. Non è pessimismo, è realismo. Se son rose sfioriranno.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 25 marzo 2019

Il clamoroso flop dell’appello di Romano Prodi ad appendere fuori dalle finestre la bandiera europea, il 21 marzo, fa un po’ ridere, ma dovrebbe pure far riflettere. 

Oltretutto era stato rilanciato dai media e soprattutto era stato fatto proprio dal Pd che – per bocca del suo nuovo segretario Zingaretti – aveva twittato: “Chiedo a tutti di aderire e di raccogliere l’appello lanciato da Romano Prodi, di farlo nostro. Noi ci saremo!”.

Loro ci sono stati, infatti, ma con pochi intimi: bandiere europee alle finestre non se ne sono viste da nessuna parte. Solo “Repubblica” ha comicamente parlato di “successo dell’iniziativa”, espressione che in questo caso può avere solo un significato satirico

Del resto il Pd non si è limitato a esporre (in solitario) la bandiera europea sul balcone (e solo quella europea, senza il tricolore), ha pure cancellato la bandiera italiana dai suoi social

Cosa che ha scandalizzato molti, fra cui Giorgia Meloni che ha commentato: “Non contenti delle continue dimostrazioni di sudditanza, il Pd ufficializza la propria anti-italianità eliminando definitivamente il tricolore da Twitter e lasciando solo la bandiera dell’Ue. Ma quanto sono ridicoli?”.

A suo modo è una scelta simbolica assai rivelatrice. Infatti il Pd fa persino peggio del Pci che almeno, nel suo simbolo, dietro la bandiera rossa con falce e martello (che era la bandiera dell’Urss ), aveva mantenuto la bandiera italiana.

La Meloni – e non solo lei – considera dunque il Pd come il referente politico del partito anti-italiano. La cui ideologia viene quotidianamente amplificata e rilanciata su gran parte dei media.

E’ questo che spiega sia l’impopolarità del Pd (con tutta la Sinistra), sia il flop dell’appello prodiano. Un flop che, soprattutto alla vigilia delle elezioni europee, è clamoroso ed emblematico (sebbene taciuto dai media).

Il motivo è semplice: gli italiani hanno capito benissimo, sulla propria pelle, che fregatura sono stati l’euro e l’Unione europea

Perfino un centro studi tedesco di recente ha calcolato che a vent’anni dall’entrata in vigore della moneta unica, la Germania è il paese che ci ha guadagnato di più e l’Italia è il paese che ci ha perso di più (“Nessun altro Paese l’euro ha portato a perdite così elevate di prosperità come in Italia”).

Per la precisione il nostro Paese ha avuto una perdita totale di 4.325 miliardi di Pil ed è di 73.605 eurola perdita economica pro capite degli italiani dal 1999 al 2017.

Al contrario per la Germania si calcola un guadagno di 1.893 miliardi di euro, ovvero 23.116 euro per abitante.

Tutto questo è conseguenza del meccanismo della moneta unica che è un marco svalutato e una lira super valutata ed era stato perfettamente previsto dagli economisti.

In questo quadro si capisce perché, nei giorni scorsi, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, a proposito della possibile uscita dell’Italia dall’euro, ha dichiarato: “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”.

Ecco perché nella Ue vogliono un’Italia sottomessa e obbediente ai loro interessi che poi sono perlopiù quelli tedeschi. Vogliono un’Italia che accetta di continuare a suicidarsi per gli interessi stranieri. 

Non a caso ieri Manfred Weber, il tedesco che la Merkel ha candidato alla guida della prossima Commissione europea, in una intervista a “Repubblica”, è arrivato a sfoderare un’arroganza da padrone dichiarando testualmente che “le destre nazionaliste vogliono riprendersi sovranità”  ma lui vuole vincere le elezioni europee per scongiurarlo.

Così – ha aggiunto – “i paesi del Nord come la Germania, l’Austria o la Finlandia si devono prendere cura dei ragazzi dell’Europa del Sud”.

La traduzione è semplice: l’Italia, con la leadership della Lega salviniana, intende riprendersi la propria indipendenza e sovranità, per difendere i propri interessi nazionali, ma noi glielo impediremo continuando a tenerla sotto il nostro teutonico stivale.

Alle prossime elezioni europee dunque gli italiani dovranno decidere se dare un futuro di prosperità al nostro Paese, o votare per il bene della Germania  facendoci definitivamente sottomettere come una colonia.

