“Servire i poveri è nel Vangelo, non è comunismo”, ha detto ieri papa Bergoglio per rispondere ai suoi critici. Dimenticando di dire che il comunismo è stato il peggior nemico dei poveri. E dimenticando che nel Vangelo c’è scritto che anzitutto bisogna servire Dio.

Gesù non vara un partito, non si occupa di elezioni e di politica, ma del Regno dei Cieli. Dei poveri Cristo parla in modo diametralmente opposto a Marx e Lenin, che non a caso detestavano il cristianesimo. Il magistero bergogliano è confusionario e genera confusione.

Secondo una ricerca della Doxa negli ultimi cinque anni, che corrispondono al pontificato di Francesco, il numero di fedeli cattolici in Italia è crollato di quasi otto punti percentuali (il 7,7 per cento). Continua

Incurante dell’ennesima, cocente, sconfitta elettorale (o forse proprio per questo), con rabbiosa ostinazione, papa Bergoglio prosegue la sua campagna elettorale, come leader politico della Sinistra mondiale.

Infatti continua a ripetere le sue invettive in perfetta sintonia con tale parte politica. I siti di tutti i giornali ieri titolavano: “Il Papa in Romania: ‘Non cedere alle seduzioni di una cultura dell’odio’ ”.

Espressione volutamente vaga, tipica di chi lancia il sasso nascondendo la mano, però sapendo che – trattandosi di una parola d’ordine della Sinistra – verrà poi interpretata come accusa contro chi si oppone a un’emigrazione di massa e incontrollata (contro i Salvini, i Trump eccetera).

Ecco infatti cos’ha detto: c’è “un senso dilagante di paura che, spesso fomentato ad arte, porta ad atteggiamenti di chiusura e di odio. Abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una ‘cultura dell’odio’ “. Continua

Ormai sembrail bacio della morte. Tutto quello che Bergoglio tocca va in rovina. Nella Chiesa anzitutto (ed è evidente a tutti). Ma anche nella politica, che poi è la vera ossessione del gesuita argentino.

Alle presidenziali americane  si lanciò contro Trump (e a favore della Clinton) e Trump trionfò, mentre Hillary sprofondò. La stessa cosa è accaduta nelle presidenziali della sua Argentina e in quelle del Brasile. Due sconfitte brucianti per i candidati sostenuti da lui.

Eguale disastro alle consultazioni in Colombia. Fece fare poi opposizione alla Brexit e sappiamo come è finita. Ormai si dovrebbe sfuggirel’appoggio di Bergoglio come una condanna sicura.

In Italia ilPd  dal 2013 ha seguito Bergoglio nella sua linea migrazionista. Così il Vaticano nel 2016 appoggiò il referendum costituzionale di Renzi  e fu un tale disastro  che il governo dello stesso Renzi crollò. Poi, alle elezioni del 2018, la chiesa bergogliana sostenne il Pd contro Lega e centrodestra e il Pd uscì a pezzi, precipitando al minimo storico, con le dimissioni di Renzi dalla segreteria.

Alle elezioni europee del 2019, per fermare Salvini, il Vaticano ha instaurato un collegamento con il M5S, che è ultralaicista, ma a Bergoglio non importa: a lui interessava che Di Maio bombardasse quotidianamente Salvini. E Di Maio lo ha fatto. Un cardinaleaveva confidato al “Fatto quotidiano” che in Vaticano “i Cinque Stelle sono di casa”. Ebbene, anche per il M5S quello di Bergoglio è stato il bacio della morte: crollo e voti dimezzati.

Così queste elezioni europee ci hanno consegnato un vincitore, Matteo Salvini, e due sconfitti assoluti: il M5S e Giorgio Mario Bergoglio. E’ evidente a tutti perché Bergoglio, dimenticandosi il sacro ministero del Vicario di Cristo, in queste settimane si è buttato anima e corpo nella mischia politica lanciandosi in una campagna elettorale sfrenata contro Salvini. Continua

Più che una campagna elettorale, quella delle europee, è stata una campagna militare. Che, come nel 2018, ha visto il monopolio mediatico del partito del “politicamente corretto” (Ppc), il quale è più vasto del centrosinistra, perché va dai tecnocrati euristi ai centri sociali, comprendendo gran parte dei media e del ceto intellettuale (e pure l’attuale gerarchia vaticana).

