La morte. Ultimo tabù della TV
Il “caro estinto” è sempre più caro. Come il caffè e le zucchine.
Questo – più o meno – il contenuto dei servizi dei tiggì nel giorno della commemorazione dei morti, il 2 novembre.
La superficialità sembra un comandamento: meglio buttarla in vacca (è colpa del governo anche il morire), se no qualcuno potrebbe addirittura riflettere sul senso della vita. Non sia mai.
Il piccolo schermo decisamente non aiuta a capire l’evento che pure coinvolge, intimamente, milioni di italiani. Non che la tv non si occupi della morte. Se ne occupa fin troppo, ossessivamente, ogni giorno ci rovescia in casa una valanga di morti ammazzati e varie scene di macelleria. Addirittura con punte di horror, perfino negli spot pubblicitari. Ma è la morte simulata, la dose omeopatica di morte che ci viene somministrata per aiutarci ad addomesticarla, a censurarla, a neutralizzarla (illusoriamente).
Secondo le statistiche ogni bambino italiano, prima di aver terminato la scuola elementare, vede in media in televisione 8.000 omicidi (ripeto: ottomila) e circa 100.000 atti di violenza (centomila!).
Ma lo stesso bambino verrà accuratamente preservato da ogni contatto con la morte naturale, cosa che invece era del tutto normale nella famiglia patriarcale contadina che – solo fino a quarant’anni fa – era la più diffusa in Italia. Dove la nascita e la morte erano liturgie grandi e vissute da tutti. Insieme.
Neanche la morte era uno spettacolo scioccante.










