Un Michelangelo filoislamico o ultraecumenico o criptoislamico? Che per di più emerge nel cuore del Vaticano, in quel Giudizio Universale della Cappella Sistina sotto il quale si eleggono i Papi? Sarebbe clamoroso. Ma è vero?

Chi volesse cavalcare trionfalmente una simile tesi (forse i multiculturalisti o i cattoprogressisti) potrebbe prendere spunto da una pagina del volume La Sistina svelata. Iconografia di un capolavoro (Jaca Book/Musei Vaticani/Libreria Editrice Vaticana 2012) scritto da p. Heinrich W. Pfeiffer S.J., uno studioso che è stato per anni direttore del Corso superiore per i Beni culturali della Chiesa, membro della Commissione Pontificia per i Beni culturali della Chiesa e professore di Storia dell’arte cristiana presso la Pontificia Università Gregoriana.

In questo suo bel libro, pieno di spunti interessanti, Pfeiffer, descrivendo le diverse scene contenute nel Giudizio Universale, a un certo punto osserva: “Nella cerchia di coloro che stanno ascendendo al cielo, spicca una coppia di due figuredalla pelle scura aggrappate ad una corona del rosario loro porta dalle mani di un giovane angelo in piedi su una nuvola soprastante. I grani del rosario sono del color croco del discernimento spirituale. Qui non si tratta del rosario cristiano, piuttosto di un rosario musulmano, che ricorda nella preghiera i novantanove nomi di Allah: la serie dei grani è continua e supera ampiamente il numero di dieci”.

Poi descrive “la corona per la preghiera” che “abbraccia con i suoi grani il petto e la schiena dell’uomo, mentre la donna si regge con la destra alla corona, bacia i grani e li conta con la sinistra”.

Ci sarebbero delle precisazioni da fare su questa descrizione (e pure su quella che segue), ma anzitutto stupisce che padre Pfeiffer, sulla corona, non si limiti ad avanzare un’ipotesi (assai ardita), ma dichiari senza incertezze che si tratta della corona islamica.

Sorprende che non trovi strana questa raffigurazione in un tale contesto. Come se fosse normale. Se non erro l’autore non fornisce neanche notizie su eventuali polemiche che potrebbe aver sollevato quell’atto di devozione musulmana rappresentato nell’affresco.

Dal momento che, conclusa l’opera, su altri dettagli vi furono accese discussioni, da cui scaturirono perfino dei ritocchi del Giudizio Universale, è stupefacente che un particolare così evidente – e clamoroso, se si trattasse di una corona islamica – non abbia suscitato perplessità.

Probabilmente la spiegazione è la più semplice: Michelangelo in realtà raffigurò una corona cristiana nella forma che precedette il tradizionale rosario con i cinquanta grani divisi in decine che cominciò ad affermarsi solo dopo il XV/XVI secolo, per la devozione mariana legata a S. Domenico.

La corona primitiva, che era anticamente usata dai cristiani, si chiamava “circulum praecatorium”, i grani erano ininterrotti e il loro numero arrivava fino a 150 (rappresentavano i 150 salmi).

Mi pare, con tutto il rispetto per padre Pfeiffer, che qui non si tratti di una corona islamica, ma proprio di un “circulum praecatorium” che, in quel contesto, mostra la forte efficacia della preghiera cristiana perché solleva le anime del Purgatorio fino al Paradiso.

Del resto ci sono altre testimonianze iconografiche del “circulum praecatorium”. Alcuni esempi: S. Monica e due fanciulli oranti di Paolo Uccello (1397-1475), il S. Antonio Abate del Sassetta (1392-1450), il S. Antonio del Trittico della Penitenza di San Girolamo di Joachim Matinir (1485-1524) o il S. Antonio del Polittico dell’Agnello Mistico dipinto fra il 1426 e il 1432 da Jan e Hubert van Eyck.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 26 settembre 2026