E’ la nuova religione laica degli “apocalittici e integrati” (per dirla con Eco). Infatti consiste anzitutto in allarmi apocalittici i quali – con il bau bau mediatico – danno ai seguaci la sensazione di essere i salvatori del mondo o almeno danno loro la possibilità di gridare col cuore in fiamme e atteggiarsi come gli unici che hanno una moralità e un pensiero, mentre gli altri (scettici o dissidenti che siano) vengono considerati degli infedeli eretici o nemici dell’umanità.

L’allarme apocalittico ha pure la caratteristica – per la sua apodittica drammaticità – di indurre al fanatismo  ed escludere l’analisi razionale, lo spirito critico e la verifica dei fatti. Non ammette mezze misure o chiaroscuri: conosce solo l’asserzione assoluta. E’ un aut aut morale. Da una parte il Bene, dall’altra il Male. E impone di schierarsi. Basta avanzare un semplice dubbio e si è già catalogati tra le forze delle tenebre.

Ecco allora l’apocalisse climatica imminente che – come la fine del mondo di certe sette millenariste – viene però sempre spostata a data da destinarsi. Continua

Si può criticare Matteo Salvini come tutti i politici. Ma oggi siamo davanti a una demonizzazione della persona mai vista prima. Salvini sembra l’ossessione collettiva delle élite. E’ una fissazione, specie sui media. Il partito della demonizzazione pare tarantolato dalla volontà di azzopparlo e scongiurare la vittoria della Lega.

Però quello che più sconcerta è che tale “partito della demonizzazione” (in certi casi si può parlare di “partito dell’odio” ) abbia individuato il suo leader morale e politico in un vescovo che dovrebbe occuparsi delle cose del Cielo, un vescovo che non è neanche italiano ed è a capo di uno Stato straniero, ovvero Giorgio Mario Bergoglio. Continua

Giulio Sapelli , fra le poche teste pensanti in circolazione, sostiene che siamo a una svolta storica nell’assetto del mondo: “È iniziata una nuova Guerra fredda che ha per contendenti gli Usa e la potenza eversiva di ciò che rimane dell’ordine internazionale: la potenza militare e demografica della Cina. La questione dei dazi è solo l’inizio… di una guerra su tutti i fronti…  Una guerra che sarà in primo luogo per procura… Il Mediterraneo è già oggi terreno di scontro e di contenimento. La stabilizzazione dei rapporti Usa e Russia diviene sempre più necessaria”.

In questo quadro internazionale – secondo Sapelli – l’America si chiede: la classe politica italiana sarà al suo fianco nella lotta alla Cina? Si tratta di una lotta per il predominio tecnologico e militare planetario e il ruolo che il Mediterraneo , lago atlantico ma altresì stagno dei conflitti franco-anglo-italiani, potrà svolgere sarà essenziale , sorvegliando le porte di accesso all’heartland sia per via marittima con Suez, sia per via terrestre con il Caucaso e la Turchia”. Continua

Sul sito della Treccani è finito il micidiale soprannome che Beppe Grillo affibbiò a Mario MontiRigor Montis . L’“uomo del rigore” europeo-teutonico applicò all’Italia le ricette di Bruxelles e fu una mazzata pazzesca per il Paese.

Crollo del pil a meno 2,5 per cento e lunga recessione, crollo della produzione industriale, crescita della disoccupazione ed esplosione del debito pubblico (il rapporto debito/pil dal 119 per cento schizzò al 126,5 per cento) .

Con questi “successi” alle spalle Monti, pochi giorni fa, dalla Gruber, attaccava Salvini dicendo che “senza ottenere risultati i ducetti perdono voti”.

Appena gliene danno l’occasione il senatore a vita sale in cattedra e – con l’allegra spensieratezza che lo contraddistingue – annuncia all’Italia catastrofi orrende se non si darà ascolto alle sue favolose idee, come, per esempio, una bella tassa patrimoniale per spennare ancora di più i contribuenti. Ma questa è la sua idea di dieci giorni fa.