Va anche considerato che, in ogni caso, quell’operazione di palazzo compiuta nel 1992 e chiamata Unione Europea (da non confondersi con la precedente Comunità europea) è ormai al collasso.

Non solo per l’avanzata dei partiti euroscettici (ultima in ordine di tempo la vittoria elettorale in Olanda). Ma anche perché vanno in piazza i popoli che non sopportano più il regime germanico e l’impoverimento che comporta. Anche l’impoverimento di democrazia.

Lo dimostrano le vicissitudini della Brexit da cui emerge che la UE è come il Patto di Varsavia, una “unione” da cui non si può uscire se non pagando un prezzo salatissimo: un luogo da cui non si può uscire ha un solo nome: prigione.

Ma il collasso della UE è dimostrato pure dall’esplosione delle piazze in Francia, qualcosa che rischia di somigliare a una guerra civile.

François Billot de Lochner, in un articolo intitolato “Stiamo andando verso una nuova rivoluzione?”, ha riportato un recente sondaggio” da cui emerge che “il 40% dei francesi è convinto che non saranno possibili cambiamenti nella loro società, senza una rivoluzione!”

Per far capire quanto è clamoroso questo dato, Billot de Lochner spiega che “mai i francesi, dopo la rivoluzione del 1789, si erano mostrati a tal punto rivoluzionari”, tanto è vero che “nella primavera del 1789, alla vigilia della Rivoluzione… gli storici più seri stimano che i rivoluzionari che volevano davvero abbattere la monarchia, erano meno del 5%. Eppure, con meno del 5% di rivoluzionari dichiarati, dal giugno 1789 la Francia fu messa a ferro e fuoco. Quali rischi possono esserci per la nostra società, con una percentuale del 40%?”.

Poi conclude: “Come si poteva immaginare che l’incredibile disprezzo di una piccola casta politico-mediatica verso una larga maggioranza della popolazione francese, in particolare del ceto medio, si sarebbe un giorno tradotta in una reazione violenta, di cui i Gilet gialli sono solo la punta dell’iceberg?”

Chi s’illude di risolvere il problema con la dura repressione, come Macron, o – come Weber – con il potere tecnocratico per rimettere in riga “i ragazzi del Sud Europa” è destinato al fallimento. 

Nessun altro popolo europeo sarà disposto a subire quello che ha sopportato la Grecia. Del resto ci sono tanti segnali (come il recente crollo dell’indice PMI manifatturiero in Germania)  che faranno capire a Berlino che il sistema di Maastricht è al capolinea. Non si può più tirare la corda, perché si spezza. 

L’errore è stato pretendere di sostituire la precedente Comunità europea che De Gasperi, Adenauer e Schuman avevano costruito sulle comuni radici culturali cristiane, con una costruzione artificiale che ha sostituito le comuni radici cristiane con il dio-Mercato, che è basata sull’imposizione di una devastante moneta unica e sulla tecnocrazia europea la quale svuota le identità e le sovranità nazionali.

Il politologo Jérôme Fourquet sostiene che in Francia la cancellazione della matrice giudaico-cristiana è all’origine delle profonde divisioni e fratture del Paese. La stessa cosa si può dire per l’Unione Europea.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 24 marzo 2019 

A più di un anno dalla batosta elettorale – con la velocità del bradipo – ieri il Pd ha eletto il nuovo segretario. E’ Nicola Zingaretti, colui che ha vinto le primarie.

Il primo motivo per cui è stato scelto lui è psicologico: la sua bonomia,la sua faccia da allegro salumiere. Com’è noto il Pd è da sempre profondamente antipatico. Il sociologo (di area) Luca Ricolfi ci aveva addirittura scritto un libro: “Perché siamo antipatici”.

E’ un problema atavico, dovuto alla spocchia della Sinistra, al suo senso di superiorità e a quel suo sottile disprezzo  per chi ha idee e valori diversi e per il popolo che pensa con la propria testa “populista”.

Sembrò che Renzi – da toscano – potesse traghettare il Pd verso l’affabilità. Era giovane e aperto, non più settario come la vecchia Sinistra. Ma poi Renzi stesso diventò, per il sentimento popolare, simpatico come un riccio di mare nelle mutande.

Ecco dunque Zingaretti che ora ha la missione di tornare a sintonizzarsi con “la gente” e ci prova con la bonomia sorridente e sempliciona del gestore del negozio di alimentari  sotto casa che – quando ti mancano gli spiccioli – ti rassicura: “non c’è problema, ci rifacciamo la prossima volta”.

