Si è scritto che solo la Nazionale di calcio e gli altri nostri atleti ci fanno ricordare che siamo italiani. È un problema del nostro sistema educativo e soprattutto della politica e della classe intellettuale, parte della quale sembra avere l’identità nazionale “in gran dispetto”.
Di cosa è fatta questa identità? Anzitutto di una storia millenaria. Ma qual è l’ethos, l’anima viva del nostro popolo? Chi la incarna in modo esemplare?Per Giovanni Paolo II sono in modo speciale i santi di ogni popolo a realizzarne le qualità.
Su questo si è espresso pure chi oggi rappresenta l’unità nazionale. I padri domenicani di Siena, che, nella loro basilica, vicina alla casa di santa Caterina, custodiscono le reliquie della mistica (fra cui la testa), hanno appena pubblicato, sul trimestrale dedicato alla Patrona d’Italia, una conferenza di Sergio Mattarella che, nel 1989 (era ministro della Pubblica istruzione) rifletteva sul cinquantenario della proclamazione di san Francesco e santa Caterina Patroni d’Italia.
L’attuale Presidente della Repubblica, in quel discorso, commentò il Breve con cui Pio XII, nel 1939, fece quella proclamazione e il messaggio di Giovanni Paolo II, scritto il 31 maggio 1989, nel 50° anniversario dell’evento.
Entrambi i Pontefici descrivevano i motivi spirituali, culturali e storici per cui proprio a Francesco e Caterina venne affidata la nazione italiana.
Mattarella sottolineò appunto le qualità che rendevano esemplari e attuali i due santi, che incarnavano il meglio del nostro carattere nazionale.
Da Presidente della Repubblica non ha dimenticato questa complementarità e, firmando l’anno scorso la legge che ripristina la “festa nazionale” dedicata a san Francesco, non ha mancato di segnalare che è stato fatto un pasticcio perché si è dimenticata santa Caterina (speriamo che si rimedi). Oltretutto proprio oggi, mentre si enfatizza la parità di genere e il ruolo della donna nella società.
I meriti storici di Caterina peraltro vanno ancora approfonditi, in particolare riguardo alla sua opera maggiore: l’essere stata determinante nel riportare a Roma la sede papale che da settant’anni era stata trasferita ad Avignone, in Francia.
Non fu solo un’impresa di enorme importanza per la Chiesa, ma anche per Roma e per l’Italia. La sudditanza al re di Francia del Papa francese Clemente V che, eletto nel 1305, poi decide il trasferimento della sede papale ad Avignone apparve già a Dante una tragedia “per la sposa di Cristo, per la sede della sposa che è Roma, per la nostra Italia e per tutta l’umanità pellegrina sulla terra”.
Così si esprime della sua epistola ai cardinali italiani scritta nel 1314, mentre, morto Clemente V, si doveva eleggere il successore (ne parla il libro di Gian Luca Potestà, Dante in Conclave).
Il poeta fiorentino nella lettera implora i porporati perché scelgano un Pontefice che riporti il papato a Roma. Ma la sua percezione drammatica di quella sottomissione della Chiesa a poteri e logiche mondane (si veda anche il sonetto Se vedi li occhi miei di pianger vaghi) assume nella Divina Commediatoni apocalittici, per esempio nel finale del XXXII canto del Purgatorio.
Francesco Petrarca fu ancora più esplicito nel denunciare questa tragica situazione del papato, della Chiesa, di Roma e dell’Italia.
Alla fine sarà Caterina da Siena che nel 1377 riuscirà a realizzare il loro sogno: il papato a Roma. Un filo d’oro unisce quindi la giovane mistica ai due giganti della letteratura italiana e alle loro opere, pilastri dell’identità italiana.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 25 aprile 2026