Nelle ultime ore, improvvisatosi profeta, ha preconizzato addirittura la guerra se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i Salvini.

Il tutto per esorcizzare quel leader leghista che – secondo gli illuminati come Monti (e come Bergoglio) – sarebbe colui che alimenta la paura  e che investe sulla paura.

Questa della guerra (mondiale? Nucleare?) sembrerebbe solo una battuta mal riuscita. Ma Monti l’ha argomentata davvero come fosse una cosa seria: se vinceranno i cosiddetti sovranisti “effettivamentecambieranno le politiche europee  e potrà aggregarsi l’unico obiettivo comune dei paesi sovranisti, che è ridurre di molto i poteri e il ruolo della Unione europea . Questo è lo Scenario che considero il più sfavorevole per tutti. Perché supponendo che vadano alla grande ci sarà prima questa riduzione del ruolo della Unione europeae poi quando questo ruolo sarà stato eliminato, distrutto e raso al suolo, tornerà la guerra in Europa “.

Ha proseguito che in questo caso “tutte le bandiere nazionali una volta che saranno state issate per guidare una crociata anti Bruxelles, anti Unione europea” si rivolgeranno “l’una contro l’altra”.

Se volessimo discuterne seriamente potremmo ricordare a Monti che la riduzione dei poteri dell’Unione Europea non è affatto una sciagura. 

Anche se arrivassimo fino all’abolizione del Trattato di Maastricht (magari!) torneremmo alla Comunità economica europea che abbiamo avuto dal Trattato di Roma (1957) fino – appunto – a Maastricht (1992), quella Cee che accompagnò il più splendido periodo di prosperità della nostra storia e che rispettava le sovranità nazionali 

Che poi – nel nostro caso – significa la sovranità proclamata dall’articolo 1 della nostra Costituzione repubblicana (che il trattato di Maastricht contraddice in molti punti fondamentali).

Se ogni popolo torna pienamente sovrano nel suo Stato non significa affatto che farà la guerra agli altri popoli europei: è una baggianata contraddetta dalla storia europea dal 1945 al 1992 .

Ma è contraddetta anche dalla storia precedente, nella quale a scatenare le guerre non furono le nazioni sovrane e democratiche , ma proprio le pretese egemoniche e imperiali che si scatenarono contro la sovranità delle nazioni 

Qui il problema riguarda anzitutto Francia e Germania  infatti sono stati prima Napoleone e poi Hitler a pretendere di “unificare” l’Europa schiacciando con le armi le sovranità nazionali.

Giovanni Paolo II – che da polacco ben conosceva gli imperialismi totalitari – nel discorso all’Onu del 5 ottobre 1995 spiegò che il Secondo conflitto mondiale “venne combattuto proprio a causa di violazioni dei diritti delle nazioni . Molte di esse hanno tremendamente sofferto per la sola ragione di essere considerate ‘altre’. Crimini terribili furono commessi in nome di dottrine infauste, che predicavano l’‘inferiorità’ di alcune nazioni e culture ”.

Giovanni Paolo II, vero padre dell’Europa libera, ha sempre propugnato un’Europa del tutto diversa dalla UE: un’Europa dei popoli dall’Atlantico agli Urali, un’Europa che riconosce le proprie radici cristiane e umanistiche, perché ha un’identità e non vuole diventare l’Eurabia o il dominio della tecnocrazia di Bruxelles .

L’Europa di Monti invece è quella della Bonino e di Bergoglio , è l’Europa della tecnocrazia, del migrazionismo di massa e del politicamente corretto, l’Europa di Maastricht che impoverisce i popoli e ne schiaccia le economie, le identità e le sovranità .

Dicevo che l’Europa di sovranisti, come sono (da noi) Lega e Fratelli d’Italia, sembra invece ispirarsi proprio a Giovanni Paolo II . E’ lui che nel suo storico pellegrinaggio in Polonia, 1979, affermò che “non si può comprendere l’uomo fuori da questa comunità che è la nazione” .  