Andrea Scanzi lo ha dipinto così: “Te lo immagini proprio dietro il banco, col cappellino del Vitiano e le unghie un po’ sporche di migliaccio. Saresti portato a chiedergli al massimo tre etti di finocchiona, va da sé tagliata a mano, e invece da lui esigono l’impossibile. Come fosse un Che Guevara sotto mentite spoglie, in grado financo di ridestare un partito catatonico”.

Infatti lo vedi arrancare in ragionamenti che – in tutta sincerità – rasentano la supercazzola. Tipo questo sentito ieri: “A questo punto dobbiamo muoverci e metterci in cammino, tutto quello che succede intorno a noi ce lo dice… dobbiamo muoverci, insieme: con spirito innovativo, con un partito inclusivo. Dobbiamo rimettere al centro la persona umana”

Un vecchio leader del Pci come Paolo Bufalini diceva: “C’è una cosa peggiore del perdere le elezioni ed è non sapere perché si sono perse”.

In effetti nella narrazione di Zingaretti non c’è traccia di riflessione autocritica sulle vere ragioni che hanno portato al tracollo del Pd. Che sono due: l’enorme e incontrollato afflusso migratorio degli ultimi anni e il dramma economico e sociale rappresentato – per l’Italia – dall’euro e dalle politiche dell’Unione europea

Zingaretti non ha rivendicato nemmeno quello che di positivo, sull’emigrazione, cominciò a fare Minniti (come resipiscenza tardiva e parziale del Pd). Sono tornati al “migrazionismo” tipico della Sinistra.

D’altronde Il nuovo segretario naviga in mezzo alle contraddizioni. Come primo gesto dopo la vittoria delle primarie ha fatto visita a Chiamparino, a Torino, in appoggio alla battaglia pro Tav. Subito dopo si è messo ad applaudire Greta, addirittura dedicandole la vittoria per mettere il cappello sulla manifestazione ecologista. Come stiano insieme la Tav e l’ecologismo non si sa. Sembra il “ma anche” veltroniano immortalato da Crozza.

Pure sulla “via della seta” – che nell’attuale governo viene caldeggiata soprattutto dal M5S – la contraddizione è stridente. Non solo perché la Cina è pur sempre un regime comunista ed è criticata dagli Stati Uniti, ma anche perché a iniziare il dialogo con Pechino furono altri.

Consideriamo il premier Gentiloni. Titolo del “Sole 24 ore” del 14 maggio 2017: “Gentiloni in Cina: ‘L’Italia può essere protagonista della nuova Via della seta’ ”.

A proposito: Gentiloni ieri è stato eletto presidente del PdAnna AscaniDeborah Serracchiani sono diventate vicepresidenti.  Nel Pd si passa con estrema facilità da Veltroni a Bersani, poi a Renzi e poi a Zingaretti. Sembra che tutto si rivoluzioni e invece non cambia mai niente e anche le persone sono sempre quelle. Cambiano solo di posto. 

Un po’ come la storiella del “facite ammuina” attribuita alla marina borbonica: All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta…”.

L’obiettivo di Zingaretti è minimo:guadagnare qualche punto percentuale alle europee rispetto alle politiche del 2018 per sopravvivere.  

Del resto nelle sue parole si sono perse le tracce della “vocazione maggioritaria”  del Pd di Veltroni, come pure è naufragata quell’iniziale tentazione attribuita al nuovo segretario che consisteva nel propiziare una crisi di governo per sostituire la Lega in una nuova maggioranza con il M5S. Sembra proprio che il Quirinale non voglia saperne.

Che futuro può avere un Pd che torna ad abbracciare il “rosso antico” ?Beppe Fioroni, che nel Pd non è stato un passante, prima delle primarie aveva messo in guardia dall’elezione di Zingaretti il quale – a suo parere – “mira semplicemente a restaurare la sinistra. Non posso nascondere l’allarme che provoca un’impostazione del tutto incoerente con la genesi ideale del Pd. Anche i cosiddetti moderati, una volta considerati interni alla vicenda di un partito insieme di sinistra e di centro, ora sono individuati come interlocutori esterni, con i quali al più dialogare a distanza. Dunque, siamo a un cambio radicale di motivazioni e prospettive”.

