Cosa c’era ieri al Meeting di Rimini? Non solo tante gente, ma un popolo. Un popolo cristiano che di colpo ritrova entusiasmo e giovinezza dopo che, con la morte di don Giussani, nel 2005, molte cose sono cambiate.

Ieri, vedendo tutti quei volti, la loro luce, i loro canti, la loro gioia ritrovata e quei bambini malati in prima fila che il Papa ha benedetto e carezzato, è stato evidente quanto fuoco, di fede e di speranza, covi ancora sotto la cenere e quanto sia potente e irresistibile per loro “l’amor che move il sole e l’altre stelle” che hanno sperimentato grazie a don Giussani.

Sembrava di rivedere le scene, raccontate dai Vangeli, delle folle che si accalcano per vedere Gesù, per parlargli, per cercare il suo volto, un abbraccio, una parola di guarigione ed è sempre toccante perché rappresenta bene i cristiani.

Ma in fondo è così tutta la nostra povera umanità, pure quella lontana dalla fede, con le sue ferite e le sue domande. In una pagina del Vangelo si legge: “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt, 9,36).

Il popolo ciellino poi è sembrato la rappresentazione di questo momento storico della Chiesa che da una parte vede sorprendenti e inattesi segni di risveglio, come ha detto il Papa, nei tanti battesimi di adulti dei Paesi europei che sembravano del tutto scristianizzati, o nei moltissimi giovani accorsi a Madridper incontrare Leone XIV o al Giubileo dei giovani di Tor Vergata.

Ma d’altra parte vede pure una cristianità disorientata un po’ dal terremoto degli anni di papa Bergoglio e un po’ dalla mancanza di una cultura che faccia capire il momento storico che viviamo.

Anche quello di Rimini, come quello di Madrid o dell’Africa o del Giubileo dei giovani di Tor Vergata, è un popolo desideroso di trovare un padre, una guida certa per questi tempi e l’entusiasmante accento di Cristo. Così come – nel 1982 – il popolo del Meeting lo trovò in Giovanni Paolo II, che è stato un gigante della storia della Chiesa e della storia del mondo.

Leone XIV è un altro Papa ed ognuno deve essere se stesso. Del resto sono passati 44 anni dalla visita a Rimini di Karol Wojtyla e il fuoco della fede cristiana riprende a divampare sempre in modi diversi e sorprendenti.

All’inizio, arrivato al Meeting, il Papa americano è sembrato sorpreso, poi impressionato da tutta quella gente che lo acclamava. Così si è sciolto e, pur essendo di temperamento calmo e riflessivo, ha risposto con grande simpatia ed entusiasmo all’attesa di quel popolo.

Leone interpreta il suo ruolo come un pastore che cerca di raddrizzare diverse cose storte che ha ereditato dal precedente pontificato, ma mantenendone alcune parole d’ordine. Come se volesse trovare i punti di continuità degli ultimi tre pontificati e così tracciare la strada per tutti. Non è facile.  

Lui vuole caratterizzarsi con il tema della pacificazione e dell’unità. Lo ha fatto ieri parlando alla gente di CL perché conosce le divisioni che si sono prodotte in quel movimento ecclesiale dopo la morte di don Giussani.

Ma ha affidato lo stesso messaggio ai cardinali e alla Chiesa intera, che ha anch’essa tante ferite e divisioni. Infine è sempre la “pacificazione” il contenuto dell’appello che continuamente rivolge al mondo intero. Si può dire che non ci sia intervento del Pontefice che non richiami il pensiero sulle guerre e i conflitti in corso, esortando alla riconciliazione. Anche sul piano personale.

È la sua cifra. Sicuramente la sua voce pacificatrice è preziosa per la Chiesa e per il mondo intero. È provvidenziale. Possono  esserci fraintendimenti, anche per le “interpretazioni” sbagliate dei media.

Anzitutto c’è il rischio di far pensare che la pacificazione dei conflitti e delle guerre sia una semplice questione di buona volontà. Ovviamente il Papa sa bene che non basta dire “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Per questo esorta all’azione diplomatica e politica. Ma il rischio di essere fraintesi c’è.

Come c’è il rischio di pensare che la pace sia solo assenza di guerra, mentre sono “guerra” anche le ideologie violente e i regimi che calpestano i diritti umani e la libertà dei popoli (lo insegna il Concilio Vaticano II).

Infine – nell’abbattere i muri – c’è il rischio che i cristiani abbraccino una visione sentimentale e buonista del mondo, credendo che non vi siano pericoli veri e che non esistano “nemici”, quando Gesù stesso, ai suoi, disse: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16).

I cattolici sono giustamente esortati dal Papa a “mettersi in gioco” perché “l’amore muove, urge, risveglia dal torpore”. Lo si deve fare con la prudenza indicata da Cristo che per esempio fa capire quanto sono pericolose certe ideologie (apparentemente) umanitarie. Così la cristianità può ritrovare se stessa e illuminare il mondo.

Il Papa chiama all’impegno tutti i cristiani e ha fatto capire che anche Rimini (come Tor Vergata o Madrid) è una scintilla che può far divampare di nuovo il fuoco del Vangelo.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 23 agosto 2026