“Questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi… Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco”.

È la descrizione del caldo antico, non addebitale all’uomo. Si trova nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eh, si dirà, ma è la Sicilia…

Ebbene: Francia, “Nohant, 15 settembre 1870”. Nel Journal d’un voyager pendant la guerre, George Sand annota lo sforzo di “riprendere il mio compito nel mezzo di un’estate che non ho mai visto, che non credevo possibile nei nostri climi temperati: giornate in cui il termometro all’ombra saliva a 45 gradi, non più un filo d’erba, non più un fiore il 1º luglio, gli alberi ingialliti che perdevano le foglie, la terra spaccata che si apriva come per inghiottirci, il terrore di rimanere senza acqua da un giorno all’altro… tutta quella povera gente scoraggiata di chiedere alla terra ciò che essa rifiutava ostinatamente al suo lavoro, la costernazione per il suo fieno quasi nullo, la costernazione per il suo raccolto misero, terribile sotto quel caldo africano che prendeva l’aspetto di una fine del mondo! E poi violenti temporali che distruggevano ogni cosa, e la grandine assassina che completava l’opera della siccità!”

Si dirà che non si deve confondere il meteo con i mutamenti climatici. Giusto. Ma è proprio ciò che i media stanno facendo in questi giorni. Negando poi che si possa fare lo stesso nei giorni invernali.

Ho letto sui social la testimonianza di M.A.: “Nel settembre 1990 il mio paese presso Valencia raggiunse i 46°C. Era esattamente il tipo di volatilità climatica naturale che questo antico pianeta ha scatenato per miliardi di anni”.

M.A. è “un ingegnere geospaziale che ha fatto una tesi in climatologia”, quindi può parlare con una certa competenza sull’argomento.

Sulla drammatizzazione di questi giorni spiega: “l’intera narrazione si basa su una visione distorta dei sistemi di dati. La formula è semplice: ingrandisci un minuscolo frammento di geografia, filtra le regioni fredde che rovinano la storia, ed etichetta un pomeriggio caldo come una catastrofe globale”.

L’attuale apocalittica, che vuole demonizzare le emissioni umane di CO2, decollò venti anni fa, quando, nel maggio 2006, l’ex vicepresidente Usa Al Gore presentò il documentario An Inconvenient Truth.

Bjørn Lomborg, docente alla Copenhagen Businnes School, autore del best seller L’ambientalista scettico e direttore del Copenhagen Consensus Centre, da decenni fornisce dati che ribaltano quelle previsioni catastrofiste.

Di recente ha segnalato – a proposito dei preannunciati disastri naturali, siccità e tempeste – “un lieve calo” della frequenza di uragani e “della loro energia”, inoltre “nell’ultimo secolo, mentre la popolazione mondiale quadruplicava, le morti causate da questi disastri climatici sono crollate… Dagli anni Venti del Novecento a oggi una riduzione di oltre il 97%”.

La tecnologia rende la vita più umana (e più lunga). Il clima del resto, a causa del sole, cambia da sempre, da milioni di anni, non dal 1900, e “a livello globale dal 2000 al 2019 il 91% dei decessi prodotti da temperature estreme è stato provocato dal freddo e solo il 9% dal caldo” (Luigi Mariani, Agrometeorologo). Dunque il lieve aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione complessiva delle morti.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 27 giugno 2026