Fioroni concludeva: “Non vorrei che fosse sottovalutato il rischio di una possibile degenerazione, con il ritorno baldanzoso e inconcludente sotto la vecchia tenda della sinistra. Quella di una volta”. 

Se lo dice lui…

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Antonio Socci

Da “Libero”,  19 marzo 2019

La povera gente  passa su questa terra e viene dimenticata. Eliot le fa dire: “La nostra vita non è benvenuta/ la nostra morte non è menzionata dal Times”. 

Fra loro c’è pure chi ha dato la vita per tutti noi. Penso a quelle lapidi che si trovano in tutti i paesi italiani, col loro triste elenco di nomi, tutti giovani morti. Sono i 700 mila soldati italiani  macellati dall’inutile strage della Prima guerra mondiale.

Anche a Montalcino, paese della campagna senese oggi noto per il vino pregiato, il Brunello, ce n’è una: riporta i nomi di 240 caduti su circa 9.000 abitanti. Uno di quei nomi è “Fedele Temperini”  morto a 26 anni. Era un contadino di Montalcino: podere Il Giardino.

Il Regno d’Italia si ricordava di questi poveretti solo per chiamarli alle armi. I contadini di solito erano arruolati come fanti, la carne da macello. Fedele infatti apparteneva al 69° Reggimento fanteria della Brigata “Ancona” e morì a Fossalta di Piave nel 1918.

Anche lui era ormai dimenticato  da cento anni e sarebbe rimasto ignoto fino al giorno del giudizio. Sennonché il suo nome è riemerso  per una strana serie di circostanze due mesi fa oltreoceano: Fedele non avrebbe mai immaginato di essere menzionato nel gennaio 2019 sul “Washington Post”.

Il suo nome è uscito dalle nebbie della dimenticanza generale solo perché in un momento della sua oscura vita di fante/contadino, la sera dell’8 luglio 1918, a Fossalta di Piave, per un istante fatale, si trovò precisamente nel mezzo tra una micidiale granata austriaca che esplodeva e un giovane soldato americano che stava mangiando formaggio con lui. Così, a quel soldato americano, Fedele, senza saperlo, salvò la vita, facendogli scudo col suo stesso corpo.

L’americano, che pure restò ferito, faceva l’autista dell’ambulanza e veniva mandato in moto a rifornire di sigarette e cioccolata i commilitoni: si chiamava Ernest Hemingway, diventerà famoso e – in fondo – è proprio da quel suo ferimento, da quell’averla scampata e dal poterla raccontare in un romanzo di sapore autobiografico, “Addio alle armi”, che inizierà la sua celebrità letteraria mondiale.

Infatti oggi a Fossalta di Piave c’è una stele che ricorda il ferimento del giovane scrittore statunitense. Anzi, tra Fossalta, il Piave, la trincea di Busa Burato e la Casa gialla è stato allestito un itinerario storico, lungo 11 chilometri, chiamato “La guerra di Hemingway”.  

E’ merito del biografo statunitense di Hemingway, James McGrath Morris, e dello storico italiano Marino Perissinotto, aver identificato finalmente – oggi – quel fante italiano che lo scrittore, in “Addio alle armi”, nomina come “Passini”. Adesso sappiamo che è Fedele Temperini.

Il romanzo fu pubblicato nel 1929, nel 1957  diventò anche un film  dove recitarono Rock Hudson, Vittorio De Sica e Alberto Sordi. Nel frattempo Hemingway, che nel 1951 aveva pubblicato “Il vecchio e il mare”, aveva vinto il Nobel per la Letteratura nel 1954

C’è chi ha scritto, a proposito di Fedele Temperini, che “indirettamente, come ‘effetto collaterale’ della sua morte in guerra, ha permesso che ci arrivassero capolavori come ‘Il vecchio e il mare’ ”. 

Ma cosa accadde precisamente? Il “Corriere della sera”ricorda che “il futuro premio Nobel per la Letteratura fu colpito dalle schegge in quella notte d’estate” e “sarà decorato con la medaglia d’argento per essersi prodigato, nonostante la ferita, nel salvataggio di altri”.

Fernanda Pivano, nella sua biografia di Hemingway, fa una ricostruzione un po’ particolare. Parla della “terribile storia della sua ferita a Fossalta che lo rese una celebrità nazionale”. 

E spiega: “Quando sbarcò in America il 21 giugno 1919 dopo cinque mesi di convalescenza, la promozione a tenente, la proposta di una medaglia d’argento al valor militare, la nomina per tre croci al merito di guerra e una pensione vitalizia di 250 lire all’anno, venne accolto da una folla di giornalisti e da un diluvio di ritagli di giornale”.