Per questo incitò i giovani polacchi ad amare la cultura e la storia della propria nazione (“Restate fedeli a questo patrimonio! Conservate e accrescete questo patrimonio, trasmettetelo alle generazioni future”). E parlando alle vittime dei lager nazistiaffermò che “la fedeltà all’identità nazionale possiede anche un valore religioso”.

Nel suo storico discorso all’Onu del 5 ottobre 1995 ricordò che l’Onu  era nata proprio con “l’impegno morale di difendere ogni nazione e cultura da aggressioni ingiuste e violente”. 

Così il Papa mise in guardia dalla globalizzazione  che allora stava sviluppandosi e che, appiattendo tutto, suscitava nei popoli “un bisogno prorompente di identità e di sopravvivenza , una sorta di contrappeso alle tendenze omologanti. E’ un dato che non va sottovalutato, quasi fosse semplice residuo del passato” .

Oggi le parole “nazione” e “patria” vengono demonizzate dagli euristi, ma proprio papa Wojtyla in quell’occasione spiegò che il “termine ‘nazione’ , evoca il ‘nascere’, mentre, additato col termine ‘patria’ (fatherland), richiama la realtà della stessa famiglia” ed è “su questo fondamento antropologico che poggiano anche i ‘diritti delle nazioni’ , che altro non sono se non i ‘diritti umani’ colti a questo specifico livello della vita comunitaria” .

Concluse: “Presupposto degli altri diritti di una nazione è certamente il suo diritto all’esistenza: nessuno, dunque – né uno Stato, né un’altra nazione, né un’organizzazione internazionale – è mai legittimato a ritenere che una singola nazione non sia degna di esistere”.

Si possono realizzare forme di aggregazione giuridica tra differenti Stati , ma è necessario – aggiunse – “che ciò avvenga inun clima di vera libertà , garantita dall’esercizio dell’autodeterminazione dei popoli.

Quello che è accaduto dopo Maastricht, con l’Unione Europea, va in direzione opposta. E’ di nuovo una tentazione imperiale, ma realizzata con la moneta anziché con i carri armati

Infatti è costato ai popoli (specialmente all’Italia) quanto una guerra perduta . Proprio i disastrosi risultati del governo Monti – che applicò all’Italia le ricette di Bruxelles – dovrebbero far riflettere.

Antonio Socci

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Da “Libero”, 12 maggio 2019 

 

Mentre divampa la polemica sul fascismo in assenza di fascismo (e i media si occupano da giorni del minuscolo gruppetto di Casapound), scoppia nel Pd una questione enorme sul comunismo sovietico e ad innescarla è lo stesso segretario Zingaretti.  

Il suo libro “Piazza grande” provoca infatti uno “scazzo grande” fra lui e Claudio Petruccioli , che non è uno qualunque, ma è un pezzo da novanta della storia del Pci e dei suoi derivati.

A seminare zizzania è stata Maria Teresa Meli che, sulle pagine romane del “Corriere della sera” , ha recensito il libro di Zingaretti citando, a un certo punto, questa sua frase: Se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra”. La Meli commenta: “Un’osservazione, questa, che sicuramente non risulterà gradita ai renziani”.

Petruccioli riporta il virgolettato attribuito a Zingaretti e verga un tweet sarcastico e durissimo:“Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, Zingaretti riporta l’orologio al 1945. Anche questo è un modo per convincersi di avere un futuro”.

Un giudizio pesantissimo. Trattandosi di questioni scottanti che riguardano un partito come il Pd, è singolare che la polemica sia stata ignorata dai media.  

Peraltro, andando a leggere il contesto di quella frase, si scopre che Zingaretti dice anche un’altra cosa esplosiva che – di per sé – basterebbe a seppellire l’esperienza dell’Ulivo e del PD.