La biografa a questo punto cita una lettera del 1927di Hemingway a Maxwell Perkins  in cui “scrisse che aveva ricevuto la medaglia d’argento e le tre croci di guerra, una delle quali assegnata per errore  per un’azione compiuta da altri mentre si trovava in ospedale, con molta preoccupazione di venir considerato un bugiardo”.

Per questo “chiese sempre agli editori di evitare notizie su questo periodo” e il 24 giugno 1952  scriveva alla stessa Pivano: “Vedendo le ultime edizioni di ‘Per chi suona la campana’ e di ‘Addio alle armi’ c’erano allusioni al mio servizio militare eccetera sulle copertine. Vorrei che venissero tolte. Non voglio essere un falso eroe. Ce ne sono troppi e troppi veri che sono morti o silenziosi. Non voglio che qualcosa sia usato su di me in guerra. Non porto decorazioni e non voglio presentarmi come uno scrittore con il loro aiuto”.

In effetti in “Addio alle armi”, nell’episodio del ferimento e nel seguito, il protagonista è molto sobrio e modesto. Quando – ricoverato in infermeria – riceve la visita del tipo che gli annuncia una medaglia, lui chiede: “E perché la medaglia?”

Il suo interlocutore gli spiega:

– Perchè sei stato ferito gravemente. (…) Raccontami com’è successo. Qualche eroismo l’hai fatto? –
– No – risposi. – Mi son sentito scaraventare per aria mentre mangiavamo formaggio. –
– Non scherzare. Prima o dopo, devi averlo fatto qualche cosa d’eroico. Cerca di ricordarti. –
– No, niente d’eroico. –
– Non hai portato dei feriti sulle spalle? Gordini dice che ne hai portati parecchi, ma il maggiore dell’ospedaletto giura che è impossibile. E lui che deve firmare la proposta. –
– Non ho portato nessun ferito. Non potevo muovermi.

Come si vede il protagonista appare alquanto modesto. Non si può dire davvero che abbia amplificato le proprie gesta. Tutt’altro.

Può darsi che nella realtà il giovane Hemingway abbia comunque fatto atti eroici. D’altronde il suo coraggio è provato dalla stessa decisione di venire a combattere come volontario (sebbene diciottenne)  e le onorificenze ricevute mostrano che non si risparmiò. Di certo però quell’esperienza lo convinse dell’assurdità  di quella carneficina. La guerra nella sue cruda realtà gli apparve orrenda.

Pare che nel 1960  – ormai una celebrità mondiale – lo scrittore americano abbia visitato Siena. Lo ricordano ancora mentre sfoglia libri sugli scaffali di una storica libreria del centro, accanto a Piazza del Campo. Si dice che abbia visto il Palio  di quel 2 luglio 1960. Non si sa se lo scrittore sapeva o ricordava che il soldato che gli aveva salvato la vitaveniva proprio da questa città toscana. 

Né si sa se qualcuno dei familiari di Fedele lesse mai “Addio alle armi”, dove venivano raccontati gli ultimi istanti di vita di Passiniche sembrano ricalcare il dramma del fante senese che morì come la povera gente delle campagne italiane, invocando la Madonna e la mamma

Hemingway racconta che Passini aveva le gambe “sfracellate sopra il ginocchio. Una era già staccata. L’altra era trattenuta solo dai tendini e dai brandelli dell’uniforme, e il moncone strappava per conto suo, vibrava come un corpo a sé. Passini si mordeva il braccio e gemeva”.

Gridava: “ ‘Oh mamma mia, mamma mia  – Dio ti salvi, Maria – Oh Gesù fammi morire, Mamma mia, oh purissima adorata Vergine Maria, fammi morire. Basta. Basta. Oh Gesù, Vergine cara, basta. Mamma, mamma mia’. E poi tacque, col braccio tra i denti, mentre il moncone vibrava ancora”.

Hemingway negli ultimi anni soffriva di gravi problemi di salute. Proprio un anno dopo il suo soggiorno a Siena, nel 1961, mise tragicamente fine alla sua vita.

Antonio Socci

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Da “Libero”, 17 marzo 2019 

Le insanabili contraddizioni della Sinistra non riguardano solo le sue leadership politiche, ma anche i suoi intellettuali  e le sue idee di fondo.

Massimo Cacciari e Mario Tronti sono due dei migliori pensatori dell’area post marxista. Ultimamente sono intervenuti – fra l’altro – sulla “questione europea”, che diventerà calda con le prossime elezioni di maggio, e lo hanno fatto entrambi valorizzando un autore, cattolicissimo, che è agli antipodi delle idee circolanti a Sinistra sull’Europa.

Si tratta di Romano Guardini, sacerdote e teologo italiano, ma vissuto in Germania (nato a Verona nel 1885 e morto a Monaco di Baviera nel 1968).

RADICI CRISTIANE

Tronti ha pubblicato un libro-intervista, “Il popolo perduto (Per una critica della sinistra)”, in cui – ad un certo punto – rammenta che “c’è un bellissimo testo di Romano Guardini, ‘Europa, realtà e compito’”.

Dopo averne sintetizzato il contenuto evoca “la mal gestita vicenda della mancata Costituzione europea. Ricordo, tra l’altro, il superficiale dibattito se andavano richiamate nella Carta le radici cristiane d’Europa. Ma il problema non era quello di una certificazione scritta. Il problema era riconoscere da parte di tutti, intimamente, che il sentire comune del cristianesimo, cattolico, protestante, ortodosso che fosse, era un legame spirituale che univa, nondivideva. Forse l’unico che univa e non divideva. Lo aveva capito ed espresso tragicamente papa Ratzinger. Non è con la secolarizzazione che si dà spirito a un’azione. C’è anche una sacralità nell’idea di Europa”.

Bene, ma la Sinistra italiana ha sempre avuto (ed ha tuttora) una politica diametralmente opposta, tutta identificata con quella Unione Europea laicista e tecnocratica che di fatto detesta e combatte le sue radici cristiane e le profonde identità dei popoli. E’ la Sinistra della scristianizzazione.

L’ AUT AUT

Ancora più significativo è il saggio che Massimo Cacciari ha dedicato sempre a Guardini (e alla sua concezione di Europa) su “Vita e Pensiero” (2/2018) intitolato “L’aut aut sull’Europa di Romano Guardini”.

Cacciari spiega che per Guardini il “compito” dell’Europa non è quello di restare“un insieme di nazioni ciascuna in sé rinserrata”, ma neanche il ripetersi del “sogno egemonico” dei grandi Stati europeiche “non potrà condurre che ad altre catastrofie infine al suicidiodella stessa Europa”.

Non appartiene a Guardini – spiega Cacciari – nemmeno l’idea di Europa come un’artificiale forma-Stato: l’Europa “non ha natura pattizia, convenzionale; né può nascere dal ‘contratto’ tra diversi interessi”.

Infine “la missioned’Europa” non consiste nemmeno nella rivendicazione archeologica delle proprie radici (classiche o giudaico-cristiane o illuministe). Ma sta piuttosto in una “decisione”.

Cacciari coglie bene il pensiero originale di Guardini: “Determinante per l’Europa è il Cristo. Qui l’aut-aut di Guardini, che richiede di esser colto in tutta la sua provocatoria radicalità, senza vani annacquamenti. Lo stesso mondo classico non sarebbe concepibilein Europa se non attraverso la mediazione cristiana”.

C’è dunque, in Guardini, molto più della nostalgia per le radici cristiane. Ciò che rende urgente e drammatica la decisione su Cristo – per lui, che aveva vissuto gli anni dei grandi totalitarismi – è il rischiorappresentato dalla possibile saldatura della Scienza e della Tecnica col potere economico e col potere politico

È un’intuizione profetica oggi ancora più vera considerata l’enorme espansione, in questi anni, della Tecnica e del potere economico.

Sia chiaro, Guardini non ha nessuna nostalgia romantica o reazionaria e indica proprio nel cristianesimo la culla del pensiero scientifico e quindi della tecnologia: “Nulla di più falso dell’opinione che il dominio moderno sul mondo nella conoscenza e nella tecnica abbia dovuto essere raggiunto lottando contro il cristianesimo. È vero il contrario (…) L’enorme rischio della scienza e della tecnica moderna (…) è diventato possibile solo sul fondamento di quella indipendenza personale, che il Cristo ha dato all’uomo”.

Ma oggi – sottolinea Cacciari – “la scienza… è intrinsecamente collegata alla Tecnica e perciò al mondo produttivo-economico. L’uomo faustiano ne governa i processi”.