Ma prima vediamo il passaggio sull’Urss: “Fino al 1989” scrive Zingaretti “la presenza di grandi potenze, internamente fradice e dittatoriali, ma alternative al capitalismo, aveva costituito un oggettivo deterrente a costruire un mondo unidimensionale e senza difese rispetto alle forme più estreme di sfruttamento. Spero che ora nessuno mi attribuisca in malafede nostalgie filosovietiche se rilevo che probabilmente nel dopoguerra, non ci fosse stata l’Unione Sovietica, ciò che è avvenuto in Grecia con la strage di tutti i comunisti sarebbe avvenuto in tutta Europa. Non sarebbero state possibili le lotte dei partiti di sinistra e democratici né il compromesso sociale che oggi in Europa è un esempio per tutto il mondo civilizzato”.

Zingaretti aveva messo le mani avanti sull’Urss con una “excusatio non petita” , ma la polemica è scoppiata lo stesso. Ovviamente il segretario del Pd non ha “nostalgie filosovietiche”, ma il suo argomento è molto discutibile e dimostra – se non altro – che il Pci e i suoi eredi non hanno mai veramente fatto i conti con il comunismo

Come fu osservato negli anni Novanta, hanno sbrigativamente cambiato il cappotto senza cambiare le mutande. E lo hanno fatto perché il muro di Berlino non rovinasse sulla loro testa.

Infatti Achille Occhetto ancora nel marzo 1989 , otto mesi prima della caduta del Muro, durante il Congresso del Pci, a Craxi , che gli chiedeva di cancellare il nome “comunista” , rispose a muso duro (fra grandi applausi): “Non si comprende perché dovremmo cambiar nome. Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato”

Appena otto mesi dopo – con il crollo del muro di Berlino – Occhetto si precipitò alla Bolognina ad annunciare il cambio del “nome glorioso”  che d’improvviso era diventato imbarazzante.

Fu un’operazione gattopardesca perché non fu mai accompagnata da una vera e dolorosa riflessione autocritica sul comunismo. 

Cionondimeno, dopo la vicenda Mani pulite che spazzò via i grandi partiti democratici, i comunisti, che avevano cambiato nome, paradossalmente arrivarono al potere : grazie al “passaggio” che fu dato loro dalla sinistra dc, con la leadership di Romano Prodi.

I post-comunisti, per far dimenticare di essere stati comunisti fino al giorno prima, aderirono alla nuova ideologia dominante, quella mercatista che – fra l’altro – aveva partorito il Trattato di Maastricht, la UE e l’euro.

L’emblematico bilancio di quel periodo sta in un intervento di Massimo D’Alema a “Porta a porta”  nel quale, qualche anno fa, dichiarò: “durante i governi di centrosinistra si sono fatte più riforme e privatizzazioni di quante se ne siano fatte dopo… il paradosso italiano è che è stato il centrosinistra a smontare l’Iri, non il centrodestra… Dunque privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma dellepensioni. Noi abbiamo portato la lira nell’euro, noi abbiamo compresso la spesa pubblica”.

Le elencava come delle vittorie, ma era la vittoria del Mercatol’archiviazione dello stato sociale . L’imperante globalizzazione in tutta Europa usò, per questa svolta mercatista (e antipopolare) , propriole forze di sinistra che avrebbero dovuto difendere le classi popolari.

Nel libro di Zingaretti si trova la conferma. Egli infatti 

osserva che con “la dissoluzione del blocco dei paesi comunisti… ci siamo accontentati di levarci di dosso quel nome, ‘comunismo’ , che il socialismo reale aveva gettato nel fango”.

Ma emerse “l’insufficienza delle forze progressiste rimaste sul campo come contrappeso all’aggressività dell’ordoliberismo che già covava lungo tutti gli anni ottanta con Reagan e la Thatcher. Rintraccio qui la radice di una nostra progressiva subalternità” . 

Cioè hanno subito “un’egemonia culturale e pratica del campo avversario”, quello ordoliberista, “fino a mutuare luoghi comuni, tabù, atteggiamenti e linguaggi che ci hanno allontanato dalla sensibilità popolare”.  

Così la sinistra ha tradito e quindi perso il popolo che oggi, infatti, vota altrove . Zingaretti conclude: “È ora di rimediare”. 

Solo che per “rimediare” Zingaretti dovrebbe rinnegare tutte le scelte strategiche di Ulivo e Pd, a cominciare da Maastricht e dall’euro : 25 anni di errori. Dovrebbe riconoscere l’ennesimo fallimento storico. Un altro crollo del muro di Berlino. O di Bettino.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 10 maggio 2019 

Sembra che il demone della divisione si sia impossessato dell’Italia politica (del resto il significato etimologico della parola “diavolo” è proprio “separare”, “opporre”, “produrre fratture”).

Tutti i giorni ci sono polemiche e nuovi contrasti fra le due forze al governo (soprattutto da parte del M5S contro la Lega, per recuperare voti). Poi divisioni a sinistra e nello stesso Pd dove la lotta intestina è un connotato strutturale, da sempre. Polemiche e contrapposizioni nel centrodestra per la spaccatura sul governo e su altro.

Forse dipende dalla campagna elettorale per le europee e pure dal fatto che in Italia si vota di continuo. O forse dipende da una grande fragilità di cultura politica e da una certa mancanza di lungimiranza che induce a pensare piuttosto al beneficio immediato  di una polemica che non al bene futuro del Paese.

Un saggio (non è chiaro se sia stato l’americano James Freeman Clarke o il nostro Alcide de Gasperi ) diceva: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito, lo statista a quello del suo paese”.

E’ utopico immaginare di mettere fine a questa guerra (in)civile permanente? Si può sperare almeno in una moratoria che sospenda le polemiche continue? La gente ne è stanca  e questa potrebbe essere una ragione seria da considerare (anche per non perdere consenso).

Si dirà che è irrealistico sperarlo, specialmente durante una campagna elettorale che per sua natura getta benzina sul fuoco. Sembra un ragionamento sensato, ma a ben vedere non è del tutto vero.

Anzitutto perché questo voto europeo comunque non ha un’incidenza diretta sugli equilibri politici nazionali. In secondo luogo perché – nonostante la fumosità dei programmi di questo inizio di campagna elettorale, dove si parla di tutto fuorché di Europa – le posizioni dei vari partiti sono tutt’altro che lontane.

Sebbene il Giornale Unico del mainstream quotidianamente alimenti il (pre)giudizio universale e provi a incendiare le polveri del conflitto  fra le due parti che il teatrino mediatico ha assegnato (sovranisti da una parte europeisti dall’altra), rappresentandolo come uno scontro apocalittico fra il Bene e il Male  (e sappiamo che per i media il Male è il sovranismo), le cose stanno molto diversamente.

Intanto tutti, ma proprio tutti, ritengono e dicono che le istituzioni europee vadano cambiate e che c’è un grosso deficit di democrazia.

In secondo luogo è abbastanza generalizzato il giudizio negativo sull’attuale Commissione europea , al punto che perfino un candidato della lista Bonino, “Più Europa ”, la lista più oltranzista dell’eurismo , se n’è uscito con parole durissime sul presidente della Commissione europea Juncker.

Philippe Daverio (il candidato in questione) si è spinto fino a dichiarare che l’Europa è “una cosca franco-tedesca gestita da faccendieri lussemburghesi”. Poi, in altre interviste, ha spiegato che la Germania è “il vero problema dell’Europa” e che “lo strapotere tedesco uccide questo progetto. Esattamente come è accaduto nella seconda guerra mondiale”.

Al di là degli eccessi polemici di Daverio, è abbastanza condivisa l’idea che l’Italia non abbia finora difeso come doveva il suo interesse nazionale (a differenza degli altri paesi). Lo ha riconosciuto lealmente lo stesso Renzi per gli anni di governo del Pd (“abbiamo sbagliato a non difendere i nostri interessi nazionali”). 

Non sarebbe giusto e sensato che i leader dei diversi partiti italiani si accordassero almeno su questo? Potrebbe essere una sorta di patto nazionale : due o tre punti concreti da sostenere tutti insieme dopo il 26 maggio, in Europa , in difesa del nostro interesse nazionale.

Va detto che anche il giudizio negativo sulle dure politiche europee di austerità è abbastanza condiviso, perché i disastrosi risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. Anzitutto nei dati economici che vedono l’eurozona in netto declino rispetto alle altre aree del pianeta

In secondo luogo c’è la controprova nei risultati eccezionali che la politica opposta (espansiva) di Trump sta conseguendo negli Stati Uniti.