L’ ANTICRISTO

Cacciari sintetizza il pensiero di Guardini: “la cristianità è la sola forza capace di contenere il prepotente ‘accordo’ tra scienza, tecnica, economia, ‘accordo’ capace di dominare il processo stesso della decisione politica”.

A questo punto Cacciari tratteggia l’inquietante scenario: “il politeismo dei valori proprio delle società secolarizzate potrebbe rappresentare il prologo di un paganesimo ben più pericoloso, un paganesimo che si esprime nel culto di una sola Potenza salvifica – e quando in essa si sposino Tecnica e Potere politico, allora è ‘semplicemente’ l’avvento dell’Anti-Cristo”.

Ecco perché “occorre una ri-conversione alla figura di Cristo per superare la riduzione dell’umanomaterialedella Tecnica” e riportare tutto al suo Fine autentico.

Infatti “soltanto se fondato sulla Rivelazione del Cristo, il Potere, le forme del potere politico, potranno ordinarsi al servizio di quel Fine, e non confondersi con il sistema tecnico-economico”.

Cacciari rilegge Guardini dunque indicando che “soltanto la Cristianità, nella sua stessa forma politica, operante nel mondo” può “affrontare e resistere allo scatenamento delle potenze anti-cristiche immanenti al mondo della Tecnica, ma anche indicare la possibilità reale… di un ‘nuovo tipo umano, dotato di una più profonda spiritualità’ ”.

ILLUSIONE?

Il pensatore veneziano si chiede, a questo punto, se quella di Guardini è una prospettiva illusoria, ma ne sottolinea la natura realistica. Scrive che “occorre che si affermi l’idea cristiana di personae di potere politico”.

Poi conclude: “Improbabile prospettiva? E quale altra opporle? Impossibile, forse? E non è proprio soltanto Dio a potere l’impossibile?”

O forse oggi alle domande di Guardini si risponde con “una sovrana indifferenza”? Cacciari ha saputo andare al cuore del problema, esplicitando le domande fondamentali. 

Ma – come per Tronti – questo apprezzabile “Cacciari pensatore”, non si ritrova nel Cacciari politico e polemistadel quotidiano, tanto meno nella sua Sinistra, che percorre strade opposte a quelle guardiniane.

E LA CHIESA?

Padre Giandomenico Mucci, un autorevole saggista della “Civiltà Cattolica”, nel numero della rivista di marzo, ha colto il valore e la novità dell’intervento di Cacciari. 

Ma si è limitato a sottolineare la “rinnovata riscoperta delle radici cristiane dell’Europa”e la “nostalgia” che traspare in tanti “agnostici tiepidi”.

Non ha tirato le conseguenze politiche, né ha indicato il compitoilluminante che oggi spetterebbe alla Chiesaper aiutare questa riflessione sul cristianesimo e infine, addirittura, il ritorno a Cristo. 

Forse perché l’attuale chiesa bergogliana è agli antipodi della proposta di Guardini, un po’ come la Sinistra, come il Pd, con la cui narrazione – del resto – si confonde l’attuale predicazione papale.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 11 marzo 2019 

Altro che fine delle ideologie. Da noi perfino la Tav è un’occasione di scontro fra bandiere ideologiche contrapposte. 

L’invito di Salvini al buon senso, al realismo, alla concretezza e al compromesso, fatica a trovare interlocutori. Perché non siamo mai usciti veramente dalla febbre ideologica del ’68. Sono cambiati solo i miti, gli slogan e le bandiere.

Continua a dilagare la “politica mitologica” come la chiamava Joseph Ratzinger : basti pensare all’utopia mercatista e liberista, a braccetto con quella europeista-eurista, quindi l’utopia scientistal’utopia migrazionista e multiculturalista e anche l’ideologia “politically correct”.

In una recentissima conferenza Mario Draghi, potente governatore della Banca centrale europea, ha sorpreso l’uditorio citando proprio quel discorso – a cui ho accennato – di Benedetto XVI, un’autorità insolita per certi ambienti. E’ un discorso del 1981 ai deputati cattolici del parlamento tedesco. Solo che evocandolo Draghi ha forse fatto un autogol

Infatti la pagina ratzingeriana rappresenta la demolizione di tutte le utopie politiche e ideologiche, anche l’ultima del Novecento, quella dell’Unione europea e dell’euro. 