Il drammatico caso, riportato all’attualità da Federico Fubini , dell’aumento della mortalità infantile in Grecia negli anni scorsi , dimostra che anche fra gli europeisti più entusiasti c’è una significativa riflessione critica sull’andamento delle cose.

Certo, non ci sarà l’accordo sul giudizio relativo all’euro , ma – cambiando il clima politico – anche la moneta unica domani potrebbe diventare un argomento su cui discutere laicamente, pacatamente, senza scomuniche e anatemi . Solo in base ai risultati (pessimi).

Del resto è noto che il giudizio negativo sull’euro non appartiene solo all’area della Lega (e a molti premi Nobel per l’economia), ma anche a una certa area della sinistra , italiana e non solo.  

Proprio l’altroieri, in un’intervista ad Agorà , anche l’economista francese Jean Paul Fitoussi , docente di economia all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi, ha ribadito il suo noto e argomentato euroscetticismo. E si tratta di un intellettuale molto stimato a sinistra

A dimostrazione del fatto che non ha senso una resa dei conti tra guelfi e ghibellini, perché l’analisi razionale della realtà avvicina e mischia le parti.

Potrà sembrare una spiazzante mossa del cavallo, ma se qualche leader politico lungimirante proporrà una sospensione delle polemiche e un patto nazionale per difendere, tutti insieme, l’interesse del nostro Paese in Europa troverà il consenso di moltissimi italiani, stanchi delle liti.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 8 maggio 2019 

Mentre si avvicinano le elezioni per il Parlamento europeo sembra che si realizzi sempre di più la sarcastica previsione di Indro Montanelli “quando si farà l’Europa unita i francesi ci entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei”

Ecco, fresco fresco, un esempio di queste ore. Al conduttore di “France 2” che ha definito Leonardo da Vinci “un genio francese” ha risposto Carlo Cottarelli, l’economista sempre in procinto di andare a Palazzo Chigi per un governo tecnico. E non ha risposto rivendicando l’italianità di Leonardo, come sarebbe parso ovvio. No.

Ecco qua il suo stupefacente tweet: “La televisione francese dice che Leonardo era un genio francese. Che ignoranza! Leonardo era un genio europeo” .Europeo e non italiano?  Sembra quasi che l’Italia non esista o sia disdicevole dire “italiano” 

Eppure di Voltaire o di Pascal, a Parigi, non sentirete dire che sono europei, ma che sono francesi. E casomai dopo – solo dopo – che sono europei, termine che però risulta storicamente assurdo per il loro tempo se lo si vuole leggere come “euristi” ovvero tifosi di Maastricht, dell’euro e della Commissione Europea di Juncker.

Europei – per capirci – sono anche Dostoevskij e Tolstoj e anche Vladimir Putin lo è . Ma l’essere europei non c’entra nulla con l’essere “euristi”, sostenitori dell’attuale Unione Europea, nata nel 1992, che, com’è noto, non coincide neanche geograficamente con l’Europa.         

Il buon senso indurrebbe a dire che proprio perché Leonardo era italiano, e a quel tempo l’Italia aveva la leadership culturale del continente, si può dire anche europeo (cosa diversa dall’essere per questa UE). Ma il buon senso, come diceva il Manzoni, se ne sta nascosto. 

Del resto il Pd ha addirittura scritto nel suo simbolo elettorale “Siamo europei”. Non scrivono “Siamo italiani”, ma “europei”. 

Perfettamente coerente con un memorabile tweet del Partito Democratico del 27 giugno 2016 che fu contestatissimo dai sovranisti: “Nostre battaglie in Ue non erano per l’interesse dell’Italia, ma perché ritenevamo fossero interesse dell’Europa”

Del resto il 3 agosto 2017il TgLa7, in un altro tweet, riferiva le parole che Matteo Renzi pronunciò, con apprezzabile sincerità: “Ue: abbiamo sbagliato a non difendere i nostri interessi nazionali”

Il fatto è che da qualche anno si sente ripetere – da certi pensatori – che addirittura non esisterebbe un’identità italiana. Se però si nega questa diventa poi impossibile rivendicare una “identità europea” che non è mai esistita se non nel Medioevo quando si chiamava “cristianità” ed aveva come base la comune fede cattolica e la lingua latina.

Proprio per tale memoria storica il presidente Mattarella , nella recente visita in Francia, ha correttamente dichiarato a proposito di Notre Dame : “è un vero archivio di memoria . Tutti i principali avvenimenti di Francia , dal 1200 in poi, sono passati da qui”, inoltre “in questa cattedrale”, ha aggiunto, “si specchia tanta parte della storia e della civiltà d’Europa”.

E’ esattamente quell’Europa cristiana le cui radici e fondamenta sono state rinnegate dall’Unione Europea nata nel 1992 a Maastricht , come ha spiegato Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul “Corriere della sera” intitolato “Le radici riscoperte (tardi)”.

Cosicché appare evidente che la UE non coincide affatto con l’Europa, né geograficamente, né storicamente, né culturalmente, né spiritualmente

La UE non è l’Europa . E’ una costruzione tecnocratica nata sull’onda della globalizzazione e da essa poi travolta e ridotta in frantumi.

Così diventa ancora più surreale oggi – che la UE è in crisi profonda – cercare consensi politici per essa attingendo proprio a quell’(altra) Europa che la UE ha rinnegato e che non c’entra nulla con la burocrazia di Bruxelles.

Ieri sul “Corriere” Roberto Sommella  – che non risulta essere un letterato – è andato a scomodare addirittura Dante e Leopardi per un loroimprobabile endorsement a favore della UE , sempre (erroneamente) confusa con l’Europa.

E’ perfino imbarazzante dover ribattere a simili assurdità . Dante – che politicamente non ha mai parlato di Europa, ma di “Monarchia” universale, come riedizione dell’impero romano, incentrata sul primato di Roma – è precisamente colui che fonda il canone della lingua italiana e lo fa preferendo il nostro volgare al latino che era la lingua “europea” di allora.

Rivendica la nobiltà del nostro volgare  a perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano” (CvI, XI, 1). 

Con lo stesso orgoglio “identitario” e “sovranista”  – e col dolore verso l’amata Italia mal ridotta dalle sue classi dirigenti – Dante verga i memorabili versi del canto VI del Purgatorio: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
/ nave senza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!”. 

Egli canta “l’umile Italia”  che vedeva già sbocciare – con Virgilio – ai primordi di Roma  ed è proprio da questo alto canto dantesco che – attraverso Petrarca, Machiavelli e Leopardi – l’identità nazionale italiana arriverà a ispirare l’unità politica-statuale  (sia pure realizzata pessimamente dai Savoia  come conquista militare, anziché come federazione dei regni italiani).

Per questo Giuseppe Antonio Borgese arrivò a scrivere: “L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. (…)Non è un’esagerazionedire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”.

Leopardi poi fu letteralmente il poeta del nostro Risorgimento. Basti ricordare la canzone “All’Italia” che si lancia – come Petrarca e Machiavelli – contro quelle potenze straniere (europee) e i loro eserciti i quali da secoli devastavano il Bel Paese, invitando gli italiani a ritrovare la grandezza antica e a combattere uniti per l’indipendenza e la libertà della Patria.

È una delle canzoni civili che più entusiasmò i patrioti italiani nel XIX secolo. Pietro Giordaniscrisse all’amico Giacomo: “La tua canzone gira per questa città come fuoco elettrico: tutti la vogliono, tutti ne sono invasati”. 

A chi pretende di arruolare Leopardi nel coro pro UE, ricordo infine questa pagina del suo Zibaldone“La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande”

Parole da rileggere: “senza amor nazionale non si dà virtù grande” . Verrebbe dunque da dire: lasciate in pace l’Italia e l’Europa . Due grandi, antiche e nobili realtà. 

Tutt’altra cosa è la misera Unione Europea (nata nel 1992 a Maastricht) che è stata nefasta per l’Italia e per l’Europa  e che merita solo di essere archiviata. Per sempre.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 5 maggio 2019