Quindi finisce per essere pure una demolizione dei presupposti della Bce che rappresenta la quintessenza dell’utopia di Maastricht: la Bce è infatti un’innaturale invenzione senza precedenti storici, non essendo mai esistita una banca centrale che non appartiene a uno Stato e che non assolve alla funzione di pagatore senza limiti di ultima istanza come qualsiasi altra Banca centrale.

E’ nota la polemica politica riguardo alla Bce come una tecnocrazia che sovrasta gli stati, i governi e i popoli. E’ parte del dibattito sulla democraticità (o meno) dell’Unione Europea.

Un grande dissidente russo, Vladimir Bukovskij, è arrivato, anni fa, a paragonare la Ue a quel “mostro”  che fu l’Urss. Ovviamente la Ue non è l’Urss, è sbagliato accostarle. Ma l’allarme di Bukovskij dovrebbe far riflettere. 

Un altro che conobbe di persona l’utopia realizzata del comunismo, Vaclav Klaus, presidente della libera Repubblica ceca dal 2003 al 2013, intervistato ieri dal “Messaggero” ha messo in rilievo vari aspetti critici della Ue.

Per esempio ha dichiarato: “Abbattere i confini è un’ambizione utopica”. E lo ha detto sia in riferimento alle politiche migratorie sia in riferimento allo svuotamento delle sovranità nazionali dei paesi europei. 

Lui propone di “tornare all’Europa precedente il Trattato di Maastricht”, anche ridiscutendo l’euro. “Al tempo stesso” ha aggiunto “dovremmofermare la migrazione di massa  e restituire potere decisionale e sovranità agli stati nazionali”.

In effetti mentre la Cee era una comunità di nazioni costruita con realismo e concretezza, rispettosa delle diversità e delle sovranità, l’Unione europea  che l’ha soppiantata nel 1992 ha una forte connotazione ideologica e utopica.

Il problema è che la discussione sulla UE e sull’ euro (che furono presentati come il paradiso in terra) non è un confronto laico in cui si fa un bilancio razionale  di questi venti anni (bilancio che sarebbe economicamente e civilmente disastroso). 

La Ue e l’euro sono diventati una mitologia. Il dibattito su questi temi è teologico : l’euro e l’Unione europea sono ormai dogmi di fede (laica) indiscutibili, sono il Bene (contrapposto al Male e alla barbarie) e chi osa criticarli o discuterli è trattato da eretico che merita solo la scomunica e il rogo.

E’ qui, in questa pretesa “divina”, che si riconosce il veleno dell’utopia. Ed è qui che il memorabile discorso di Joseph Ratzingerdimostra la sua straordinaria attualità.

Quando fu pronunciato, nel 1981, si riferiva specialmente all’utopia ideologica che aveva devastato gli anni Settanta, dopo il ’68, cioè il marxismo. Ma è perfettamente attuale anche oggi che l’utopia ideologica – abbandonati falce e martello – si è trasferita su altri simboli.

Ratzinger spiegava che “lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana[…].Questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale. Ma quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore all’uomo, decade”  – ed è il caso dell’Europa di questi decenni (come dimostra la polemica sulle “radici cristiane” cancellate dalla Costituzione europea) – “insorge allora di nuovo il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza”

Ratzinger spiegava: 

Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo. Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. 

Potremmo considerare, per esempio, il dibattito sull’emigrazione. Quante volte abbiamo sentito utopisti e cuori in fiamme che incitavano ad abbattere le frontiere ed accogliere tutti coloro che arrivavano con i barconi dall’Africa, dove ci sono molti milioni di potenziali migranti.

Un nobile slancio. Ma è realistico? E’ possibile?  E soprattutto: una tale utopia, se realizzata, farebbe il bene del nostro paese e dei popoli africani?Ovviamente la risposta razionale e realista è “no” a tutte queste domande.

Ma chi spiega questo e chi chiude le frontiere all’immigrazione di massa incontrollata passa per meschino e addirittura disumano

Eppure il fatto che, con la diminuzione delle partenze, siano drasticamente diminuite anche le morti in mare dovrebbe far riflettere e spazzar via ilmanicheismo di buoni e cattivi. Invece lo scontro ideologico prosegue. 

Anche su altri fronti prevalgono le battaglie ideologiche. La concretezza, la ragionevolezza, la volontà di compromesso, sono rari. 

Eppure Ratzinger in quel discorso spiegava che la vera moralità politica “è la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Parole di grande attualità.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 10 marzo 2019